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ANNALI 

DELLA 

CITTÀ DI PADOVA 

OPERA POSTUMA 



dell' ab. dott, 



GIUSEPPE GENNARI 

PARTE PRIMA 
DALLA FONDAZIONE DELLA CITTÀ 

FINO ALL' ANNO 1002. 






B A S S A N O 

DALLA TIPOGRAFIA REMONDINI 

MDCCCIV. 
CON REGIA PERMISSIONE. 



Digitized by the Internet Archi ve 

in 2012 with funding from 

University of Illinois Urbana-Champaign 



http://archive.org/details/annalidellacittd01genn 



345,31. 

V ^ / ^/Z£/ NOBILI SIGNORI 

COa FRANCESCO ED ALESSANDRO 

FRATELLI PAPAFAVA ANTONINI 



ANTONIO, E D. GIUSEPPE GENNARI 

NIPOTI DELL' AUTORE. 



N 



on poteva certamente ad alcuno, meglio che a 
Voi, Nobili Signori , offrirsi questo inedito Scritto 
del nostro buon Zio Ab. Giuseppe Gennari. & oc- 
casione eh 9 egli ebbe di pubblicare una parte di Sto- 
ria Padovana nelle faustissime no7^e dell' egregio Vo- 
stro Genitore il Co. Jacopo di gloriosa memoria , e 
la singolare bontà, colla quale fu egli riguardato mai 
sempre dalla Nobili fsima Famiglia Vostra, sarebbero 
stati motivi bastanti, pe' quali esitato non avrebbe nel 
decidere a chi dovesse da lui dedicarsi quest Opera , 
se negli ultimi anni del viver suo gli fofse stato con- 
cefso di efserne f editore. Ma erano simili ragioni 



tut- 



546G99 



tutte proprie di lui; e se fatta ei ne avefse ricordan- 
za solenne fra gli elogj che giustamente da Lui si 
dovevano agli Antenati Vostri li Signori da Carra- 
ra , che formarono sì bell'epoca di Patria Storia: non 
avrebtì egli che soddisfatto al sentimento del? uomo ri- 
conoscente. Quanti altri argomenti pero abbiamo noi , 
che a Voi soli appartengono! La saggia condotta , e 
la nobile fermerà di animo che turì i buoni ammira- 
rono sempre nella rispettabilifsima Vostra Genitrice; 
? arte colla quale seppe sì ben coltivare que semi di 
virtù e di amore alle lettere , che V'infuse natura; lo 
studio che usato avete nel corrispondere alle cure di 
Lei, specialmente né viaggi intrapresi a solo oggetto 
di erudirvi, di visitare gli stabilimenti letterarj , di 
conoscere i costumi delle Na7 L ioni ed il cuore del? uo- 
mo , formar potrebbero altrettanti soggetti di lode, 
nella quale ne gli Antenati illustri hanno parte j ne 
alla fortuna pò f sono attribuirsi, ne si ottengono colle 
sole ricche^e . Ma per parlare degnamente di tutto 
ciò, e delle belle sperante che nutre la Patria comu- 
ne, duopo ci sarebbe di pofsedere quel puro e dilica- 
to stile, che fece sempre sì bella pompa negli scritti 
del nostro Zio . 

Grata intanto vi riesca, o Signori, l'offerta di un 
libro che tutto si aggira sulla storia di ques? antica 
Citta ; e proteggetene efficacemente gli Editori , che Vi 
professano la stima e la vencrarjone che per tanti ti- 
toli Vi e dovuta. 



L' EDITORE 

CHI LEGGE. 



-"♦asac^auatK 



E 



ccoti , benigno Lettore , una Storia : la Storia cioè di 
una grande Città, di rimotissima origine, ma di celebrità 
non minore alle principali Città dell'Italia. Al pubblicar- 
si di quest' Opera io prevedo già che si scaglieranno con- 
tro di essa le aguzzate lingue di parecchi Critici , li qua- 
li non considerando la Storia qual maestra della vita , qual 
vitale sostegno della memoria; ma trovato avendo che pa- 
recchie Storie non ci presentano per verità che una mal 
accozzata serie di fatti, un confuso ammasso di verità e 
di finzioni, di tradizioni e di favole, di costumanze inter- 
pretate a rovescio, condannano generalmente le Storie tut- 
te a formare il ridicolo pascolo degli oziosi . Non curano 
essi que' lumi che ci derivano dalla Storia , e sembrano 
appena far grazia a que' documenti che o alla Santa no- 
stra Religione appartengono ed ai privati interessi , che 
influir poterono sulli pubblici affari. 

Qual vantaggio, dice taluno di questi Saccenti, ritrar 
possiamo dallo scoprire l'epoca precisa di qualche avveni- 
mento o dall' emendare l'errore pubblicato in una Storia? 
Che importa a noi di risapere quali furono le vicende 
della Patria nostra ne' decorsi Secoli, quale la condotta 
de' Cittadini ? Buon per Tiberio, se fu sì saggio che ve- 
nisse dagli uomini ccnsiderato quasi un dono loro fatto 
dagli Dei ; e male egualmente per lui , e per chi visse 

sot- 



VI 



sotto il suo regno, s' ei fu tiranno e crudele, persecutore 
delle virtù, avido dei beni altrui: se nascondeva il vizio 
sotto il mentito manto della modestia e sotto il velo d' 
impenetrabil segreto. Perchè vorremo noi prenderla con 
Pater colo e con Tacito, che ci lasciarono di questo Re 
una idea sì opposta, sì incompatibile? Sia pure stato A- 
les Sandro il vincitore de* Persi secondo Lampridio; o sia 
egli stato da loro interamente sconfitto, al dir di Erodia- 
no y poco importa . E quale interesse invero abbiamo noi 
in una stucchevole enumerazione di fatti, in un elenco di 
persone, che colla destrezza, coir autorità, coir inganno 
seppero riuscire in ciò che si proponevano ? Serva piut- 
tosto la Storia alla morale, serva all' educazione della gio- 
ventù : si deduca dalla vita de' trapassati quale debba es- 
sere la nostra condotta e quella de' nostri nipoti in simi- 
li circostanze; e se pur si volesse dare alle dottrine un 
apparenza di storia, un sembiante di racconto, si abbelli- 
scano le dottrine medesime colf arte de' Romanzieri, sì 
che allettati i lettori dal lenocinio usato dallo scrittore, 
apprendano essi le verità incontrastabili, e siano artificio- 
samente guidati nel sentiero della virtù . Si faccia abbor- 
rire la crudeltà rappresentando colle tinte più vive delf 
eloquenza l'infame condotta di Nerone, o le sfrenate vo- 
glie del Cinese Imperadore Kung-Kia, e parlando di Tra- 
iano e di Tito , serva la loro vita di una semplice occa- 
sione per innalzare la virtù* 

Tali, e pur troppo, sono li ragionamenti che sulle sto- 
riche narrazioni frequentemente si tengono dagli oziosi, o 
da coloro che affettano discernimento in materie di bella 
letteratura* Siccome però, e co' documenti degli antichi 
Scrittori, e colf esempio di tanti secoli, e colle replicate 
difese che della Storia pubblicarono molti letterati riputa- 
tissimi, combattere si potrebbe da chi pur ne avesse la vo- 
glia quella serie di assurdità, quella troppo azzardata e 

mal 



VII 



mal sostenuta opinione ; così non essendo questo lo scopo 
mio, ne dovendo la Prefazione ad una Storia divenire una 
dissertazione polemica , lascio ad altri la libertà di occu- 
parsene. Solo avvertirò che non vi fu mai cosa alcuna 
che più grata riuscisse air uomo che la memoria de' tem- 
pi andati ; per lo che con tanta gelosia si conservavano 
in Roma gli Annali, sì che' a soli Pontefici n era la cu- 
stodia riservata ; e se Tito Livio e Plutarco sostengono 
che nessuna memoria esistesse dell'antichissima Roma, io 
non saprei per qual ragione sia la loro autorità da pre- 
ferirsi a quella di Cicerone, di Dionisio, e di Diodo- 
ro , che ci assicurano con tanta fermezza dell' esistenza di 
que' pubblici documenti. E di quante altre storiche sem- 
plici narrazioni anticamente scritte non ci lasciò memoria 
l'Oratore di Roma? Dall'altro canto poi sarebbe diffici- 
le assai , per non asserire che fosse impossibile , il con- 
servare alla storia il carattere della verità (a) , la succes- 
sione nelle epoche (b), la distinzione de' tempi, de' pae- 
si, de fatti (e) > se o si volesse della storia formare un 
trattato di moralità, o dare ad essa l'aria di un roman- 
zo. Ne si creda già ch'io voglia riconoscere nella storia 
quelle utilità, che da essa puramente derivano agli Eru- 
diti, sia per la cognizione de' monumenti, sia per il pro- 
gresso delle arti . Creduta inutile la narrazione de' fatti , 

ne 



(a) Ne quid falsi audeat • Cicer. 

(b) Monumenta solum temporum , hominum , locorum , gestarumque 
rerum . Cicer. 

(e) Rerum ratio ordinem temporum desiderat , regionum descriptionem; 
yult etiam , quoniam in rebus magnis , memoriaque dignis Consilia primum , 
deinde alla , postea eventus expeBantur , & de consiliis significari quid seri- 
ptor probet, & in rebus gestis declarari non solum quid attum > aut di- 
ttum sit 9 sed etiam quomodo : & cum de eventu dicatur , ut causa expli- 
centur omnes, rei casus , rei sapienti^ 9 rei temeritatis : hominumque ipso- 
rum non solum res gesù , sed etiam , qui fama ac nomine excellant , de 
cuiusque vita , atque natura . Cicer. 



Vili 



ne viene in conseguenza che più luogo non avranno tan- 
te quistioni di semplice erudizione, tanto sudore che va- 
namente sparsero gli studiosi della diplomatica e dell' an- 
tiquaria . Ma a quaf altro fondamento , che il Ciel vi sal- 
vi, si appoggia la proprietà de' possedimenti , se non alla 
Storia ed a ? pubblici documenti? Quale può essere la nor- 
ma de' Principi per il governo di una Nazione o di una 
Provincia, se non le pratiche e le costumanze fedelmente 
conservateci dalla Storia? Non è a lusingarsi che la Sto- 
ria divenuta un corso di morale , e così presentata ad un 
giovine atto ancora a deboli riflessioni, non riesca di te- 
dio unitamente agli stessi precetti morali che si vogliono 
ad essi inculcare ; laddove il dettaglio istorico o delle scel- 
leratezze di un empio o della savia condotta dell' uom da 
bene gli fa o da se solo, o con rapidissimi avvertimenti 
di chi presiede alla sua educazione, condannare Tempio 
e la sua improbità, ed apprezzare la virtù e l'uomo vir- 
tuoso. Simile il racconto fedele ed animato dello Stori- 
co ad un quadro bene immaginato e maestrevolmente co- 
lorito, ci rende quasi altrettanti testimoni delle lodevoli 
azioni che ci rappresenta, e quindi ancora ci muove, e ci 
spinge direi quasi involontariamente allo sdegno contro lo 
scellerato, all'ammirazione ed alla lode del giusto; perchè 
segnius irritant animo s demissa per aurem, quam qux 
sunt oculis subjecia fidelibus . Non sembra infatti , che 
1' eroe rappresentato e' inviti , e ci alletti alle lodevoli a- 
zioni ? Disce, paer , par che ci dica, virtutem ex me 
verumque laborem . E qui farebbe duopo a conferma di 
quanto asserisco che io citassi l'esempio del sacro codice 
della più sana morale, il sacrosanto Evangelo, che di e- 
sempj , di narrazioni, di picciole storie ripieno alla virtù 
ci sprona e ci conduce ; se pur non temessi rimprovero 
da ciò, che mi prevalessi di una prova sì venerabile con- 
tro una profanissima proposizione. 

E 



IX 



E giacche della Storia generalmente ora si parla , di 
molto maggior peso può sembrare ad alcuni l'obbiezione 
di coloro, li quali soffrendo, ancor di mal animo, la Sto- 
ria delle grandi Nazioni , poco conto pensano che debba 
tenersi delle storie particolari, non le curano e perfin le 
condannano. Si formi, dicon essi, una buona Storia della 
Grecia, un'altra delf Italia, della Francia, dell'Inghilter- 
ra, della Germania , dell'Egitto, dell'Europa, della terra, 
del mondo : vi si scorgano disposti in beli' ordine li can- 
giamenti universali, politici e religiosi; e Babilonia, Spar- 
ta, Roma, non vi occupino un maggior spazio di quello 
che richiede sulla carta il vocabolo per esprimerne i no- 
mi : Priamo, Augusto, Traiano vi tengano il rango che 
loro conviene, ma come uomini che confluirono al bene 
o ai male del genere umano. Qua! prò ritrae il comune 
degli uomini dalle storie particolari de' paesi , dal sapere 
che trecento anni dopo il diluvio Partholano approdò 
in Irlanda, vi sconfisse i giganti che abitavano quel pae- 
se, indi perì egli stesso co' suoi di malattia contagiosa, 
rimanendo il solo Ruano che ricevette il battesimo da 
S. Patrizio ? ec. Se un Cittadino fu prode nella guerra , 
se, altri giovò alla propria Patria colla maturità de' consi- 
gli , dovrà egli perciò interessare , potrà pretendere la e^ 
stimazione di tutti? e dovrà farsi egual menzione di un 
iniquo , di un traditore ? 

Negare non si può , che questa idea gigantesca non 
fosse per essere bella e fors'anco istruttiva al generale de- 
gli uomini : in pochi tratti tutte si raunarebbero le vicen- 
de deli' uman genere ; e quando di guerra si avesse a par- 
lare, duopo non sarebbe di udir mille volte encomiata 1' 
avvedutezza di un Condottiere, o delineata la disposizio- 
ne dell'esercito, il coraggio de' soldati, l'atrocità del com- 
battimento, il trionfo de' vittoriosi . Alessandro, Scipione, 
ed Annibale hanno presso gli Storici comune l'elogio, sic- 
b co- 



come ebbero comune 1' occasione in cui dimostraron va- 
lore. Basti però il riflettere, che non vi fu ancora ima 
Storia particolare immune d' abbagtj , per giudicare qual 
sarebbe l'immaginata Storia universale, che non potrebbe 
non essere alla fin fine che il risultato delle Storie par- 
ziali . Convien dire infatti che gli uomini li più saggi ben 
conoscessero l'utilità delle storie particolari e l'interesse 
che inspirano a' diversi popoli, se a queste speciali narra- 
zioni si dedicarono , piuttosto che, novelli Briarei, valesse- 
ro ad abbracciare una provincia, un regno, una parte dell' 
Universo. Che v' ha infatti nella Storia degli Elei, de- 
gli Edui, di Belo, di Àriovisto che possa interessare un 
pacifico abitatore dell' Italia , un amatore tranquillo della 
sua Patria? qual diletto proveranno i Galli o i Britanni 
nell'udire il racconto delle fazioni che lacerarono la bella 
Italia? Il clima, la temperatura, l'educazione, ed una 
certa particolare attitudine distingue le Nazioni fra loro, e 
potendo quindi essere singolare presso 1' una ciò che all' 
altra è comune , ama ogni popolo di sapere quello che 
accadde sul proprio suolo, veggendosi ancor esso nelle 
medesime circostanze, e perciò nel caso di fare tutto il 
bene per cui si distinsero gli antenati. L'andar in trac- 
cia delle prodezze straniere è lo stesso che odiare virtù- 
tem incolam , e abbellirsi di falsi giojelli dove tra le a- 
rene della spiaggia splende in abbondanza il diamante. 

Ma lasciamo ad altri la decisione di cosifatte questio- 
ni, affinchè non si pensi da taluno che offrendo al pub- 
blico la Storia di una Città dell'Italia, vogliasi da me pre- 
ferire questo scritto alla Storia delle più grandi Nazioni. 
E che questa particolare narrazione possa interessare al- 
cuno , ben ce ne convince il numero de' Storici , eh' ebbe 
Padova da molto tempo; cosicché se tutti gli Scrittori an- 
noverar da me si volessero che bene o male gli Annali 
raccolsero di questa antica ed illustre Città , tedioso ne 

riu- 



XI 



riuscirebbe il racconto ; ma tale insieme , che potrebbero 
insuperbirne li Cittadini , e portar vanto sugli abitatori di 
molte e molte contrade . Le dotte persone e gli Scrittori 
eh' essa produsse rintracciar vollero più fiate chi fosse quell* 
Eroe che la fondò, e di cui altro antico documento non 
ci rimase che un Poema piantato sulla favola, o per lo me- 
no sopra un' antichissima tradizione . Ne dovea a meno il 
buon Cittadino di non risentire un onesto compiacimento 
nelf osservare, che mentre l'antica Roma ricordar poteva 
a più migliaia di Città li giunchi e le canne che furono 
da essa estirpate a doviziosa e comoda sede de** novelli Co- 
loni, le vecchie Torri di Padova sembravano rinfacciare 
alla superba Metropoli una preminenza di antichità e di 
potenza i Se però una origine così rimota interessar po- 
teva chiunque allo scoprimento de' relativi autentici docu- 
menti, ben più utile era per gli abitatori della Città e 
più glorioso insieme, f indagare quale sia stata la sorte de' 
Cittadini, quali le gesta, sia che da' Romani, o da' Bar- 
bari, dagl' Imperadori , o da' Tiranni, a forma di civico 
governo, o sotto la tutela di privati Principi regolata fos- 
se e dominata. Fummo pur noi, par che dicano, che so- 
li e primi nella Venezia ci opponemmo ai comandamenti 
di Enrico: col sangue de' padri nostri si sostenne l'osti- 
nata guerra contro Cane, e fu tra noi che il Carrarese 
die saggio di un placido governo, fé fiorire le arti, le 
perfezionò . E potremo noi stessi obbliare la gloria no- 
stra , quasi non fossero quegli avvenimenti ben più impor- 
tanti per noi che 1' occupazione di Sardi fatta da Ciro , 
la sua rivolta contro Astiage , e la prigionìa di Creso ? 
Sed quid ego Grcccorum ? N escio quo modo me magis 
nostra delectant . 

Avvenne però alla Storia di questa Città, che la man- 
canza de' vecchi documenti, la cieca fede prestata alle tra- 
dizioni, il partito predominante, la rozzezza de' Secoli con- 
gni- 



XII 



giurarono d'accordo contro il desiderio de buoni Cittadini, 
che da lungo tempo bramavano invano il semplice e ve- 
ritiero racconto di ciò che potea pur risapersi senza con- 
getture, senza falsità di esagerazioni, ma col sodo fonda- 
mento della buona critica, e degli antichi diplomi. Ne il 
Secolo istesso or ora trascorso , nel quale conobbero gli 
uomini come studiar si dovesse la Storia, e qual profitto 
si potesse da questa ritrarre , produsse alcuno per lunga 
pezza che di proposito si dedicasse in cosifatto lavoro. 
Solo negli anni pressoché ultimi, funesti d' altronde agli 
studj ed alla filosofia, sperarono li Cittadini di Padova di 
vedere soddisfatti i voti loro . Intento f Ab. Brunacci a 
raccorre quante vecchie carte per lui si poteva che a Pa- 
dova appartenessero per alcun modo, ne preparava la Se- 
rie, ne sviluppava V importanza ed il pregio, e con que- 
sta Raccolta, che Codice Diplomatico denominò, e con 
altre opere eziandio, non solo di presentar meditava agli 
Eruditi la vera base della Storia di Padova , ma di cor- 
reggere eziandio gli sbaglj ne' quali erano gli Scrittori di 
quella Storia per f addietro caduti. Siccome però sogliono 
gli umani disegni andare bene spesso falliti, prevenuto dal- 
la morte T Ab. Brunacci , molta parte dell' Opera venne 
a perdersi fatalmente. E x facile il persuadersi quanto gra- 
ve cordoglio recasse a' buoni una tanta disavventura , e 
quanto speciale rammarico ne provasse l' ottimo ed erudi- 
to Sig. Ab. Giuseppe Gennari, che nulla più desiderava 
che di vedere da perito pennello , e colle tinte della ve- 
rità delineate le vicende di una Città e di un Popolo co- 
sì antico e così celebre ne' fasti italiani . Non ponno , è 
vero , li Padovani vantarsi posseditori della tomba di De- 
ianira: non hanno il Palladio: sulle loro colline nissun gi- 
gante osò di sfidare a pugna gli Dei : non ebbimo la piog- 
gia di ferro che cadde nella Lucania : non furono gf in- 
cendj nostri procurati da Sinone ; ma che perciò ? Non 

so- 



XIII 



sono forse di origine rimotissima , sì che l'antica loro lin- 
gua ed i caratteri delle loro iscrizioni non ammettono in- 
terpretazione di sorta alcuna ? Non ebbe la nostra Città 
epoche luminosissime, non destò invidia e rancore la no- 
stra, sorte, il nostro coraggio? Giusto era adunque che 
grave dolore risentisse T Ab. Gennari dalla perdita fatta 
dell' Ab. Brunacci , e dell'opera da lui compilata. 

Giunse però l'istante, che, se meno bramato da lui, 
quello fu tuttavia, in cui obbligato si vide a vendicare di 
per se solo 1' onore della Patria , e le glorie de' trapassa- 
ti suoi Concittadini. Timido e spaventato da' tumulti del- 
la guerra e della rivoluzione , -assediato dagli anni , di- 
stratto ne' suoi letterarj esercizj , le disgrazie ei compian- 
geva della sua Padova, e sembrava quasi che di possede- 
re bramasse la vena felice di Albertino Mussato per e- 
sprimere le giornaliere calamità , o per celebrare la nuo- 
va gloria della Religione, il lustro della Città, il vantag^ 
gio delle arti e delle scienze, S'egli però non cantò ad 
imitazione dell' antico Poeta , il genio non gli mancò di 
un colto Cavaliere che ammaestrato da lui nelle lettere, 
da luì stesso appreso avca di quanto decoro sarebbe sta- 
to alla Patria comune un ben ordito dettaglio della sua 
Storia. Veggendo infatti il Sig. Co. Girolamo de Dotto- 
ri , che nel 1797. per le insorte politiche vicende il go- 
verno di Padova presentava un' apparente somiglianza all' 
epoca del 1256, stimò potesse essere del momento lo Sto- 
rico compendio di ciò che avvenne dalla morte di Ezze- 
lino fino all'anno 1318, e coli' opera di que' Cavalieri che 
più potevano sulf animo del nostro Gennari nulla trala* 
sciò affinchè da lui quella parte almeno di Storia si com- 
pilasse gloriosissima z Padovani . Superate tutte le diffi- 
coltà dall'amore della Patria, meditò egli il Compendio 
Storico, che si ricercava da lui, lo scrisse, lo perfezio- 
nò, e disposto a pubblicarlo, come porzione separata dal- 
la 



XIV 



la Storia, lo adornò anche di breve ma opportuna pre- 
fazione . 

Meditava però di continuare f Opera incominciata e 
già si apparecchiava a descrivere il felice stato della Pa- 
tria sua sotto il governo de' Carraresi ; quando desidero- 
so il Sig. Co* Dottori che intera e ben dettagliata fosse 
f esposizione di tutt' i fasti di Padova , lo animò a ritro- 
cedere dal cammino intrapreso, sì che ordito il Compen- 
dio dalle prime notizie che abbiamo sulla fondazione di. 
questa Città, e condotto passo passo alla morte del Ti- 
ranno, premettere si potesse alla prima parte già compi- 
lata , e presentasse un Corpo di Storia interessante , e per- 
fetta. Il buon Gennari si piegò alle istanze novelle; ma 
una morte non preveduta non gli permise di oltrepassare 
collo scritto le vicende deiranno 1 173 , settantatre anni 
innanzi quell' Epoca , dalla quale avea egli col primo scrit- 
to preso incominciamento. 

Tale fu F origine del Compendio Storico che oggi vie- 
ne alla luce col titolo di Annali della Citta di Padova , 
e che ci fa vedere quali fossero li talenti e quale l' in- 
stancabilità dell' Abate Gennari fatto già settuagenario. 
Se io non mi poteva dispensare da questo racconto, per- 
chè da esso chiaro apparisce il motivo per cui questa 
Storia è interrotta nell'ordine, mi farò anche un dovere 
di avvertire alcune cose relative alla disposizione che si 
stimò di dare al libro medesimo. L'Opera pertanto è di- 
visa in tre parti. Le due prime, previe alcune Memorie 
raccolte intorno agli Scritti dell'Autore, conterranno tut- 
ta quella porzione d' Istoria, che formò il secondo lavoro 
dell' Ab. Gennari, cioè dalla fondazione della Città fino 
all'anno 11 73. La terza parte poi sarà formata dalla nar- 
razione Storica di quel tempo che passò dalla morte di 
Ezzelino alla Signoria de' Carraresi . Sapendosi però da 
tutti quei che conobbero il dotto Autore di questi Scrit- 
ti 



XV 



ti, nulla aver egli affermato che non fosse appoggiato ad 
autentici documenti, e veggendo che il moderno gusto 
de' dotti non soffre sì facilmente che le Storie manchi- 
no delle opportune appendici piene di vecchie carte, non 
si negligente anche quest'ornamento, che avrebbe procu- 
rato eziandio al proprio libro f Ab. Gennari, se aves- 
se potuto esserne l' editore . Esaminata però la difficol- 
tà dell'impresa, il tempo che ricercato avrebbe una colle- 
zione di simil fatta; ed udita f opinione di parecchi dot- 
ti, che convenendo nella necessità de' documenti , accor- 
darono però che l'Opera possa intanto rimanere separata 
dall'Appendice, si presentò intanto al pubblico lo Scritto 
dell' Autore , quale trovossi dopo la di Lui morte , coli' 
idea di formare in altro momento f Appendice desiderata . 
Di ciò era necessario che tu fossi prevenuto ed avver- 
tito, Lettore benigno , ed io spero che non solo quest' O- 
pera ti piacerà , perchè la più perfetta nel suo genere , 
ma che vi scorgerai eziandio quella semplice eleganza , 
purgatezza , e verità che sì bene fecero sempre pompa in 
chi la compose . 



MEMORIE 

INTORNO AGLI STUDJ, 
ED AL CARATTERE LETTERARIO 



DELL ABBATE 



GIUSEPPE GENNARI 



SCRITTE 



DA FLORIANO CALDANI. 



*A**AA*A**A****A**A*AA*A*AAAAA**A*****A*A*A**AA-***A*+******* 



S, 



E tra i sepolcrali onori che dagli antichi si tributavano a" trapassa- 
ti giusto si riputava il rammentare le lor gesta, e se altro a' morti non 
rimane di diritto più conveniente che la lode di ciò che in vita ope- 
rarono degno di essere lodato ; dispensare non ci possiamo dal rende- 
re questo tributo all' Ab. Giuseppe Gennari , che tanto onore recò 
alla Patria che lo produsse , tanto lustro alle lettere che coltivò , e tant' 
amarezza agli amici che V ebber caro mentre vivea. E perchè dall' 
esempio altrui più che dal guiderdone noi siamo frequentemente alle 
buone e lodevoli azioni allettati ed adescati; quindi a vantaggio pure 
de 1 nostri contemporanei e nipoti, non che a gloria di lui, io andrò 
brevemente quelle vie additando eh' egli calcò per giugnere a tal gra- 
do di sapere, e quelle notizie raccoglierò, per le quali la posterità 
lungi dal farneticare sulla vita letteraria di quest'uomo, siccome spes- 
so noi dobbiamo fare de' padri nostri, ne rispetteranno il nome, men- 
tre le Opere che divulgò non temeranno Tobblio. 

Nato in Padova da onesti Genitori , che nulla trascurarono di ciò 
che all' addottrinamento giovar potesse di Lui, seppe V Ab. Gennari 
trarre il più ubertoso profitto da tutte le opportunità che un avanza- 
mento gli promettevano nelle utili cognizioni . E siccome all' epoca 
de' suoi verdi anni fiorivano in Padova, quanto in ogni più colta Cit- 
tà, gli ameni studj, non pur da' Professori e dalle Cattedre insegnati 
e promossi, ma da' Cittadini ancora con onore coltivati e con dilet- 
to ; così non potè a meno il nostro letterato di non sentirsi solleticato 
e rapito allo studio delle lettere e delle scienze. 

Correvano appunto allora quegli anni , ne 1 quali ogni Città dell' I- 
talia sembrò gareggiar quasi colle altre in ogni maniera di buoni stu- 
dj; e come potea vantarsi Bologna de' Zanotti , de 1 Manfredi, de' Ghe- 
dinì, de' Fabris , degli Orsi, che ad un tempo istesso vi sostenevano 
l'onore dell'Italiana letteratura; così a Padova non mancò oltre un 
Poleni , un Pontedera , un Morgagni , un Volpi che pubblicamente pro- 
fessavano le scienze, un Domenico Polcastro eziandio, un Guglielmo 
Camposanpiero , un Giannantonio Mussati, un Paolo Bra\olo , un Vita- 
liano Donati, un Brunacci 7 un Bartoli , che animati dallo stesso amo- 
re 



XX 

re per le lettere ne ispiravano ad altri la vaghezza e 1' utilità. Bello 
era il vedere qual piacere provasse il nostro giovine letterato accolto 
nella giornaliera brigata di così dotti amici e compagni, dove e dub- 
bj si proponevano a schiarimento de' vecchi Scrittori, e de' libri si 
ragionava che alla giornata vedevano la luce , e di antichità , di co- 
dici, di poesia si conversava famigliarmente . Vedevano ben essi, che 
l'antico istituto de' Ricovrati soddisfatto avria bastantemente a chi aves- 
se avuto la voglia di approffittarne ; ma appunto perchè andava esso a 
perdere giornalmente il primiero splendore per l'ignavia di pochi, 
alle sessioni accademiche sostituir vollero le private conversazioni , on^ 
de gli amici reciprocamente si confortassero e si sfidassero per così di* 
re allo studio ed alla erudizione . 

Ma tale era la fama di questa Società, che non potendo più ri- 
manere nascosta senza rimprovero de' molti che desiderato arebbero 
di appartenervi, si pensò di ordirne un' Accademia, che degli Orditi 
appunto si nominò (a)- E qui non. occorre ch'io riferisca a parole 
quanto Gennari si adoperò perchè, ad onta di ciò che operar pote- 
va qualche membro de' Ricovratì , non mancasse il progetto, e corris- 
pondessero gli Accademici all'aspettazione de' Cittadini non solo che 
de' malevoli. Dettò quindi più fiate gli argomenti su quali aggirar si 
dovevano le Sessioni, fu provvido legislatore de' doveri accademici, 
invitò gli amici lontani affinchè alla nuova Istituzione inviassero qual- 
che componimento, compose più volte egli stesso (3). E se per l'al- 
lori- 



(a) Di questa istituzione fece pochi cenni 1' Ab. Gennari nel Saggio storico 
sopra le Accademie di Padova pubblicato nel primo Volume de' Saggi scientifici 
e htterarj delP Accademia di Padova ( pag. lxvii. not. ) . Fu così chiamata per 
risvegliare la memoria di un'Accademia disimil nome già spenta, e che in alcu- 
ni Dizionar; oltramontani si registrava come viva e. fiorente. Di questi antichi Or- 
diti egli fa parola nella stessa annotazione, annoverandola fra quelle Accademie, 
delle quali , tranne il nome , poco più se ne sa . Abbiamo però di quegli Acca- 
demici varie composizioni poetiche ; come la Barriera fatta in Padova il carne- 
vale del 1605, descritta dall'Ingenuo, Accad. Ordito. Ih Padova per il Pasqua- 
li MDCV. 4. L' Ingenuo era Annibale Orsato . Abbiamo il Gareggiamento poe- 
tico del Confuso, Acc. Ordito. In Venetia 1611. appresso Barezzo Barezzi 12. 
Alla dedicatoria è sottoscritto l'Accademico Ammassato Cancelliere degli Orditi; 
e vi sono molti Madrigali d' Isabella Andreini . Il Confuso era Carlo Fiamma, 
che sotto Io stesso nome Accademico pubblicò nel 1613, e nel 1620. /'/ Sacro 
Tempio all' Imperatrice de -1 Cieli , la Diana vinta, la Gelosa Ninfa, ec. Di quest' 
Accademia fanno fede le Considerazioni di Gio. Pietro Malacreta Dott. Vicentino , 
detto nelP Accademia degli Orditi 1' Innaspato, sopra il Pastorfido del Sign. 
Cav. Guarini . In Vicenza per Giorgio Greco 1600. 4. ed in Venezia presso 
Marc' Antonio Zaltieri ióoi. 4. 

{b) L'Ab. Gennari contava io. anni, quando nel 1740. si stabilì la nuova 

So- 



XXI 

Iontanamento di alcuno fra Socj , per la morte d'altri, e per l'invidia 
non fosse quest' Accademia venuta meno , grande ornamento e vantagr 
gio procurato arebbero all' italiana letteratura gli Orditi , che lungi 
dal fantastico modo che si andava introducendo nello scrivere e nel 
poetare, a quelle salubri fonti attingevano le immagini e la dicitura, 
che sebbene antiquate e neglette non ponno però a meno di non ra- 
pire chi pur ama il bello de* concetti , e la purezza della nostra lin- 
gua . Lodavano essi e coltivavano insieme ogni maniera di stile , ogni 
varietà di concetto, ma a Dante ed a Petrarca sembravano appellarsi, 
allorché dovevano sopra alcun poetico componimento portar giudizio . 
E tale era V ardore istillato agli Orditi per questo studio, che annichi- 
lata l'Accademia per le addotte ragioni non potè alcun de' Socj di- 
menticarsi a quale oggetto sublime fosse sfata istituita. Si stabilì quin- 
di una comune lettura del divino Poema di Dante, in una ristretta 
brigata , e colla libertà a ciascheduno di proporre qualche osservazio- 
ne , qualche dubbio o riflessione sulla Storia , sull' Allegoria , sul Dot- 
trinale , sul Bello poetico, sulla Lingua. Tre tornate per settimana si 
dedicarono a questo esercizio; e può comprendere ognuno qual ne 
fosse il profitto de 1 nostri , e quale il piacere di Gennari , che ne fu 
il promotore, e che lode ne riscosse non da' suoi Concittadini soltan- 
to, ma da' lontani, che con lettere applaudirono a ritrovamento così 

inge- 



Società degli Orditi , nella quale ebbe il nome di Aggomitolato . Egli vi recitò : 
i. Una disserrazione sopra i difetti della poesia e della musica sacra. 
2. Alcune stanze in lode della Primavera tratte da un' Elegia di Andrea Na- 
•vagero . 

3> Un Sonetto , e 25. Stanze in morte della Sign. Francesca Manzoni Mi- 
lanese . 

4. Un Sonetto in lode del Co. Carlo Dottori, poeta del Secolo XVII. 

5. La traduzione dell'Elegia di Navagero : jam tristi canos in ottava rima. 

6. La traduzione in verso sciolto del Cantico di Debora . 

7. Dissertazione sopra la poesia sacra . 

8. Stanze contro I' opinione di Cartesio sull'anima delle bestie . 
p. Stanze in lode della lumaca ignuda . 

io. Lezione sopra il Sonetto del Bembo a Vittoria Colonna: Cingi le costei 
tempie deiP amato . Su quello di Vittoria a Bembo avea trattato nelP Accademia 
il Co. Autonmaria Borromeo . 

11. Un poemetto di 80. Stanze . 

12. Cantata in lode delle zucche, che fu stampata. 

13. Stanze sopra la digestione. 

14. Stanze in lode di Cocco, che furono stampate con una Cicalata delV In- 
naspato, cioè del Co. Antonmaria Borromeo, In Padova 1750. 4. presso Giovam- 
battista Vidali . Tale è il merito di queste stanze , che il Co. Algarotti asserì 
che avrebbe potuto giustamente vantarsene il Berni . Nulla dirò della Cicalata , 
nella c-uale mostra I? Autore quanto bene possedeva le maniere degli Scrittori Fio- 
rentini , e con quanta grazia se ne possa far uso .. 



XXII 

ingegnoso , diretto all' istruzione de' suoi simili , ad illustrazione del 
poema , a vantaggio della nostra lingua . 

Ed era egli così persuaso , che dagli antichi Poeti e Scrittori a 
preferenza cT altri apparare si potesse la proprietà delle voci , la pur- 
gatezza dello stile, la vivacità delle immaginazioni, la forza nel ma- 
neggio delle passioni , che non solo cercò di trasportare ne' suoi versi 
le loro bellezze , ma ad altri ne inculcò la lettura e lo studio ; e spes- 
se volte ancora si scagliò contro coloro , che non conoscendo il bello 
de' nostri poeti e prosatori, ardirono di screditarli, ed usciti dagl'Ita- 
liani giardini, invitarono gli altri a vagare oziosi ed a trastullarsi per 
li nojosi campi e per le foreste degli stranieri . Si adirò V Ab. Gen- 
nari contro costoro, e veggendo già serva F Italia, soffrir non seppe, 
che la lingua istessa natia concorresse a far sì , che sembrasse il no- 
stro Paese 

Non Donna di provincie , ma bordello ; 

e ciò fece con tant' arte e con tale squisitezza di stile , che F Epistola 
in versi, dettata a questo proposito da lui, fu da molti attribuita con 
lode al celebre Co. Francesco Algarotti , e ristampata perfino tra le ope- 
re di questo insigne letterato nelF edizione di Livorno {a). Conosceva 
egli però, che siffatto modo di pensare e di scrivere era da molti di- 
sapprovato, e che per tal guisa procurava a se l'inimicizia di coloro, 
che amando più F enfasi che la dilicatezza, desiderato avrebbero che 
meno aggiustato nelle parole e più felice nella immaginazione avesse 
egli dato a' suoi componimenti quella forza e quella vivacità che sa 
qualche volta esser bella, e tanto più attrae , quanto più si allontana 

dalle 



(a) Questa Epistola che comincia : Alfin s" 1 è scosso dal profondo sonno , è di- 
retta all' Ab. Domenico Salvagnini Padovano, e fu stampata in Padova senza data 
di anno , che fu il 1760 . Venne restituita al proprio Autore nella Vita che del 
Co. Algarotti pubblicò I' Ab. Domenico Michelessi . Si veda il Tom. I. p. xxxiv. 
delle Opere del Co. Algarotti stampate in Venezia 1' anno 1791 . Nel Giornale 
Enciclopedico di Vicenza pel mese di Agosto del 1786. pag. 74. si legge: „ per- 
„ che non in vece di lodar quelle (Epistole in versi) dell' Algarotti e del Para- 
„ disi , taluna bellissima del Cav. Pindemonte , dell' Ab. Gennari " ? ec. Il Sig. 
Giulio Trento di Trivigi nel suo Sermone intitolato il Genio ( pag. xxvi. ) loda 
questo Sermone dell' Ab. Gennari , Io chiama aureo , che si dovrebbe ristampare 
di tempo in tempo ec. , e lo ristampò nel Tom. XII. delle Poesie rare o inedite 
«he raccolse . Fu pure questa Epistola ristampata nel Tomo III. delle Nuove 
Memorie per servire alla Storia letteraria ec. Di quello e di altri Sermoni dell' 
Ab. Gennari scrisse dementino Vannetti nelle sue lettere pubblicate in Pavia , 
179$. pagg. 39. fj, 55. 2?o; se ne parla alla pag. 32. della Vita di Vannetti pre- 
messa alle lettere, e nel Tom. II. dell'Opera compilata dallo stesso Vannetti so- 
pra Orazio. 



XXIII 

dalle traccie altrui. Ma oltre che è noto per ognuno quanto ponno 
nella poesia le prime idee istillate a' giovanetti , oltre il pascolo che 
offrono que' sommi Poeti a chi ne studia maturamente i concetti , era 
difficile e pericoloso all' Ab, Gennari il deviare dall' intrapreso sentie- 
ro , che approvato da' più grandi ingegni e da tutte le età , gii sem- 
brava conseguentemente il migliore . 

Egli è ben facile di giudicare qual fama per tal via accompa- 
gnasse il nome del nostro Gennari , quanti a lui ricorressero o per 
addimandargli parere in quistioni di amena letteratura , o per sotto- 
porre all' esame ed al giudizio di chi sì ben conosceva le regole co- 
stanti del bello qualche prodotto del proprio ingegno: donde il tito- 
lo , ei dice , che gli fu dato di acconciaossl (a) ; o per ottenere da lui 
qualche verso, in una età principalmente, in cui nessuna circostanza 
avvenir poteva lieta o funesta , che celebrata e decorata non fosse di 
una Raccolta . Né v 1 ebbe infatti a que' tempi fausto e nobile Ime- 
neo , per cui o spontaneamente o forzatamente non cantasse Y Ab. 
Gennari ; ed è perciò che , scrivendo all' Ab. Cumàno , protesta di 
voler vincere una volta la naturale sua piacevolezza di scrivere per 
altri; e se avverrà, egli aggiunge, che di qualche rima io sia dimanda- 
to , farò cuore , e dirò a tutti di no (£) . 

Sebbene però non abbia perfin che visse tenuta la protesta, areb- 
be pure dovuto farlo a ragione . Imperciocché occupato assiduamente 
nel verseggiare, né in scipite canzoni esercitando la vena, pochi in- 
tervalli di tempo dedicar poteva agli altri studj ; ne 1 quali volendo pur 
profittare, ciò non fu se non con danno della fisica sua costituzione . 
Né potrebbe a meno di non affaticarsi soverchiamente chi volesse suc- 
cessivamente e con vantaggio, come fece TAb. Gennari, percorrere 
la Storia, la Fisica, la Metafìsica, la Storia naturale; per nulla dire 
della Teologia, che prescelse come propria del sacro Ministero che 
professò, sostenendone anche pubbliche Tesi che lo promossero al 
grado di Dottore (e); e per tacere delle matematiche, da lui studiate 
in segreto e di per se solo . Il conoscere chiaramente , così scriveva all' 
amico Salvagnini (d) , che sen\a la chiave della matematica non si può 
ben capire la moderna fisica, per la quale ho un sommo diletto, mi ha 

mes- 



ta) Così in una lettera scritta al Co. Giulio Tomitano li 3. Agosto 1787. 

(£) In data del 1. Settembre 1745. 

ir) Li 25. Settembre 1745. 

(d) In data de' 4. Giugno 1780. 



XXIV 



messo in capo codesta fantasia . Oltre a ciò , perchè è* mi pare più agé- 
vole cosa il distinguersi fra gli uomini per questo capo che per altre scien- 
te che sia : e credetemi , che quelli eh" io riputava misteri ed arcani prima 
d' intenderli , ora mi paiono giuochi da fanciulli. Né quindi dee ricono- 
scersi se non come effetto dell' innata umiltà sua, se possessore di un 
ricco tesoro d' idee, lungi dal fasto e dalla voglia di signoreggiare su- 
gli altri, sempre fra letterati si diportò come conviensi ad un sempli- 
ce amatore della letteratura, ad un indagatore delle antichità, ad un 
modesto verseggiatore * 

Ma o che fosse stato il nostro Gennari destinato, per volere di 
chi lo creò, ad istruzione ed esempio de' suoi simili, o che tanto pro- 
fittato avesse nelle scienze , sì che insiem colla lode l' ammirazione da- 
gli altri si procurasse, non gli fu certamente concesso di godere a 
suo beli' agio delle cognizioni acquistate . E se rinunziò all' invito fat- 
togli da' Vescovi di Feltre e di Bergamo , che a gara ambivano di 
fregiare li due Seminarj di sì rinomato e degno Precettore, ricusare 
non seppe di servire a Maestro di nobilissimi giovanetti, quale addot- 
trinando nella filosofia , quale nella teologia , quale nell' amena lette- 
ratura . Trasportossi anche per una simile ragione in Venezia ; e quars 
to amore ivi non trovò egli, quanta stima dalle dotte persone, che 
onoravano allora quella Città Regina, e vi erano convenientemente 
onorati! Maggiormente in tale occasione si legò in amichevole e let- 
teraria famigliarità col Sig. Apostolo Zeno , co' Fratelli Farsetti , col 
Co. Gasparo Goni, col Zanetti, e con altri moki che il conoscevano 
per fama, e che altamente si compiacevano di averlo compagno ne' 
studj . Che anzi essendosi questi dotti occupati nel tessere un Gior- 
nale, che intitolarono Nuove Memorie per servire alla storia letteraria, 
vollero che l'Ab. Gennari vi prestasse l'opera sua con Lettere , con 
Estratti di produzioni altrui, con Novelle di letteratura; al quale im- 
pegno soddisfece egli tanto più volentieri , quanto che oltre il profitto 
che gli promettevano le molte Opere che alla giornata si pubblicava- 
no nelle diverse Città, era certo che grata ed utile riuscita sarebbe 
ogni sua fatica a 

Chi pesca per lo vero , e non ha V arte; 

poiché molti per tal mezzo saper gli dovevano buon grado di quelle 
istruzioni, che arebbero inutilmente procurato di procacciarsi d'altronde. 
Questo buon desiderio però di servire gli amici , d' istruire li me- 
no 



XXV 

no dotti , e di secondare per ogni via V avanzamento delle scienze e 
della letteratura , sì che la penna non potesse talvolta gir presso al 
suo buon volere, fece allora maggior pompa di se, quando minorata 
cogli anni quella energia , cui né la moltitudine né V asperità delie ap- 
plicazioni sembrava grave , tutto limitossi ad uno studio , che quanto 
era adattato alle idee colle quali avea sempre alimentato il suo spiri- 
to , altrettanto era grato al suo cuore , perchè aggiravasi intorno alla 
Storia della propria Patria , eh' egli ben conosceva quanto rispettabile 
fosse stata per lo passato . Avea egli già soddisfatto bastantemente al 
dovere di letterato e co' poetici componimenti e colle dissertazioni co- 
municate alle Accademie degli Orditi e de 1 Ricovrati , e colle Memo- 
rie inserite ne' Giornali o pubblicate separatamente , e se avea servito 
alla qualità di Cittadino coir essere utile agli altri e coli' indefesso eser- 
cizio del sacro suo Ministero, solo mancava che la Città tutta ne ri- 
traesse quel decoro, che non potea ripromettersi che da lui. E tale 
infatti fu sempre la mira dell' Ab. Gennari, di porre cioè in più chia- 
ra luce quanto a Padova apparteneva di vecchie memorie degno dì 
essere ricordato . Ma ben conoscendo la difficoltà deli' impresa , cui 
s'era appigliato l'amico di Lui Ab. Brunacci nel compilare una gran 
parte di Storia Padovana; ad altra specie di storico lavoro da' suoi 
primi anni si dedicò , e più dilettevole , quali erano gli Annali lette- 
rari della sua coltissima Patria . Rivolti infatti gì' Istoriografi della Pa- 
dovana letteratura a radunare ciò che poteva risapersi dell' antichissi- 
ma Università, nobilissimo ornamento di Padova e dell' Italia tutta, 
loro sembrò di aver esaurito abbastanza l' argomento , se di quegl' il- 
lustri Personaggi trascurato avessero di far parola , che , nati in Pado- 
va, e resi celebri, nulla ebbero di comune colla fama che ottenne 
F Università degli Studj . Ben diversamente la pensò Scardeonl e To- 
masini , allorché de' principali letterati di questa Città vollero tessere la 
vita^ ricordare le lodi, le Opere, gli onori. Quanto sproporzionato 
però è il lavoro di questi Storici al numero degli uomini illustri che 
in Padova ebbero lor culla ! Quanto più decoroso alla letteratura di 
Padova e più utile a' letterati stato non sarebbe II unire in un sempli- 
ce catalogo li nomi di tutti que* Cittadini , che cogli studj e cogli scrit- 
ti aveano eternato la loro memoria, aggìugnendo a ciascuno un bre- 
ve cenno delle opere da essi prodotte ! Queste e simili riflessioni si 
presentavano successivamente al nostro Gennari ; e fu perciò che mol- 
te notizie ei raccolse a quest'uopo, impegnando gli amici lontani a 
d prò- 



XXVI 

procurargli que 1 documenti che non poteva esaminare da vicino, fru- 
gando codici, confrontando edizioni, relazioni, ec; sì che tutto sem- 
brava corrispondere felicemente all' idea gigantesca da luì concepi- 
ta (<?). 

Ma grande era l'immaginato disegno, più grande il colorirlo; ed 
alla mal ferma salute le continue istanze si accoppiavano degli amici , 
che a proprio vantaggio impiegata volevano l'attività di Gennari . 
Quindi ora obbligato a raccorre le memorie intorno alla vita ed agli 
studj del celebre Marchese Polene, che servirono poi all' elogio che il 
'Sig. de Fouchy , Segretario dell'Accademia di Parigi pubblicò di queli' 
illustre Matematico e Professore di Padova (£): ora invitato a compa- 
gno dal Co. Domenico Polcastro e dal Sig. Giannantonio Mussati nelle 
correzioni e negli accrescimenti che stimarono di dover fare al Com- 
mentario di Sertorio Orsato che ha per titolo de notis Romanorum, nel, 
quale molto il nostro Gennari si affaticò (e) ; ora occupato nell'edi- 
zione di Plauto , di Castelvetro , e delle lettere inedite di Annibal Caro 
che adornar volle di Prefazione , di noterelle , e di alcune lettere non 
mai prima stampate eh' egli stesso seppe rintracciare (i) ; ora mosso 
da' Nobili Deputati della Citta, perchè su varie quistioni venissero rag- 
guagliati da lui, e perchè scrivesse una storica informazione della Cit- 
tà dietro a parecchi quesiti , che furono alla Deputazione diretti ad 

istan. 



(a) Il Sig. Ap.Zeno nel Voi. II. delle Vossiane pag. ip£. dice: „ notizia co- 
,, inimicatami dal Sig. Dott. Giuseppe Gennari, letterato di finissimo gusto, il 
7 , quale sta raccogliendo le memorie degli Scrittori Padovani , per illustrare la patria 
„ che gli è con essoìojo comune ". 

(ó) L'eruditissimo Monsignore Angelo Tabroni nel Tomo XII. delle sue Vi- 
t<e ltalorum dottrina excellemium pubblicò un elogio dello stesso Marchese Polen; , 
e Io indirizzò all' Ab. Gennari. Nomina poi egli con lode il nostro letterato 
nel Tomo XIII. dell'Opera medesima, all' occasione che P Ab. Gennari som* 
ministrogli le notizie tutte colle quali formò P elogio dell' altro celebre Professore 
di Padova , Giannantonio Volpi . 

(e) Sì veggano le Lettere ne* suoi Viaggi stranieri di Giacomo Giona Bioern- 
staebl tradotte dallo Svezzese ec. Tomo III. Lett. 12. pag. ip^ . Così pure la let- 
tera dedicatoria al Co. Domenico Polcastro premessa alle Commedie di Plauto stam- 
pate dal Cornino Panno 1764. in Padova; e la pag. xxviii. del Tomo secondo 
de > Saggi scientifici e letterarj dell'' Accademia di Padova. Passò quest' Opera 
commentata, dopo la morte dell' Ab. Gennari , nella scelta libreria de' Sigg. Coo. 
Polcastro . 

(d) M. Accii Plauti Concedi* super stites viginti , &c. Palavi i 1764. Tomi 2. 
in 8. Delle Lettere del Commendatore Annibal Caro scritte a nome del Cardinale 
Aless. Farnese. Padova 1765. Tom. III. 8. 



XXVII 

istanza dell* Ab. Cesare Orlandi, che meditava di ristampare un' Abece- 
dario Storico delle Città d'Italia (a); ricercato ora dagli amici, a' qua- 
li giammai non niegò V opera sua , su mille e varj argomenti , fu co- 
stretto ad abbandonare le cento volte il piano concepito della Storia 
letteraria di Padova . 

Siccome però suole spesso accadere , che nell* occuparci di un ar- 
gomento ci si affacci quello che non avremmo aspettato o desidera- 
to; così il nostro Gennari sempre amante della sua Patria e sempre 
fisso nel pensiere di renderle qualche pubblico omaggio del suo sape- 
re , trasse dal bujo tanti e così preziosi documenti che alla Storia di 
Padova appartenevano, quanti non avrebbe potuto vantare chi pur si 
fosse dedicato a scrivere la Storia di ogni più rinomata Città. Sapeva 
ben egli qual merito e qual fede acquisti P istoria dagli antichi diplo- 
mi , conosceva gli errori di coloro , che su questa Storia si erano oc- 
cupati , e nulla più desiderava, quanto che dimenticato tutto ciò che 
dagli Storici a noi fu trasmesso , li monumenti si raunassero di ogni 
Città, e coli' appoggio di questi tante particolari Narrazioni si pubbli- 
cassero delle Città tutte d'Italia. Quanto era vasta l'idea del nostro 
Gennari , negar non si può che non fosse bella altrettanto e facile ad 
eseguirsi . E possiam dire che l' eseguì in parte egli stesso . Oltre 
T inf or magione istorìca superiormente citata , oltre il Trattato eh' ei scris- 
se sul? antico eorso d^ fiumi in Padova, nel quale unì pure un Saggio 
della legislazione che gli antichi abitanti di Padova fissata avevano su 
questa materia: non cessò mai di suggerire agli amici ed ai letterati 
qualche argomento a trattare, ricordava i fonti, onde potessero rica- 
vare le opportune notizie , e loro somministrava que' documenti che 
possedeva egli stesso, perchè concorressero alla sua mira. Più e più 
volte esaminò quegli Scritti eh' erano sottoposti alla censura di lui, e 
senza presunzione, senza rimproveri, ma placidamente e spontanea- 

mer> 



{a) Sì legga h Lettera dèi Co. Antonio Maria Borromeo al Co. CittTtppt Per* 
lì Remondini premessa all' Informazione Storica della Città di Padova stampata in 
Bassano l'anno 1796. in 8; e da quella lettera pure si rileverà che poco aggiunse 
l'Autore al suo Scritto consegnato nei 1767. alli Nobili Deputati. Ho qui no- 
minato V Abecedario di cui 1' Ab. Orlandi pubblicò pochi volumi piuttosto che 
V Iconologia del Ripa accennata dal Sig. Conte per esser io stato avvertito dell'er- 
rore corso in questo proposito. 



XXVIII 

mente li correggeva? e raro era il caso che non li riformasse e non 
gli arricchisse eziandio . Ebbero per tal modo nuova vita da lui le 
opere del Verci dal nostro Gennari medesimo suggerite, fregiate di 
più documenti e replicatamente corrette . Da questo zelo istesso era 
egli animato , allorché scrivendo agli amici , gì' invitò tutti a rintrac- 
ciare e raccogliere quante vecchie carte per loro si potesse dirette ad 
illustrare la Chiesa di Chioggia , e ad ampliare V Opera che avea alle 
mani e che pubblicò il Canonico Girolamo Vianelli. Quanti consigli 
e quanti diplomi non ottenne da lui il Sig. Arciprete Masiero sulla 
Pieve di Pernumia ? Ma più de' suoi contemporanei che dell' Ab. 
Gennari io dovrei favellare, se delle Opere di tutti quelli io volessi 
far parola, nelle quahr egli ebbe parte o col suggerirne l'idea, o col 
somministrare que' lumi che da lui si ricercavano , o coli' esibirli sen- 
za neppure che fossero addimandati, sì che 

molte fiate 
Liberamente al dimandar precorse . 

Che se tanti vantaggi da lui recati alla Storia erano degni di 
plauso, non soddisfacevano però mai air aspettazione della Patria sua, 
che da Gennari bramava la compilazione della propria Storia. E ciò 
poteva a ragione pretendersi da lui: poiché, giunto l'Ab. Brunaccì 
vicino a morte (a)-, e chiamato a se il nostro letterato, ad esso lui 
consegnò quella parte di Storia patria nella quale avea sudato trenf 
anni , e della stessa destinollo correttore ed editore . Gioirono li Cit- 
tadini al vedere che colla morte dell' Ab. Brunacci non perivano quel- 
le speranze eh' essi avevano fino allora nudrite ; e mentre dal giudizio 
di Brunacci ne venne lode air Ab. Gennari, le lusinghe si accrebbe- 
ro negli amici di lui di avere finalmente alla luce quanto erasi per 
opera del benemerito Cittadino raccolto sulli fasti dell'antica Città» 
V invidia però e V ignoranza, 

CK hanno poten\a di fare altrui male , 

e che bene spesso dalle buone azioni più che dalle ree pascolo rice- 
vono 



(a) Morì il giorno gì. Ottobre 1772. in età di anni 61 



XXIX 

vono e vigoria , rispettare non seppero la disposizione del defonto , 
Brunaccì , l'oggetto che aveva avuto di mira, le fatiche sostenute; 
T onore che ne derivava alla Città , la persona scelta da lui : e fu 
quindi obbligato Y Ab. Gennari per istanza altrui a depositare lo scrit- 
to dell 1 amico , e il denaro che da quello avea ricevuto per V edizio- 
ne, ad una Veneta Magistratura. 

Prevedendo egli che V Opera di Brunaccì si sarebbe facilmente per- , 
duta, lungi dall'imbarazzo e dall'avvilimento che altri avrebbe in sif- 
fatta circostanza sofferto, non tralasciò le incominciate fatiche, e con 
più di coraggio ammassò documenti e memorie che alla Storia servir 
potessero della sua Padova . Lo sgomentava però la grandezza dell' in- 
trapresa. Di una Città doveasi scrivere di origine tanto ignota che va 
a perdersi nella favola : di una Città, ch'era stata potente: la di cui 
sorte tanto aveva influito su quella delle vicine contrade , e che per 
tante ragioni potea dirsi famosa . E siccome gli antichi Padovani furo- 
no temuti e rispettati nelle alleanze e nelle ostilità ; così parlando del- 
ie ragioni che mossero la Comune, o chi la governava, a prendere 
un partito nelle discordie , le ragioni addurre si dovevano della loro 
condotta; r ciò che tanto più malagevole sembrava ali 1 Ab. Gennari, 
quanto che obbliare non si poteva la serie delle italiane fazioni. Il 
timore di ben riuscire in quest' opera, V avanzata età di lui, la dili- 
catezza di un fisico sì malconcio dagli studj e dalle sostenute me- 
ditazioni , il carico che tutto giorno gli addossavano gli amici , 
e mille altre combinazioni lo trattenevano dal dedicarsi a questo la- 
voro . 

Fu infatti in quel tempo che stimolato dal Conte Fioravante degli 
Anioni Avogaro egli tradusse il poema di Albertino Mussato: fu allora 
che il Mercatante Prussiano Sigismondo Streit, che pel lungo soggiorno 
fatto in Padova ben conoscea quanto ripromettere si potesse da Gen- 
nari, lo indusse a scrivere sei Orazioni in lode della Serenissima^Yc- 
neta Repubblica, che vider la pubblica luce i e che Tennero a torto- 
attribuite ad altrui {a) . E qual fatica intraprèsa ei non avrebbe , se 

jdaK 



. . . 

(a) Nella Raccolta stampata in morte di Monsignore Ginolfo Speroni degli Al- 
v a rotti ' Canonico della Cattedrale di Padova . Per il Conzatti 1782. (pag. xxviii. ) 
^1 attribuiscono a lui rutte le dodici Orazioni fatte stampare da questo Mercante 

Prus- 



XXX 



dalla sua penna, cj&c non potea starsi oziosa, avesse preveduto che si 
fosse per alcun modo ottenuto vantaggio? Conoscitore profondo degli 
antichi caratteri, pe 1 quali molto si affaticò > fu invitato a riscontrare 
con moka pazienza ed incomodo la copia de 1 Sermoni di S» Antonio 
col Codice originale di essi y chiamato volgarmente il Messale di S. An- 
tonio {a). Incaricato altra volta di esaminare que' volumi dell'Enci- 
clopedia metodica che appartengono alla Grammatica ed alla lettera- 
tura , con qualche articolo e con annotazioni li migliorò , per guisa 
che più, degna ne riuscisse la ristampa, e corrispondessero alla fama 
della Città che li riproduceva . Lo stesso egli fece del Dizionario Sto- 
rica, che corretto per opera di lui de' molti errori che vi si scontra- 
vano y ed arricchito di pie e pia articoli nuovi, fu poi pubblicato in 
Bassano colie nitide stampe del Nobile ed ornatissimo Sig. Co. Giusep- 
pi Rimondini. 

Ma per quanto fosse a lodarsi la diligenza e lo studio eh' egl* im- 
piegava in questi lavori , era però sempre un servire alle voglie aì- 
rrui, senza che potesse restarne pago quel genio , che atto si trovava 
a più ardue fatiche, a voli più coraggiosi. Se non che erettasi in Pa- 
dova dalla munificenza del Veneto Senato un' Accademia di scienze , 
lettere, ed arti, colla unione dell' Accademia Agraria, e di quella de' 
Ricovrati, nella quale aveva l' Ab. Gennari sostenuto per molti anni 
il carico di Segretario perpetuo (£); fu egli dichiarato membro del 
nuovo utilissimo Istituto, e nuov' impegni assunse per corrispondere 

air 



Prussiano (che si effee essere nn Lord deFf* Inghilterra ) ; mentre una di esse fa 
scritta dsdV Atr. Sebastia-no- Mingbello % e sei dal nostro Gennari . Gli originali di 
queste esistono fra i manoscritti del loro Autore , ed il Sig. Co. Antonmaria Bar- 
romeo possiede una Copia della stampa che se ne fece, e eh* è rarissima . Egli 
gentilmente mi permise di usarne. 

O) Vedi la pag. 8. della prefazione premessa all'Opera che nel 1786. puf> 
blicò in Venezia l T Ab. Emanuele Azevedo col titolo dì Tasti Antoni ani . lì P.M. 
Bonaventura Peri sciuti per questa e per altre fatiche da Gennari sostenute relativa- 
mente a tale oggetto gli fece a titolo di gratitudine coniare una medaglia d'argen- 
to dorato, che nel drirto ha l'imagine di S. Antonio, e nel rovescio la seguente 
iscrizione : I. G. A. PA*. COD. S. ANT. RE. F. B. P. O. cioè Iosepbo . Gen- 
nari. Academico . Patavino. Codi ci s . S aneti . Antoni 7 . Revisori. Fr. Bonaventu- 
ra . Perisctuti . Qfert. Nel contorno MDCCLXXXII. KaJ. Aprilis. 

(£) Era succeduto alPAb. Alberto Calza , che fu suo Maestro di umane let- 
tere, e, che avea coperto il posto di Segretario in quell'Accademia onorevolmente 
per lungo tratto di rempo. 



XXXI 

all'aspettazione del Corpo, che degnamente il rispettava, ed ai do- 
veri che gì' incombevano. E perchè sembrava che già disperasse di 
tessere l' istoria immaginata , oltre il Saggio , che ad istanza della So- 
cietà egli dettò sulle varie Accademie che fiorirono in Padova antica- 
mente, aggradito e lodato da' più celebri letterati, su moki e dilette- 
voli punti di Storia patria scelse spesse volte di trattenere 1' Accade- 
mia , ora li costumi esaminando de' Padovani ne' bassi tempi , ora in- 
vestigando qual fosse l'estensione dell' antico Territorio , ed ora di 
qualche illustre Concittadino rammemorando la vita e le gesta . 

Passava egli in siffatti studj , e nella continua corrispondenza co' più 
dotti letterati il suo tempo , sì che mai non gli fu concesso tanto di 
ozio , onde raccogliere e pubblicare potesse li molti applauditi sermo- 
ni da lui composti in diverse occasioni ( siccome ebbe in animo di fa- 
re ) , quando giunse queir epoca che fatale a Padova egualmente che 
alle Città tutte d'Italia, non lo fu meno al cuore del buon Cittadino. 
Se non che ritirato Gennari fra* libri, che soli sembravangli pro- 
mettere quella tranquillità che ritrovare altrove non potea, n'ebbe da 
essi quel frutto che non meditava . La circostanza de' tempi risvegliò 
al Nobile Sig. Conte Girolamo de' Dottori , che fu suo discepolo, il de- 
siderio di sapere quale fosse lo stato di Padova , quale la gloria de' 
Cittadini , quali le vicende , mentre anticamente si resse a Comune : 
né da altri potè egli sperare che questo argomento fosse degnamente 
trattato, quanto da chi possedeva tutte le cognizioni ed i documenti 
necessarj a tal uopo. Qual più gradita sorpresa, qual' invito più caro 
al nostro letterato; specialmente perchè gli venne esso fatto col mezzo 
di due distinti Soggetti, il Co. Antonio Maria Borromeo, ed il Co. An- 
tonio Pimbiolo, che per la coltura loro, e per l'amore che sempre 
portarono alle buone lettere, furono giustamente stimati e rispettati 
dall' Ab. Gennari? Breve, e glorioso per la Città tutta, egli preve- 
deva che riuscir dovesse il lavoro : né rimprovero alcuno temer potea 
se prolungando la Storia , e favellando del decadimento che Padova 
anticamente soffrì, esaminate avesse e riferite le strane vie che altri 
adoperò a danno de' Padovani • Ne accetta pertanto l'impegno, e, 
ad onta degli anni tutto s' impiega ad ordinare quelle idee , ed a ro- 
vistare que' documenti che concorrere dovevano alla grand' Opera « 
Tesse , in una parola, la bramata Istoria; ma già ridotto il lavoro a 
tale che promettevasi dovesse presto giungere a perfetto riuscìmento , 
sembrò allo stésso coltissimo Cavaliere che informe ancor fosse la v. M 

seri- 



xxxi r 

scrizione che abbiamo degli antichi fasti di Padova ; e richiamato il 
nostro Scrittore dall'avanzato cammino, lo animò e lo invitò ad ordi- 
re il racconto da' tempi li più rimoti e favolosi . Seguì V Ab. Genna- 
ri anche il nuovo consiglio , e con purgato facile stile , con soda 
critica , e sempre appoggiato ad incontrastabili documenti ( per quan- 
to la distanza delle Epoche il permetteva ), le vicende descrisse dell' 
antichissima Patria sua . Non potè però egli a meno di non dubitare 
moltissimo che la morte sorpreso V arebbe pria che P Opera fosse con- 
dotta al suo compimento . Anch' io in questi mesi procellosi , così scris- 
se al dottissimo amico suo V Ab. D. Iacopo Morelli (<*) , ho intrapreso 
un lavoro storico per comando e per consiglio altrui, che non era della mia 
età , e forse non potrò terminare . Ma tale occupazione ha servito almeno 
ad alleviare in parte la somma de mali che ci opprimeva. 

Accadde infatti, e pur troppo, ciò eh' egli temeva potesse avveni- 
re ; poiché illanguidita vieppiù la sua macchina e minacciato bene 
spesso da qualche leggier colpo di apoplessia, li 31. di Decembre dell' 
anno 1800, col terminare del Secolo XVIII, finì virtuosamente e pla- 
cidamente i suoi giorni in età di anni settantanove (£) . Informe rima- 
se 



(a) Gli 11. Febbraio 1798. 

(ù) Era nato il giorno io. di Novembre dell' anno 1721 . Fu sepolto nella 
Chiesa Parrocchiale di S. Pietro, e l'eruditissimo Sìg. Ab. D. Gaetano Cognolato 
Canonico Teologale di Monselice ad istanza mia ne scrisse un breve elogio lapida- 
rio, che fu collocato sulle ceneri del defunto : 

QVIETI . ET . MEMORIA 

IOSEPHI . GENNARI 

PRESBYTERI . PATAVINI 

POLITIORIS . HVMANITATIS 

CVLTORIS . EXIMII 

ANTIQVITATVM . ET . HISTORLE. PATRIA 

QVAM . EDITIS . VOLVMINIBVS . ILLVSTRAVIT 

PERITISSIMI 

NEPOTES . EX . FRATRE . POSVERVNT 



PIVS. VIXIT. AN. LXXIX. MENS. I. D. XVIII 



DECESSIT . PRID. CALEND. IANVAR. JVIUCCC 
RE. IN. PACE 



XXXI II 

se colla morte di lui la Storia di quest'antica Città, eh 1 egli avea ri- 
dotta a buon termine; ma non è a credersi che sia per mancare a Pa- 
dova un eloquente Scrittore, un buon Critico, un onesto Cittadino 
che la renda perfetta e la prosegua . Non v 1 ha forse in Padova chi 
difese i suoi Cittadini dalla Patavinità o bonhommie loro attribuita da 
uno Straniero ? Possa il voto de" buoni , che pur sarebbe quello an- 
cora del nostro Gennari , volgere V animo e la penna di sì applaudi- 
to Scrittore a sì bell'opera, degna solo di lui! 

Se la vita letteraria dell' Ab. Gennari che ho descritta fin qui , di 
esempio e di conforto dev' essere a quelli che pel difficile sentiero del- 
le lettere e delie scienze amano d' innoltrarsi, molto più meriterebbe- 
ro questi della Società se a lui si conformassero nella vita civile e re- 
ligiosa. Umile senza viltà visse egli sempre contento della propria sor- 
te, né giammai tentò di migliorarla a danno de 1 suoi studj diletti. Non 
mancarono infatti gli amici di stimolarlo più volte , perchè implorasse 
da' Signori Riformatori dello Studio ora una Cattedra di civili istitu- 
zioni : ora quella di umane lettere vacata per morte di Giannantonìo 
Volpi , cui a lor parere assegnar non poteasi un successore più degno : 
ora finalmente il carico di pubblico Bibliotecario, allorché cessò di vi- 
vere il V. P cristiani ; ma quanto aggradimento dimostrava il nostro let- 
rerato al favorevole giudizio che di Lui si portava , altrettanto lungi 
dall' ambizione amò egli di dilatare la sua fama colle proprie fatiche, 
senza che questa derivar gli dovesse da un pubblico impiego . 

La stessa bontà ed umiltà fece sì , che ambì continuamente di ac- 
crescere la fama degli amici o di quelli che a lui ricorrevano , senza 
che ne portasse vanto o ne pretendesse la pur meritata lode. Nessuno 
mai riseppe da lui quante notizie sui Vescovi di Padova abbia comu- 
nicate al defunto Monsignore Niccolò Antonio Giustiniani di rispettabile 
memoria ; né mai si lagnò , perchè nel tessere la serie de' suoi Ante- 
cessori non abbia il piissimo Prelato seguito quei piano , che sui prin- 
cipi di buona critica diplomatica gli avea egli segnato in una lunga 
Memoria . Non partecipò ad alcuno quanti lumi e quante erudizioni 
sopra Torquato Tasso somministrato avesse all' Ab. Serassi, che la vita 
pubblicò di quel Poeta immortale ; né disse mai come spesso abbia e- 
gli corrette e rimpastate ancora le produzioni di coloro a' quali prote- 
stava amicizia. E se il Canonico Avogaro , il P. Federici, V Ab. Co- 
stan\i , Monsignor Francesco Dondiorologio , Tommaso Temanoci , il C ano- 
nico Vianelli , e tanti altri dottissimi Scrittori non avessero resa nota 
e col- 



XXXIV 

colle stampe la gratitudine che professavano air erudizione di Genna- 
ri, né pubblicamente né in privati colloquj ne avrebb' egli menato 
rumore. Molto meno poi faceva il nostro letterato pompa alcuna di 
se, allorché dagli amici era impiegato a portar giudizio su qualche 
letteraria quistione ; e non di raro anche avvenne , che , non interro* 
gato da essi, cercò spontaneamente le vie per conciliarli. Ed a tale 
giunse in ciò la sua moderazione , che avendo Tommaso Teman^a di- 
vulgate alcune osservazioni, nelle quali si dimostrò alieno da certa o- 
pinione che F Abb. Gennari aveva esposta nel Trattato suir antico 
corso de' fiumi in Padova , non solo non volle difendersi , ma trovato 
avendo di poi nuovi documenti , che vieppiù provavano P errore in 
cui era F avversario caduto , non ne fece uso di sorta , .amando me- 
glio , conT egli protestò (d) , di anteporre la sua amicizia ad ogni ben- 
ché giusto risentimento. 

Di tanto amore però sempre conservato agli amici e palesato per 
tante vie fu ben corrisposto F Ab. Gennari non dagli amici soltanto, 
ma dappiù celebri letterati d'Italia, molti de' quali invitandolo ad una 
corrispondenza di lettere approfittavano sovente delle sue vastissime 
cognizioni. Tali furono un Apostolo Zeno, un Marchese Muffiti, un 
Conte Giuseppe Torelli, un Giuseppe Bartolì, un Ab. Serassi , un Ca- 
valier Tiraboschi , che avvertito dal nostro Gennari di alcuni errori 
sparsi nella sua Storia della letteratura , molto applaudì agi' insegna- 
menti di lui , e ne fece quelF uso , che per lui si doveva (£) • Fu e- 
gli lodato ancora dagli stranieri , senza che avesse giammai tenuto 
commercio con essoloro; e basta leggere le lettere di Giacomo Giona 
Bioernstaehl stampate in Poschiavo (e) , ed i Viaggi del celebre de la 
Lande (d), per assicurarsene. Che dirò poi della famigliarità eh* egli 
godeva col Marchese Poleni , con Giannantonio Volpi , col P. Valsec- 
eli, con Gio. Mar sii) , con Girolamo Zanetti, con Gasparo Patriarchi, 
col P. Calogierd , col Canonico Avogaro , con dementino Vannetti ? Che 

dirò 



{a) Così in una lettera , che scrisse all' Ab. D. Iacopo Morelli li 28. Set- 
tembre 1776. 

(b) Sì vegga la seconda edizione Modenese della Storia della letteratura ita- 
liana: Tomo VI. pag. 452. Parte III. pag. 1024-25' Tomo VII. Parte III. pag. 
1314. Parte IV. pag. 161 1. Tomo Vili. Parte II. ec. ec. 



0) 1785. Tom. III. lett. 12. pag. io?. 



Tomo IX. ediz. 1780. pagg. 44. 52. 



XXXV 

dirò de' Pastori di Arcadia, che fino dall' anno 1746. gli destinarono 
un seggio in Parnaso , chiamandolo Nìfastc Callicratèo (a) ? Di queste 
e di molte altre cose ancora io potrei favellare, che all'onore, alla fa- 
ma , all' ingegno appartengono di lui : ma così facendo , dispensare 
non mi potrei dall' accrescere l'acerbità recataci dalla sua morte, sen- 
za speranza di ridonare alle lettere un uomo di tal sapere, un vero 
cittadino alla Patria , un Gennari agli amici . 



(a) Oltre gli Arcadi, ed i Ricovrati, oltre V Accademia di Scienze, Lettere ed 
Arti di Padova, molte altre Società vollero annoverare 1* Ab. Gennari fra* mem- 
bri che le componevano . Nel 1745. fu aggregato tra 7 Fluttuanti del Finale di 
Modena : nel 1754. tra gli Agiati di Roveredo col nome di Filomasio: nel 1755. 
tra' Rinnovati dì Asolo : nel 1758. tra' Risorti di Capodistria : nel ij66. tra gli 
Accademici di Forlì : nel 1786. tra gli Eccitati di Este . 



xxxvii 



OPERE 



deli! ab. 



GIUSEPPE GENNARI 



lN, 



elle Memorie per servire all' istoria letteraria trovami molte 
lettere ed estratti dell' Ab. Gennari . Tali sono nel Torno I. 
■parte III. pel mese di Marzo iy53 la lettera a pag. 3. pel 
Blese di aprile, a pag. 12. pel mese di Maggio , a pag. 18. 
ed a pag. 35. Nel Tomo IL pel mese di Agosto , pag. 12. di 
Settembre , pag. 54. di Ottobre , pag. 12. di Novembre \ pag. 17. 
di Decembre , pag. 5i . Nel Tomo III. per il mese di Marzo 
1754. a pag. Sg. di Aprile , pag. 7. di Maggio , pag. 25. Nel 
Tomo IV. per il mese di Luglio , pag. 23. di Settembre, pag. 20. 
di Novembre , pag. 44. Nel Tomo V. pel Mese di Maggio 1755. 
pag. 20. e 65 . Nel Tomo VI. per il mese di Agosto , pag. 24. 
di Ottobre, pag, io. di Decembre, pag. i3. e 17. Nel Tomo 
VII. pel mese di Marzo 1 756. pag. 33 . Nel Tomo Vili pel 
mese di Novembre dello stesso anno , pag. 1 5 . Nel Tomo XI 
per il mese di Marzo ijd8. pag. 209. (^ questo un breve Elo- 
gio del fu Sig. Giulio Pontedera Projessore di Botanica nelV U- 
ni ver sita di Padova , che V Autore fece anche ristampare in Pa- 
dova con qualche aggiunta ) . Nel Tomo XII. per il mese di 
Luglio 1758. pag. 65. e finalmente nel Tomo IV. delle nuove 
Memorie per servire all' istoria letteraria, pag. 116. v' ha V elogio 
di Giuseppe Antonio Pujati , Professore di Medicina neW Uni- 
ver sita di Padova , stampato anche a parte . 

II. Lettera ad un amico lontano intorno alle rovine causate al Pa- 

lazzo della Ragione di Padova dal turbine del dì 17. Agosto 1756. 
Padova in 4. 

III. Delle Lodi di Sua Eccellenza il Signor Cavaliere Niccolò Eriz- 
zo Procuratore di S. Marco per merito . Orazione . In Vene- 

-zia 1767. 4. 

IV. NelV Europa letteraria, per il mese di Ottobre 1769. breve Elo- 
gio del defunto Doti. Facciolati : per il mese di Marzo 1770 , 

Eh- 



xxxviu 

Elogio del Sig. Tartlnì : per il mese di Luglio dello stesso anno , 
notizie intorno alla vita di Paolo Brazolo Milizia : per il mese 
di Agosto 1771* lodasi V Ab. Gennari come autore di molti 
Estratti . 

V. Orazione in morte di D. Gaetano Dott. Dallafiore Vicentino Con- 
fessore delle Vergini Dimesse di Padova. Padova senza data 

(1772)4. 

VI. Elegia inglese del Sig. Tommaso Gray sopra un Cimiterio di 
campagna trasportata in versi latini e volgari. Padova 1772. 8. 
(la traduzione latina è del ceL Sig. Ab. Gio. Costa ) . 

VII. Dell' antico corso de' fiumi in Padova e ne' suoi contorni, e de 7 
cambiamenti seguiti r con alt^e curiose notizie , e un Saggio del- 
la legislazione de' Padovani sopra questa materia . Padova 1776. 4. 

Vili* Lettere ( due ) inserite nel Tomo trentesimosesto della nuova 
raccolta d'opuscoli scientifici e filologici. Venezia 1781. 12. 

IX. Saggio Storico sopra le Accademie di Padova . E y stampato ne l 
primo Tomo de y Saggj scientifici e letterarj dell' Accademia di Pa- 
dova * 

X. Elogio di Girolamo Zanetti . Nella Storia premessa al Tomo se- 

condo degli stessi Saggj . 

XI. Relazione di alcuni sepolcri degli antichi Re di Sicilia aperti 
ed esaminati . Nella parte seconda del Tomo terzo degli stessi 

XIL Sopra l'origine del Vescovado di Malamocco * Nella stessa par- 
te seconda del terzo Tomo de' medesimi Saggj . 

XIII. Notizie spettanti al Beato Niccolò Giustiniani Monaco di S. Nic- 
colò del Lido . Padova 1794. 4. 

XIV» Ragionamento pubblicato neW occasione delle faustissime nozze 
della Nob. Sig. Contessa Catterina Pappafava con il Nob. Sig. Co. 
Girolamo Polcastro . Padova 1795. 4. 

XV. Informazione istorica della Città di Padova * Bassano 1796. 8. 

XVI. Memoria intorno la vita e le opere d^el Conte Carlo Dottori . 
Padova 1796. 8. ( E s anche premessa all' Asino, poema eroico- 
mico del Co. Dottori ) . 

XVII. A Sua Eccellenza il Sig. Cavaliere Alvise Pisani nel giorno 
del suo solenne ingresso alla dignità di Procuratore di S. Mar- 
co . Orazione . Padova 1 796. 4 . 

XVIII. Degli usi de' Padovani ne 9 tempi di mezzo ne' loro matrimo- 
ni . Venezia 1800. 4. 



OPE 



OPERE INEDITE. 



I. Notizie di Jacopo da S* Andrea lette nella pubblica Sessione delF 
accademia di Padova nel mese di Giugno 1 788 . 

IL Delle Usure degli antichi Padovani , Memoria letta nelV Accade- 
mia di Padova nel Marzo 1789. 

III. Sopra 1 Università di Padova Memoria I . 

IV. Sopra r Università di Padova Memoria II. 

V. Delle Mattinate, Memoria letta nelV Accademia di Padova li 23. 

Dicembre 1 790 . 

VI. Breve Memoria , ossia Piano di un' Opera sopra li Vescovi di 
Padova, a S. E. Reverendiss. Monsig. Niccolò Antonio Giu- 
stiniani . 

VII. Notizie intorno la Patria del celebre Pittore Andrea Mante- 

% na : 

VUL Ricerche sopra li Confini del Territorio di Padova negli an- 
tichi tempi. 

IX. De' Cambiamenti avvenuti ne 1 confini del Territorio Padovana 
ne' tempi di mezzo ; Memoria letta nelV Accademia di Padova 
nell'Anno 1796. 

X. Sopra alcuni pezzi di terra cotta con lettere . 

XI. Cenni sulV antico Commercio e Navigazione de' Veneziani . 

XII. Elogio del Sig. March. Già. Poleni , letto nelV Accademia di 
Padova . 

XIII. Sul rinovamento e i progressi delle Umane Lettere in Italia , 
Discorso Accademico . 

XIV. Relazione di un' Opera MSS. 

XV. Lettera di Giv seppe Gennari , all' Ornatissimo Signore Ab. 
D. Pietro Ceoldo . 

Si tralascia da noi di aggiungere a questo Catalogo le Orazioni e 
Latine e Italiane che V Ab. Gennari scrisse per altri , come 
pure le Epistole , i Sonetti, e le Canzoni, che dettò ed inserì 
nelle Raccolte Poetiche . 



ANNALI 



DELLA 



CITTA DI PADOVA* 



^ ¥¥¥¥¥ Y¥¥¥¥¥^¥*¥^Y¥¥¥fY¥¥^¥Y J fH^¥¥f¥¥¥¥+^¥¥^f*¥*^Y^ J fY^ 







scurissima è P origine de' popoli Veneti , che diedero il nome a 
queste belle contrade d' Italia , dove fu edificata la nostra Città , e so- 
lamente dal dotto Polibio sappiamo , eh' erano una gente più antica 
de' Celti , e che su di essa raccontavansi molte cose , e molto i tragi- 
ci poeti avevano favoleggiato . Sospettò Stratone che derivassero da 
que' Veneti , che abitavano 1' Armorica , ossia P odierna Bretagna , e i 
Francesi esaltatori e magnificatori delle cose loro sostengono come cer- 
ta questa opinione, la quale nondimeno è falsa. Imperciocché lascian- 
do altre ragioni , attesta il suddetto Polibio , che la lingua de' Veneti 
era diversa da quella de' Galli , e la diversità del linguaggio è chiaro 
indizio della differenza di origine . I Lombardi discendenti da' Galli 
conservavano ancora P aspro accento de' Celti , laddove i nostri un dol- 
ce e molle suono usano nella pronuncia . 

Né meno falso è il parere di tale , che da una barbara e selvaggia 
popolazione chiamata Veneta o Vinida , la quale soggiornava su le 
gelate spiaggie del Baltico fa discendere i nostri Veneti ; né io mi fer- 
merò a confutarlo . Ben è più probabile che sieno essi una colonia de' 
Veneti Paragoni , qua venuti dall' Asia in rimotissimi tempi , quando 
erano tanto frequenti P emigrazioni de' popoli . Ma è credibile ancora 
che quando venne Antenore in queste parti dopo la mina di Troia 
conducendo seco Veneti e Frigi , perciò appunto ci sia venuto , per- 
chè forse era ancor viva la fama , che in età più lontane i Veneti cac- 
ciati dagli Sciti si erano avviati in Italia , ed egli scelse questa parte di 
essa per fondare nuovo impero , dove sapeva che i primi emigrati di 
quella nazione si erano riparati . Checché però sia di questo , tutta P 
antichità è d'accordo su la venuta ài Antenore in queste parti, e Vir- 
gilio dice espressamente che ha fondato la nostra Città , e con Virgi- 
lio concordano storici , oratori , e poeti degli alti e de' bassi secoli . Se 
non che non è lontano dal vero che forse Padova anche prima esiste- 
va , fondata da' Toschi Euganei , che diedero il nome ai vicini colli , 
e niente di più fece per avventura il ramingo Troiano , che quasi 
nuovo fondatore ampliarla e ingrandirla con una colonia di Troiani e 
di Eneti . 

Donde derivasse il nome di Patavis o Padova ci sono varie opinio- 
ni , che si possono leggere presso Servio antico Grammatico, E certo 

è da 



4 ANNALI della citta* 

è da dirsi che vegliando sognasse l' Ab. Facciolatl quando scrisse , che 
se non ci fossero state le nostre acque termali Padova forse non ci sa- 
rebbe, o non si chiamerebbe Patavio . Imperciocché questa voce se- 
condo lui è Tedesca , e significa luogo di acque , com' è di Patavia nel 
Norico , e di Batavia nel Belgio . I popoli , die' egli , della Germania 
frequentando le terme di Abano diedero tal nome a quella contrada , 
che poi restò alla Città . Ma se essa così chiamavasi nel VI. secolo di 
Roma , come si ha da Livio ,, cioè molto avanti che le nazioni Ger- 
maniche mettessero piede in Italia , e se questo nome si legge in mo- 
nete antichissime , non si può abbracciare la bizzarra e strana opinio- 
ne del nostro autore. Costume era de' popoli che abbandonavano il lo- 
ro paese di rinovare la memoria e i nomi delle città abbandonate; co- 
me veggiamo essersi ancora praticato dalle nazioni Europee nelle colo- 
nie di America . Cosi i Crociati tornati dalle spedizioni di Terrasanta , 
per una cotal somiglianza di sito , chiamarono alcuni luoghi d' Europa 
co' nomi di quelli , che avevano veduto oltre mare . Non è pertanto in- 
verisimile , che da qualche castello della Paflagonia , donde vennero gli 
antichi abitatori di queste contrade, abbia sortito il nome la nostra Città. 

Ma per qualunque cagione si nominasse così , che poco importa ù 
saperlo , niente più sappiamo di Antenore , se non che varcato aven- 
do il Timavo dopo molti pericoli , costrinse gli Euganei a rifugiarsi 
ne' monti ; quivi istituì alcuni giuochi ricordati da Tacito , che ogni 
trigesimo anno si celebravano , appose le sue armi in un tempio , e in 
pace morì . 

Dione Crisostomo loda 1' avvedutezza di lui per avere scelto a suo 
soggiorno un' ottima terra : e tale era in fatti la Venezia , dov' ei si 
fermò . Autori Greci e Latini esaltano la feracità de' suoi terreni , la 
copia de' grani che vi si raccoglievano , 1' abbondanza de' vigneti , la 
bellezza de' suoi boschi di alberi ghiandiferi , o resinosi , i copiosi ar- 
menti di cavalli e di buoi , la fecondità delle sue pecore , e la squisita 
bontà delle loro lane . Numeroso era il popolo, grandi le città, indu- 
striosi , e trafficanti gli abitatori, vicino il rnare^ navigabili i fiumi , e 
i canali artefatti , condotti con molta spesa dagli Etruschi , quando si- 
gnoreggiavano queste contrade. Di tai beneficj della natura e dell'arte 
godeva Padova col suo territorio, siccome quella eh' era compresa nel- 
la Venezia , e quasi primeggiava sopra le altre città * Vedremo appres- 
so che crebbe a grande potenza . 

Densa caligine ci copre i fatti di molti secoli sino che si arriva alle 
invasioni fatte da' Galli in Italia. Quella nazione numerosissima, e di- 
visa in molte tribù discese più volte ne' nostri dilettevoli piani , e as- 
soggettò a poco a poco le città degli Etruschi , i quali vinti furono 
costretti a cercare un ricovero ne' monti subalpini , e nel seno dell' al- 
pi medesime . In processo di tempo si avvicinarono all' Italia circom- 
padana, per guisa che la Venezia restò circondata da loro, e i nostri 
dovevano star sempre coli' armi in mano per difendersi , come raccon- 
ta 



D 2 PADOVA. 5 

ta Livio . E questo è grande argomento non meno dell' antica orìgi- 
ne , che della potenza della nostra Città , poiché se potè resistere ai 
Galli , popolo bellicoso , e signore di una gran parte d' Italia , mollo 
tempo prima dovette essere stala fondata , e avere acquistato gran vi- 
goria , poiché le città forti non si formano in pochi anni . 

Ma non solamente fece fronte a quelle barbare orde , ma allorché 
i Galli Senoni, rinforzali dagli altri Galli cisalpini sconfissero l'eserci- 
to de' Romani ad Allia , occuparono Roma , e assediarono la rocca 
Tarpea, i nostri uniti cogli altri Veneti entrarono ostilmente nelle Gal- 
liche terre , e obbligarono i Senoni ad abbandonare 1' impresa , e ac- 
cordarsi co' Romani . V' ha chi crede doversi riferire a questi tempi 
ciò che narra Strahone di Padova, cioè? eh' essa metteva in arme ab 
antico XX. mila soldati ( sebbene quasi tutti i MSS, hanno CXX. 
mille ) , e la parola cntiquitus adoperata dal Geografo conviene be- 
nissimo a una distanza di quasi cinque secoli j che tanti ne corsero 
dalla guerra de' Senoni all' età di augusto , in cui Strahone fiorì , 
Checché sia di ciò la mossa de' Veneti fu la salute di Roma . 

Accadde novant'anni dopo in circa, che Cleonimo Re di Sparta con 
una flotta de' suoi Greci , dopo aver saccheggiato qualche Città della 
Puglia, venne ai lidi marittimi de' Padovani, dove ora sono Chioggia, 
Pai estrina , e Malamocco; e avendo fatto riconoscere da' suoi quelle 
basse spiaggie , trattenne le sue navi nella laguna , e fatti scendere i 
soldati in picciole barche ordinò eh' entrassero nel fiume , uno de' due 
Medoaci, e sbarcassero a dare il sacco a que' luoghi . Avevano i no- 
stri tre grossi villaggi poco lungi dall' acque salse , dove i Lacedemoni 
scesero in terra ; ivi lasciata guardia a' loro battelli si dispersero a pre- 
dare il paese . Giunto 1' avviso a Padova si armò tosto la gioventù , 
che sempre già stava su F armi contro de' Galli confinanti , e si divi- 
se in due schiere : con una assali le guardie che i Greci lasciate ave*- 
vano de' loro schifi , coli' altra attaccò gli sbandati depredatori . Con 
tanto valore combatterono i nostri, che de' nemici non ne campò pur 
uno che non restasse morto o prigione * Indi animati dal buon succes- 
so , e montati sur i leggieri loro navigli sorpresero la flotta nemica 
nelle lagune , la quale in que' bassi fondi difficilmente potendosi muo- 
vere , fu circondata e battuta per guisa , che Cleonimo appena colla 
quinta parte delle sue navi potè fuggire , e guadagnar F alto mare . 
Gli altri vascelli furono bruciati , tranne i loro rostri , che i nostri por- 
tarono in trionfo a Padova, e gli appesero a perpetua ricordanza del- 
la vittoria ottenuta nel tempio vecchio di Giunone . Narra Livio che 
sino a' suoi giorni se ne celebrava ogni anno la memoria con un cer- 
tame di barche nel fiume , che scorreva nel mezzo della Città . 

Erano passati appena venti anni dal fatto di Cleonimo che i Ro- 
mani già fatti grandi coli' acquisto della Toscana e dell' Umbria assa- 
lirono i Galli Senoni nelle loro terre , e gli discacciarono da quelle 
mal occupate contrade , avvicinandosi alla Venezia . Ne nacque acer- 

bis- 



6 ANNALI DELLA CITTA 

bissima guerra , e tutte le Galliche genti si unirono insieme a comu- 
ne difesa su le rive del Po . Allora i Romani valendosi della loro ac- 
corta politica trassero gì' Itali a congiungersi seco contra de' Galli co- 
muni nemici , e inviarono ambasciatori a' Veneti ed a' Cenomani , che 
gli addolcirono , come dice Polibio , e ad essi persuadettero di arma- 
re venti mila soldati , i quali entrassero nel paese nemico , e gli co- 
stringessero a dividere le loro forze . Cosi avvenne , e la mossa de' no- 
stri giovò grandemente a' Romani . Terminò quella guerra colla totale 
disfatta de' Galli , poiché cinquanta mila di essi restarono morti sul 
campo nella Toscana , dove era andato l' esercito per avvicinarsi alle 

jnura di Roma , cui voleva di nuovo prendere e saccheggiare » 

an. di Succedettero i travagliosi tempi della seconda guerra Cartaginese y 

ROMA53Z quando Annibale giurato nemico de' Romani partito dalla Spagna con 
grosso esercito di Africani e Spagnuoli , passati i Pirenei , e attraversata 
la Francia scese dalle balze orribili dell' alpi, e calò nelle pianure dell' 
Italia settentrionale .. Egli sollevò le tribù Galliche intolleranti del giogo 
Romano , promettendo di voler dare ad esse la libertà . Appresso al- 
cune vittorie ottenute da lui quasi tutta l' Italia si dichiarò a suo favo- 
re ; ma i Veneti stettero fermi nell' amicizia de' Romani , ed è verisi- 
mile che sieno intervenuti alla battaglia della Trebbia , com' è certo che 
combatterono in quella di Canne , e vi rimasero tutti o prigionieri od 
uccisi .. Silio Italico ci ha conservato la memoria di Pediano condot- 
tiere de' nostri soldati , e del valore da lui dimostrato in quel memo- 
rabile combattimento, in cui cinquanta mila tra Romani ed Itali han- 
no perduto la vita. 

Non è ben chiaro se prima o dopo la guerra di Annibale la Ve- 
nezia sia diventata una provincia Romana , e per conseguenza i Pado- 
vani , che erano liberi , sieno divenuti sudditi di quella Repubblica . A 
me pare più verisimile che ciò sia avvenuto dopo che terminata la se- 
conda guerra Punica i Romani ridussero i Galli ribellatisi alla primiera 
ubbidienza . Vuoisi però credere col Sigonio , che il loro soggetta- 
mene sia stato volontario , poiché non si legge presso verun Istorico , 
che i Romani abbiano usata la forza contra di essi. E non è da se- 
guirsi per verun modo 1' opinione di un nostro Scrittore , il quale sì 
bene con molto ingegno ed erudizione , ma con pregiudicio della ve- 
rità ha sostenuta e dilesa la libertà de' popoli Veneti contra i passi più 
luminosi de' vecchi autori , che provano la loro suggezione a' Romani . 
E ben vero eh' era dolce e discreta assai , perchè essendo non già con- 
quistati coli' armi, ma ricevuti con dedizione spontanea, i Romani la- 
sciarono adessi i loro usi, i magistrati, e le proprie leggi, onde go- 
devano una qualche apparenza di liberi à . 

Del resto e le strade militari fatte da' Romani nella Venezia, alcu- 
ne delle quali passavano pel nostro distrotto, e le loro legioni che qui- 
vi stanziavano , non lasciano dubbio alcuno che noi fossimo compresi 
nel dominio Romano . Intorno a che non si dee tacere ciò che si leg- 
ge- 



Di P A D O F A . rj 

gè presso di Livio. Abbiamo da lui, che essendo insorte tra' nostri am. o"T 
gravissime dissensioni , per le quali era vicina a scoppiare una guerra R0MA * 5 * 
civile , il Senato affine di rappacificare gli animi discordi vi spedì il 
Proconsolo Marco Emilio Lepido , la cui venuta sedò i tumulti ecci- 
tati , e recò a' Padovani salute . Una somigliante premura dimostrò quel 
Senato , mandando in queste parti riguardevoli Personaggi per com- 
porre le difFerenze nate in materia di confini tra gli Atestini e quei 
di Vicenza , e di nuovo tra questi medesimi , e i Padovani , come da 
due antichissime lapide viene attestato . 

Avvenne non molto dopo la discesa de' Cimbri nel Veronese . Que- 
sti barbari settentrionali uniti con altri popoli appresso varie gite e vi- 
cende che a noi non tocca di riferire , ingannando la vigilanza del Con- 
sole Calalo , che loro si oppose ne' passi angusti dell' alpi Trentine , 
calarono nella pianura Veronese , occupando parte del distretto Man- 
tovano , e forse ancora del Vicentino . Grande dee essere stato lo spa- 
vento de' nostri vedendo vicino un nemico cotanto numeroso; se leg- 
giamo che alcuni ufficiali dell' armata Romana fuggirono sino a Ro- 
ma . Mancandoci i libri di Livio , non sappiamo se i Cimbri colle lo- 
ro scorrerie abbiano depredato anche il nostro territorio , mentre per 
testimonianza di Floro passarono i mesi del verno nella Venezia , do- 
ve più che altrove deliziosa e morbida si mostra V Italia ; e tali in 
vero erano le nostre contrade . Se costoro senza perdita di tempo si 
fossero avviati verso di Roma , quella città correva grande pericolo ; 
ma trattenendosi nella Venezia allettati dalla dolcezza del clima , e dal- 
la bellezza delle nostre campagne diedero agio a C. Mario , sicché 
dopo aver distrutti nella Provenza i Teutoni alleati de' Cimbri potè cor- 
rere di qua dall' alpi , e unire le sue vittoriose legioni con quelle di 
Catulo . Era il fine di luglio quando egli liberò la Venezia e l'Ita- 
lia tutta con una sola battaglia nella vastissima campagna di Verona , 
in cui cento e ventimila barbari restarono trucidati , e settanta mila pri- 
gionieri . Fu lungamente creduto che le reliquie di quella debellala na- 
zione si sieno ricoverate nelle montagne poste al confine dell'alpi Ita- 
liche , e che la gente montana dei volgarmente detti Sette - Comuni nei 
Vicentino discenda dai Cimbri \ ma questa opinione è destituta di fon- 
damento . 

Poco tempo passò dalla disfatta de' Cimbri alla guerra Sociale , che 
con altri nomi Italica e Marsica fu chiamata . Essa è stata sì fiera ed 
orribile che in poco maggiore spazio di tre anni , come afferma Fa- 
fercolo , costò la vita a due consoli , e a trecento mille Italiani . Mol- 
te città vi rimasero atterrate , e tal danno ne risentì l' Italia , che sino 
da quel tempo cominciò ad iscadere . Si sollevarono i popoli Italiani 
giustamente sdegnati di non aver potuto conseguire per la prepotenza 
de' Grandi la cittadinanza Romana già loro promessa : e mentre bolli- 
va più fiero il tumulto , che appunto con tal nome quella pericolosa 
guerra da Cicerone è appellata , il Senato con legge da se promulga- 
ta 



8 ANNALI DELLA CITTA 

~ AN . DI ta comunicò la cittadinanza del Lazio a buona parte dell' Etruria , e 

roma 552 dell' odierno reame di Napoli : il qual privilegio fu conceduto negli an- 
ni seguenti a tutta l' Italia sino al Rubicone . 

Anche ai popoli situati tra questo fiume ed il Po fu di poi la Cit- 
tadinanza partecipata , e finalmente i Galli Cisalpini ed i Veneti ot- 
tennero lo stesso onore . Ne siamo noi debitori a Gneo Pompeo Stra- 
bone padre del Magno mentre era proconsole in queste parti dopo f 
an. di anno DCLXV. di Roma; ed è ragionevole il credere che ciò facesse 

roma 66% p er quietare le querele de' Transpadani, de' quali nessun conto avea fat- 
to il Senato , comechè del pari che i Cispadani serbata gli avessero fe- 
deltà ne' tempi calamitosi della guerra Sociale . Il nostro ^dsconio Pe- 
diano lasciò registrato il modo che tenne Pompeo nel conferirne la cit- 
tadinanza latina , la quale era quasi grado a conseguir la Romana . 
Scrive egli, che dichiarò colonie latine le città Transpadane , conceden- 
do il gius del Lazio ai vecchi abitanti, non già coi mandarvene de' no- 
velli, o col togliere ad esse città parte de' loro territorj, come ne' paesi 

conquistati coli' arme si praticava . In tal guisa Padova circa 1' anno 

an. di DCLXVI. ebbe gius di colonia latina : e questo gius in ciò consiste- 

roma 666 ya ^ c |j e c hi un q Ue nelle città di condizione latina avesse sostenuto i pri- 
mi ufficj , ed erano , secondo S trabone , 1' edilità e la questura , venisse 
ad ottenere la cittadinanza Romana . Il Panvinio è di parere che ser- 
vissero di grado a tale privilegio anche il Duumvirato , e il Quadrum- 
virato supremi magistrati nelle colonie . 

E naturale il pensare che i Transpadani , già dichiariti coloni latini , 
aspirassero ben presto alla cittadinanza Romana col gius de 9 suffragi , 
cui vedevano comunicata ai popoli Cispadani . Anzi pare che per otte- 
nerla abbiano tumultuato , e sieno stati repressi dal Magno Pompeo che 
cominciava allora a primeggiare tra' suoi cittadini . Cesare per contrario 
giovane ardito e valoroso , il quale si avea proposto , come Siila , di 
arrivare al dominio della patria , procurava di guadagnarsi 1' amore de* 
Veneti e degF Insubri , come molto utili a' suoi disegni , e gli solleci- 
tava a chiedere istantemente la desiderata cittadinanza . Le loro richieste 
non ebbero alcun effetto ; ma non perciò essi tralasciarono di favoreg- 
giare il partito di Cesare t e può dirsi, come fu avvertito da un saggio 
Scrittore , che col denaro, e colle loro clientele in Roma lo portarono 
a quel!' alto grado a cui giunse , ottenendogli il secondo consolato , ond' 
ebbe poi il governo della Gallia Italica e Transalpina con facoltà di 
levare legioni e di portar la guerra oltremonti . 

E opinione di alcuni che Cesare in questo secondo suo consolato ab- 
bia finalmente conceduto ai Transpadani ciò che desideravano , ma gli 
emoli suoi procurarono di annullare tutte le cose fatte da lui , benché 
nel Senato niente sia stato deciso . Fa maraviglia il sapere che Cice- 
rone , il quale tanto aveva a cuore 1' interesse della Repubblica , siasi 
mostralo avverso alla causa de' Transpadani, come avea tatto Q. Catulo 
allorché il Censore 31. Crasso perorò con forza per noi . Se M. Tullio 

in- 



DI PADOVA, 9 

invece di opporsi avesse protetto le giuste domande de 5 Vene li e degl'T*."" 
Insubri, questi popoli chiamati poco dopo da lui medesimo il fior cC ROMA 
Italia, V ornamento e il sostegno deW Imperio del popolo Po/nano ^ 
non si sarebbero dichiarati per Cesare . Assistito da essi con denari , 
con cavalli , e con fanti potè egli domare le Gallie con un corso dì 
strepitose vittorie, e poi dichiarato nemico pubblico passare il Rubico- 
ne, e impadronirsi di Roma. Giunto colà coli' esercito , e divenuto ar- 
bitro della Repubblica confermò a' Veneti ed agl'Insubri la contrastata 
Cittadinanza , di che ne fa fede Dione , volendo ricompensarli di ciò 



DI 

666 



che fatto aveano per lui . Ciò avvenne nell' anno di Roma DCCV. AV - DI 

Ecco pertanto la nostra citlà decorata del gius de' Quiriti XL. anni R0MA 7 5 
incirca dacché per opera di Pompeo era stata dichiarata colonia Lati- 
na . Con ciò venne ammessa a dare i SufTragj ne' Comizj di Roma ; 
e vediam nelle antiche lapide , che come Verona fu ascritta alla Tribù 
Poblilia ; Vicenza alla Menevia ; Este alla Romilia ; Aitino alla Scapzia 
ec. cosi Padova alla Fabia insieme con Brescia . E qui si noti che d' 
ordinario furono assegnate tribù diverse alle città d'una stessa regione: 
e credesi per artifizio politico de' Romani , affinchè unendosi insieme 
non prevalessero e formassero il voto di una Tribù . Divenuta Padova 
intieramente Romana , quantunque la lingua latina vi fosse familiare , 
cominciò allora a maggiormente fiorire tra noi ; allora gli usi e le leggi 
Romane ebbero corso , e agli antichi abiti proprj de' Veneti furono 
sostituite le toghe , onde ancor noi fummo detti gente togata . 

Comechè la nostra Città ne' grandi avvenimenti della guerra civile tra 
Cesare e Pompeo non sia stata involta , lontana essendo da Roma , e 
molto più dalla Tessaglia , dove la gran lite fu decisa , v' ebbe però 
qualche parte , avendo osservato un dotto Scrittore , che le legioni vin- 
citrici di Cesare erano probabilmente formate d' Insubri e di Veneti af- 
fezionatissimi a quel Capitano. Degno è di ricordanza ciò che accadde 
poco lungi da Padova, mentre ne' campi Farsalici si combatteva . Cor- 
nelio augure e sacerdote Padovano , celebre per santità di vita e reli- 
giosa virtù andò ad Abano , eh 1 era quasi come il santuario della pro- 
vincia, e salito su la cima di Monte Groto, o su la pendice di Monte 
Ortone a prendere gli augurj dal volar degli uccelli , quasi da furor di- 
vino sorpreso cominciò a descrivere le mosse e lo scontro de' due eser- 
citi , e le varie vicende della battaglia , e finalmente esclamò , che Ce- 
sare aveva vinto ; e perchè dagli astanti non gli era prestata fede , si 
trasse la corona augurale di capo , protestandosi che non 1' arebbe ri- 
presa , se non si fosse avverata la sua predizione . In fatti si trovò di 
poi così essere di mano in mano ogni cosa avvenuta , com' egli aveva 
vaticinato. Parlano di questo maraviglioso fatto Lucano , Plinio, fililo 
Gellio , Silio Italico , Giulio Obsequente , Dione 9 e Plutarco , e al- 
cuni Padri della Chiesa ; e ne parlava anche Livio ne' libri che sono 
perduti . 

Ucciso G. Cesare da' congiurati dopo quattro anni di dittatura si ri- 
B no- 



IO ANNALI BELLA CITTA 

av. di novarono le discordie intestine , e i Veneti in tale occasione ebbero mol- 
roma70<j to a soffrire . D. Bruto fratello di Lucio Bruto aveva avuto da Ce- 
sare il governo della Venezia e della Gallia , e ci era venuto con tre 
legioni ; ma poco appresso invaghitosi M. Antonio di averne il coman- 
do , e non avendo potuto permutare con questa provincia la Macedo- 
nia a lui destinata, si avvisò di poterla occupare coli' armi . Tanto questi 
nostri paesi per la loro ricchezza e fecondità accendevano le voglie de' 
caporioni Romani. Venuto pertanto Antonio coli' esercito nella Gallia, 
Bruto d' ordine del Senato si preparò alla difesa , donde poi ne segui- 
rono quegli assedj , e combattimenti che sono descritti da appiano . 

Sarebbesi creduto , che i Transpadani , i quali riconoscevano da Ce- 
sare P onore della cittadinanza , dovessero seguire le parti di dintorno , 
che a forza fattosi eleggere Consolo protestavasi pubblicamente di voler 
vendicare la morte di lui, e di ciò temeva anche il Senato; e pure stet- 
tero per la Repubblica , come abbiamo dalle lettere di Cicerone , e si 
dichiararono nemici di plutonio . Allora fu , come abbiamo dal medesimo 
Cicerone , che Padova cacciò alcuni de Legati di Antonio, altri ne 
rigettò, non volendo udire alcuna proposizione d? accordo , e provve- 
dendo di denaro , gente , ed armi ( di cui sommo bisogno avevano ) 
i nostri Generali, Tutti gli altri fecero lo stesso... Ecco ciò che fe- 
cero i Transpadani per sostenere la cadente Repubblica , benché poco 
dianzi fossero stati partigiani di Cesare . Forse conobbero essi per tem- 
po dove andavano a parare le belle proteste di Antonio , che aspirava 
ad opprimere la Repubblica , caduta ed oppressa la quale , ben vedevano 
che niente più ad essi giovava P ottenuta cittadinanza . Oltracciò il ca- 
rattere di quel Generale , uomo bensì valoroso , ma immerso ne' piaceri 
e nelle voluttà d' ogni guisa , era troppo contrario al rigido e severo 
costume de' nostri tanto lodato dagli antichi; laddove l'austera virtù de' 
Biniti conosciuta universalmente attirava a se i cuori di questi popoli , 
presso i quali quella Romana famiglia aveva clientele e aderenze mol- 
tissime . Altre ragioni ancora possono esser concorse a far sì che i no- 
stri abbracciassero il partito della Repubblica , e forse le sapremmo, se 
fossero giunte sino a noi tutte le storie di Livio . 

Ma poco giovò che i nostri insieme con tutti i municipi , e le co- 
lonie della Gallia cisalpina cospirassero a difendere il Senato, e la mae- 
stà del popolo Romano, come afferma Cicerone, che dopo la battaglia 
di Modena , nella quale colla morte de' due Consoli Irzio e Pansa fu 
vinto Antonio e costretto a' rifuggirsi nell'alpi, si formò il celebre Trium- 
virato di Ottaviano, M. Antonio, e Lepido, che alla testa di grossi 
eserciti occuparono ogni cosa, e tutta in se soli ristrinsero P autorità . 
Asinio Politone di genio Ani oniano venne allora con sette legioni nel- 
la Venezia per ridurla sotto il potere di Antonio , e sappiamo che i 
Veneti niente spaventali gli fecero fronte . Racconta Patcrcolo , che 
Pollione fece grandi e gloriose imprese intorno ad Aitino ed altre città 
di questa regione , le quali parole ci fanno credere che grande sia stala 

la 



DI PADOVA. II 

la resistenza de' nostri. Nella incertezza de' fatti in cui siamo per man- AN . Dl 
canza di antiche memorie, egli è certo che Politone s'è impadronito R0MA 7°* 
di Padova ; e Macrobio ce ne fa fede , il quale lasciò scritto , che a- 
spreggiando Asinio i Padovani , acciocché gli contribuissero arme e da- 
nari, essi spinti dall'odio contra di Antonio , uno degli oppressori della 
Repubblica , anzi che ubbidire ai comandi di lui , si nascondettero ; ed 
avendo egli promesso ai servi la libertà , se gli avessero manifestato i 
nascondigli de' loro padroni , tornò vano ogni suo tentativo . Non aven- 
do la nostra Padovana provincia né montagne , né selve , dove potersi 
nascondere , saggiamente conghietturò un moderno Autore , che i no- 
stri si sieno ricoverati nell' Isolette dell' Estuario . 

Ma qui non ebbero fine i mali de' nostri . Imperciocché Ottaviano 
nella sua colleganza con Antonio e con Lepido avendo fatto succedere 
ad altre fortunate imprese la totale oppressione di Bruto e di Cassio , 
ultimi sostegni della Repubblica , ne nacque poi la proscrizione più spie- 
tata ancora e più iniqua della Sillana ; e sebbene sino a noi non si e- 
stese , né ci è noto che alcuno de' Padovani sia caduto sotto il pugnale 
degli assassini, nondimeno, perchè non v'ebbe città Italica, che in que- 
gli sciagurati giorni nell'orrore e nel pianto non fosse immersa, io ho 
ragion di temere , che sotto 1' arbitraria podestà de' Triumviri anche la 
nostra abbia non poco sofferto . 

Poco lume si ha dalla storia per poter diffinire , se Padova sia stata 
condotta colonia militare dopo la vittoria di Antonio e di Ottaviano 
ne' campi Filippicì . Con tutto ciò dalle querele de' partigiani di Anto- 
nio , che si lagnavano , non diciotto città , come a' veterani era stato 
promesso , ma quasi tutta 1' Italia all' esercito di Ottaviano assegnarsi , 
e più chiaramente da Donato raccogliesi , che il terreno de' Transpa- 
dani da' Triumviri fu diviso . Di Mantova lo attesta Virgilio , di Ve- 
rona lo afferma il Marchese Maffei , e buone conghietture non man- 
cano per farci credere , che lo stesso a Padova sia succeduto . Se è vero 
ch'essa sia stata contraria agli oppressori della Repubblica , ragion vuole 
che si pensi non essere andata esente dalla comune disgrazia , massima- 
mente che per ricchezze e per bontà di terreni era commendata, e che 
Pollione nemico de' Padovani in quell' affare ebbe parte . Potrebbe an- 
cora essere addivenuto , eh' ella avesse riscattato co' denari i propri ter- 
reni , giacché , a detta di Servio , alcuni municipj de' Transpadani in 
cambio delle terre hanno dato a' Triumviri certa somma di soldo . 

Per la distribuzione de' terreni ai veterani si venne all'armi, lagnan- 
dosi gli Antoniani di essere posposti a quelli di Ottaviano , e soffiando 
sottomano nel fuoco della discordia Fulvia donna ardente ed inquieta , 
moglie di Antonio . Tutta l' Italia ne andò sossopra , e le battaglie suc- 
cedettero le une all' altre , e credesi che gì' Insubri ed i Veneti si sie- 
no uniti al partito di Fulvia contra Ottaviano . Mentre bolliva la guerra 
questi fece che il Senato dichiarasse libera la nostra provincia da qua- 
lunque preside , e magistrato Romano ; e in questo caso operò da ac- 

cor- 



12 ANNALI DELLA CITTA 



an. di corto politico . Imperciocché non solamente si conciliava l' amore di que- 
roma 705 st { popoli, ma impediva ancora, che non ci fossero in vicinanza di 
Roma Governatori con eserciti da loro dipendenti , i quali , come dice 
appiano , riuscivano terribili a quella metropoli dell' Imperio . Succe- 
dette in questo mezzo che Pollione fu cacciato dalla Venezia da Sai- 
eadieno generale di Ottaviano arrivato dalla Spagna con sei legioni , e 
tutta la provincia venne in potere di lui. Finalmente M. Antonio, che 
ozioso si dimorava in Egitto tra le braccia di Cleopatra, avute tali no- 
velle , dal suo profondo sonno si scosse , e radunate grandissime forze 
giunse con esse in Italia ; ma ricusando le legioni d' ambi i partiti dì 
venire a giornata , tra' due rivali , poiché Lepido da ogni comando era 
stato deposto , fu conchiusa la pace . 

Non è irragionevole il sospettare , che in questo tempo , o certamen- 
te poco appresso , quando cioè Ottaviano avendo vinto M. Antonio 
nella celebre battaglia d' Azio rimase solo padrone della Repubblica , 
tra le molte colonie , colle quali ha popolato 1' Italia ridotta a misera- 
bile condizione per le continue guerre di tanti anni , anche nelle nostre 
parti abbia condotti nuovi coloni , sapendosi aver ciò fatto in Verona, 
in Pola , in Concordia , ed in altri luoghi . Non ci sono per verità te- 
stimonianze di vecchi autori , né vecchie lapide , che diano peso alle 
mie conghietture , ma non tutto hanno registrato gli Storici , e 1' osser- 
vò Monsignor del Torre , riè tutto ciò che da essi fu scritto per in- 
giuria del tempo è venuto a noi; e le nostre antiche Inscrizioni in gran 
parte sono perite . Alcune però trovate nell' agro Atestino di soldati ve- 
terani fanno menzione; e ciò prova che colà furono collocati, onde si 
dee presumere che Ottaviano ne avrà mandati anche nel nostro terri- 
torio . Ma nella distribuzione di tanti soldati egli procedette con molta 
equità, poiché non tolse per forza i campi eie case, cacciandone i le- 
gittimi possessori , come nel durissimo tempo del Triumvirato era sta- 
to fatto , ma a contanti gli comperò . 

Rimaso solo de' tre arbitri Ottaviano, come dicemmo, e dal Senato 
chiamato Augusto , mutò per guisa indole e pensamenti , che tutti fece 
maravigliare. Crudele, tiranno, simulatore, poiché giunse al supremo 
potere , dimostrossi pacifico , liberale , sincero ed umano , procurando 
col mantenere 1' abbondanza , con splendide pompe e spettacoli , e con- 
tinue munificenze , che il popolo perdesse la ricordanza de' mali soffer- 
ti , e della primiera libertà . E quantunque tutta in se unita avesse 1' 
autorità , facendosi eleggere Imperatore perpetuo dell' armate , Tribuno 
della plebe , e Pontefice Massimo , contuttociò , siccome egli era accor- 
tissimo , conservò il Senato , e di maggiori fregj lo decorò , e volle 
che tutti gli altri magistrati Repubblicani continuassero ; la qual cosa 
gli guadagnò i favori del popolo , cui parea di vedere una imagine 
della Repubblica . 

Terminale le guerre civili, e chiuso il tempio di Giano, e posta in 
pace ogni parte del mondo allor conosciuto, egli rivolse l'animo a sal- 

dare 



DI PADOVA. l3 

dare le plaghe d' Italia , già per ottanta anni di guerra , e per altri di-~ AN . DI 
sastri scaduta dalla sua prima grandezza; la divise in dieci regioni, col- *oma7o<* 
locando i Veneti nella decima ; ampliò i privilegi , e le immunità delle 
provincie , o le confermò , promosse i' agricoltura e il commercio ; pro- 
tesse le lettere e gli studj d' ogni maniera , e ne favoreggiò i coltiva- 
tori ; adornò Roma di sontuosi edificj , sicché potè morendo vantarsi , 
che avendola trovata laterizia, la lasciava mirmorea; quindi il suo lun- 
go governo meritò di esser lodato a cielo dalle penne degli scrittori . 

La pace e l' abbondanza , che sotto Ottaviano augusto godette la 
Venezia , come fece dimenticare al popolo , già stracco dalle guerre ci- 
vili , la libertà , così raddolcì gli animi de' Transpadani , i quali essendo 
stati non molto innanzi, come dicemmo, trasferiti all' Italica condizio- 
ne, cioè dichiariti liberi, ed esenti da' Presidi, non potevano non esser 
grati ad Augusto loro benefattore . Regnò egli XLIII. anni contando 
dalla battaglia di ^dzio ; ne' quali sebbene 1' Imperio da esterne guerre 
non fu sempre tranquillo, e vide la nostra Venezia passaggi di eserciti, 
e più volte la persona stessa di augusto , e di Livia sua moglie , fiorì 
nondimeno in tutta l'Italia la concordia e la pace. E fu in quel tem- 
po appunto di pace e di tranquillità , come per alcuni si crede , che ad 
esempio di lui , che abbelliva Roma di nuove fabbriche , ed esortava 
gli altri a imitarlo , anche i Padovani due n'- eressero molto grandi ad 
ornamento della città , cioè l' Anfiteatro del quale presso la Chiesa de' 
PP. Eremitani restano ancora in piedi alcune muraglie , detto volgar- 
mente sino da' vecchi tempi l' Arena ; e il Satiro che con corrotto vo- 
cabolo fu chiamato Zairo o Zadro , di cui all' età de' nostri avoli sus- 
sìstevano nel Prato della Valle grandiosi avanzi . Serviva il primo a* 
combattimenti de' gladiatori , il secondo alle sceniche rappresentazioni . 
Se è lecito conghietturare dell' antica loro posizione , pare che queste 
due fabbriche togliessero in mezzo l' antica città . 

D' altri antichi Edificj della nostra Città , da quattro ponti in fuori , 
non ci rimane vestigio , che ogni cosa fu consumata dal tempo , e dalle 
strane vicissitudini , eh' essa dovette soffrire . E sbagliò solennemente 
Averardo Ottone (a) , che annoverò tra i vecchi edificj delle città d' 
Italia insieme coli' Anfiteatro di Verona permanens ad hwc usque tem- 
pora integrum Pantheonis marmorei lacunar Patarii ; dove non esi- 
ste . Ma della sontuosità delle fabbriche , che qui sorgevano un tem- 
po , fanno fede gli avanzi di colonne , di capitelli , di cornici , e di fre- 
gj , che scavando a qualche profondità in varj tempi si sono trovati , e 
i pezzi lavorati di macigno e di marmo , e strade pavimentate di grosse 
lastre molto al di sotto del presente piano della città . Oltracciò da buon 
numero d' Iscrizioni ., parte delle quali ancor si conservano , si può ra- 

gio- 



O) De EdìL Col. cap. ?. 



14 ANNALI DELLA CITTA 

an. di gionevolmente conghietturare , che molti templi , e delubri di Deità pa~ 
B.0MA705 g ane c i fossero in Padova, e nel suo distretto . 

Abbiamo lapide dedicate a Giunone , a Venere , ad Iside , a Cerere , 
a Cibele, aProserpina, alla Fortuna, a Giano , a Mercurio , a Bacco, a 
Plutone , agli Dei Penati . Il Tempio vecchio di Giunone è ricordato da 
Livio , e ciò sembra provare che ve ne fosse più d' uno . Che la Dea 
Concordia, divinità municipale avesse il suo tempio, raccogliesi da quat- 
tro marmi, che dei Sacerdozio Concordiale fanno menzione. Di un al- 
tro ornato nella facciata da Marco Giunio Sabino riman memoria in 
bellissima pietra , ma non si dice a qual Deità fosse consacrato . Anche 
degli Augustali non ci mancano monumenti , né de' Seviri , che come 
capi degli altri erano riguardati . Divinizzato augusto dal successore Ti- 
ber io , ed instituito in Roma il Collegio degli Augustali ad onore di 
lui , fu ben presto ricevuto nelle Colonie , o per adulare la famiglia re- 
gnante , o per ambizione di assomigliarsi alla metropoli dell' Imperio ; 
perciò nulla di più frequente nelle antiche Iscrizioni . Più notabile è un 
marmo col nome di Sestilia Vergine Vestale , onde 1' Orsato deduce 
che il culto di Vesta fosse introdotto fra noi : e non meno curioso è 
quello di Lusia Teriullina Sacerdotessa delle Dee , cioè , come ha pen- 
sato il Pignoria , di Cibele , Cerere , e Proserpina ; o 1' altro d' ^sco- 
rna Sacerdotessa della Diva Dominila , dal quale son mosso a crede- 
re , che la gente Flavia divinizzata da Domiziano avesse in queste par- 
ti onor di templi ed altari . Dell' Oracolo di Gerione situato poco lun- 
gi da Padova diremo poi . 

E non è da maravigliarsi , che la nostra città di belle fabbriche fosse 
nobilitata , quando sappiamo da Plinio , che la sontuosità di Roma era 
emulata ne' Municipj . E ciò a Padova conveniva principalmente, la cui 
potenza era grande nell'alto secolo, attestando Sirabone , che poco pri- 
ma fattosi il censo, s'erano trovati in essa cinquecento dell'ordine eque- 
stre , ciò che di nessuna città d' Italia poteva dirsi . Si aggiunga 1' opu- 
lenza di essa da Pomponio Mela attestata , e il ricco commercio che 
faceva con Roma di panni e d' altro , di cui parla il suddetto S trabo- 
ne . La morbidezza delle nostre lane è lodata da Giovenale, e da Co- 
lumella , e narra lo stesso Geografo , che di esse lane si facevano a tem- 
pi suoi lavori di molto prezzo , e panni di tutto pelo , e di mezzo pe- 
lo , nel qual ramo di manifatture Padova anche a' dì nostri ha celebrità . 
E lasciando da parte la sua antica ricchezza novella prova si^ può trar- 
re dello slato illustre della nostra città da' suoi magistrati . E osserva- 
zione del Panvinio approvata dal Maffei, e dal Noris , che nelle colo- 
nie dal corpo de' Decurioni , i quali erano quasi come i Senatori di Ro- 
ma , si eleggevano ogni anno due o quattro persone , presso le quali 
stava la suprema autorità de' giudicj , col nome di Duumviri, di Qua- 
tuorviri per giudicare , e un' immagine rappresentavano del Consolato. 
Nelle maggiori e più popolato città, almeno d'ordinario, giudicavano i 
QuarlumYiri , nelle minori i Duumviri , essendo ragionevole , che dove 

mag- 



AN. DI 



DI P A D O V A. . r5 

maggiore era il numero de 9 riguardevoli cittadini , ivi P onore della su- 
prema giudicatura a più persone fosse comunicato. Ora siccome in A- roma?'^ 
quileia e in Verona , così anche in Padova giudicavano i Quadrumvi- 
ri , e talora con edilizia potestà , come da' nostri marmi s' impara . Né 
di questa dignità solamente , ma di altri uffizj ancora ci sono rimase 
memorie , come de' Decurioni , degli Edili , d' un Curator dell' Erario , 
uffizio che ne' Municipj rade volte s' incontra , d' un Triumviro Capi- 
tale , de' Prefetti a giudicare , degli Auguri : le quali notizie tutte insie- 
me ci fanno formare un' idea della grandezza della nostra Città , e ima- 
ginare quale sarà stato lo splendore degli edifìcj conveniente a sì fiori- 
ta Colonia . 

Mentre Augusto ancora viveva, Druso debellò gran parte della Ger- 
mania , e per avere una facile comunicazione colla Venezia fece aprire 
da' suoi legionarj due magnifiche vie militari , le quali a Verona ed Ai- 
tino meltevan capo , e per esse n' ebbero grande vantaggio anche i no- 
stri situati sopra una strada , che dalla Gallia conduceva ad Aitino . Nel 
tempo medesimo Tiberio guerreggiava co' Pannonj , e altri popoli di 
quelle regioni , e videro allora le Aquile Romane il Danubio e la Sa- 
va . In questa guerra chiamata Dalmatica si segnalò Giulio Stratore no- 
stro Padovano , che ricevette dal Generale la collana maggiore ed al- 
tri ornamenti , premio de' valorosi . Durante il verno Tiberio tornava 
ad Aquileia, dove sua madre Livia soggiornava insieme con Augusto ; 
ed è credibile, che in una di quelle vernate egli sia venuto ad Abano 
a consultarvi 1' Oracolo di Gerione famoso in tutta la Venezia per sa- 
pere la futura sua sorte , cioè se sarebbe pervenuto all' Imperio . Ab- 
biamo da Svetonio , che si vedevano ancora a' suoi dì nella fonte d' 
Abano i Tali d' oro , che per comando dell' Oracolo aveva Tiberio co- 
là gittati. 

La celebrità de' nostri fonti fatidici vi trasse di poi P Imperadore D. 
Claudio per averne i risponsi , come si ha da Trebellio Politone, e 
somigliantemente l'Imperadore, o secondo altri il Tiranno Firmo , co- 
me co' migliori Critici si legge in Sopisco . Oltre l'Oracolo, che ren- 
dea famose le nostre Terme , molto ancora furono frequentate ne- 
gli alti secoli per la loro maravigliosa virtù ed efficacia a guarire i ma- 
li più disperati . Le nomina con lode Celio Aureliano Medico che 
fiorì sul finire del secondo secolo ; Clauàiano che in cento versi no- 
bilmente le descrisse ; ed Ennodio Vescovo di Pavia , che intorno al 
cinquecento avendole visitate , forse per curarsi dal male d' occhi che 
lo affliggeva , con un epigramma le celebrò . Plinio ancora lasciò regi- 
strato , che nelle nostre acque calde allignai! dell' erbe , e appresso lui 
F osservò Claudiano : la quale osservazione esser vera , non solo rispet- 
to ad alcune erbe acquatiche, ma eziandio a certi insetti ed animalet- 
ti , da' moderni scrittori fu dimostrato . Più a lungo di tutti ne parla 
Cassi odoro nella celebre lettera scritta a nome del Re Teo dorico ali* 
Architetto Luigi . La loro celebrità le fece riguardar da' gentili come 

san- 



l6 ANNALI DELLA CITTA 

AN . DI sante e divine; quindi le Iscrizioni votive che in Abano e ne' suoi con- 
roma70^ torni furon trovate, e i doni che fino a' tempi di Claudiano esistevano 
in quella fonte , che poteva chiamarsi il Santuario della Venezia . E 
siccome grande era il concorso delle persone , che per motivi di salute 
e di religione colà traevano , cosi comode e sontuose fabbriche dove- 
vano indubitatamente adornare que' luoghi . 

Magnifiche cose , ma senza addurne veruna prova , ne han detto i 
nostri . Quel eh' è certo , l' Iscrizione di Q. Magurio Feroce di giuo- 
chi e di spettacoli , che ivi si celebravano fa ricordanza . La solidità 
degli edifìcj , il palazzo , le terme , la piscina Neroniana , i cunicoli , 
cioè i canali di piombo , che conducevano le acque , sono toccati nelP 
accurata lettera di Cassiodoro . Grandi vestigj d' una strada pavimenta- 
ta all' uso Romano restavano ancora negli anni addietro, della quale tan- 
te favole dal credulo ignorante volgo si spacciano . Poco lungi da Aba- 
no nella villa di S. Pier Montagnone , ove sono bagni di acque calde , 
si vede a pie del monte un ben inteso acquidotto, e prima che fossero 
distrutte, visi vedevano belle vasche di macigno lavorato; né v' ha forse 
luogo in tutto il Padovano , ove più di frequente si scavino rimasugli 
di antichità , urne cinerarie , tegole , vasi di vetro , pezzi di colonne , 
marmi d'ogni qualità, frantumi di musaici , e medaglie . Ne' primi mesi 
dell' anno 1 766. nella contrada di Montegroto compresa nella Parroc- 
chia di Montagnone , fu disotterrata una bella statua di bianco marmo 
più alta di cinque piedi , e quasi intera del tutto , creduta per alcuni un 
Esculapio , la quale passò ad arricchire la pregiata raccolta , eh' è nelP 
antisala della pubblica Libreria di Venezia . Insieme con essa si disco- 
persero infiniti pezzuoli di fini marmi , e grandissima copia di dadi di 
vetro colorato , indizio manifestissimo di litostroti e di musaici che no- 
bilitavano qualche fabbrica . S' è trovata parimente una mano di altra 
Statua colossale ; e negli anni appresso facendosi escavazioni ne' terreni 
medesimi dall'egregio Cittadino March. Giannantonio Dondiroiogio si 
scopersero alcuni bagni composti di fino marmo , e canali di piombo 
col nome di ^Lrria Fadilla madre di T. Aurelio intonino , e pezzi 
di musaico , e tegole letterate , e basi di colonne , e qualche Iscrizione 
votiva; e sopra il vicino monte vestigj di antiche fabbriche, i quali fu- 
rono creduti essere fondamenti di un Tempio pagano . Chi sa quanti 
diversi edificj servivano all'uso delle lavazioni e de' bagni, e a qual se- 
gno era giunto il lusso e la morbidezza, non pure in Homa, ma nelle 
altre parti ancora d' Italia , potrà imaginarsi la grandezza e la sontuo- 
an, 14 sita delle nostre Terme : la quale se per altri argomenti non ci si di- 
mostrasse , dovrebbe dedussi da un antico epigramma , nel quale colle 
tanto deliziose Terme di Pozzuoli e di Baia, e colle Termopile della 
Grecia quelle di Abano son messe a paro . 

Ad augusto succedette nell' Imperio per le occulte trame di Livia 
il figliastro Tiberio , molto dissomiglianle dal suo patrigno , che dove 
questi salito al più alto grado , a cui potesse aspirare , cambiò in altret- 
tali- 



DI PADOVA. 17 

tante virtù i primieri suoi vizj , sicché universahnenle ne fu pianta la AN . I4 
morie , quegli divenuto Imperadore si trasse la maschera , sotto la qua- 
le con apparenza di virtù celava enormi vizj e difetti . A tale avviso tu- 
multuarono alcune legioni stanziate non molto lungi dai confini delia 
Venezia , alle quali Tiberio non era accetto ; ma il giovane Druso pas- 
sando per le nostre contrade con grosso corpo di armati ebbe la feli- 
cità di acquetarle , onde i Veneti né allora , né poi finché regnò Tibe- 
rio , e regnò venti anni in circa , non provarono i disastri della guer- 
ra , né i funesti effetti della crudel sua tirannide, che sino a noi non 
è giunta . 

Nel quarto anno dì questo Imperadore morì in Padova , secondo Eu- 
sebio nel Cronico, Tito Lino nostro Cittadino, ch'era lungamente vis- 
suto in Roma caro al Regnante , e con quella celebrità di nome , che 
a tutti è nota . Si sa per attestato di Plinio il giovane , e dì S. Giro- 
lamo, che dagli ultimi confini della Spagna, e delle Gallie andarono 

persone a Roma per veder lui. Egli scrisse le storie Romane da Ro~ 

molo sino ad augusto , e per esse Quintiliano lo paragona ad Ero- A **. *s 
doto . Si crede che abbia avuto parte nella educazione di Claudio , che 
poi pervenne all' Imperio , scolare non malvagio , ma stolido , che fece 
poco onore al maestro. Altre opere egli scrisse, che si sono perdute, 
la qual disgrazia toccò a gran parte delle sue storie . Pollione severo 
critico , e nemico de' Padovani lo accusò di Patavinilà , forse perchè 
nello stile di lui vi ravvisava il dialetto provinciale ; e forse anche per- 
chè si mostrò favorevole alla Repubblica , sapendosi da Tacito , che Au- 
gusto era solito di amichevolmente proverbiarlo , chiamandolo Pompe- 
iano . E in vero che durasse gran tempo ne' nostri un genio republi- 
cano ce lo dimostra Trasea Cittadino Padovano, di cui parleremo ap- 
presso , il quale ne' tempi della Monarchia già stabilita insieme con El- 
vidio suo genero celebrava il dì natalizio de' due Bruti e di Cassio , e 
meglio desumesi dal fatto di Cassio Padovano riferito da Svetonio . 
Egli racconta , che quest' uomo plebeo dimorante in Roma si era in 
una cena pubblicamente vantato , che come aveva il desiderio , così non 
gli sarebbe mancato l' animo di torre di vita Augusto , e di vendicare 
la Repubblica ; perchè ne fu punito insieme con Nomato suo compagno 
con lieve pena di esigilo. 

Nel I4i3. furono trovate in S. Giustina le credute ossa di Livia, 
come narra distesamente Siccon Polentone , e fu allora stabilito di col* 
locarle in un bel Mausoleo di marmo su la Piazza de' Signori , con- 
correndo alla spesa tutti gli ordini della Città . Qual si fosse la cagio- 
ne, non fu eseguito il disegno, e quelle ossa furono trasportate con 
molta pompa e solennità sopra una porta del palazzo della Ragione al 
la parte occidentale di esso; e colà si giacquero finché nell'anno 1547. 
in più decente luogo si trasferirono dentro la sala del palazzo medesi- 
mo . I versi latini che vi si leggono sono di Lazaro Bonamico celebre 
q urna- 



l8 ANNALI DELLA CITTA 

AN# l9 umanista in questa Università: ma la Iscrizione antica, che vi fu tras- 
portata da S. Giustina , non appartiene a T. Livio lo Storico , come 
erroneamente credettero i nostri maggiori , ma ad un T. Livio liberto 
d' una figlia di lui . 

Anteriore a Livio e contemporaneo di Catullo è stato il nostro poe- 
ta T^olusio , il quale ad imitazione di Ennio scrisse in versi alcuni An- 
nali , che sono intieramente perduti . Catullo ne parla con gran di- 
spregio in due luoghi delle sue poesie; ma forse ¥ emulazione e 1' in- 
vidia mosse la sua penna a lacerarne la fama . A lui piaceva oltre mo- 
do la satira e la maldicenza , né risparmiò ne' suoi versi il medesimo 
Cesare; onde non maraviglia che abbia scritto di Volusio, chele car- 
te di lui potevano servire d' invoglio agli sgombri . Io dubitai un tem- 
po che questo poeta non fosse nostro ; ma avendo di poi osservato che 
dotti ed antichi Critici leggono presso Catullo At Volusi annales Fa- 
tavi morientur ad urbem ho dovuto ricredermi , e aggiungerlo agli al- 
tri ornamenti della mia patria . 

Terminò Tiberio nelP isola di Capri , dove s' era rintanato fuor della 
vista degli uomini , la sporca e scellerata sua vita , ed ebbe a successore 

an. 37 Caio Caligola di un ottimo padre degenerante figliuolo, che colle sue 
crudeltà tribolò per quattro anni la Repubblica, finché ucciso da' suoi , 

an. 41 "che più patir noi potevano , diede luogo a Claudio suo zio , principe 
di buona indole , ma stolido e scimunito . Aggirato questi continua- 
mente dalle dissolute sue mogli Messalina e Agrippina , e abbandona- 
tosi a' perfidi suoi cortigiani senza saperlo diede esempj di crudeltà , 
condannando a morte non pochi uomini di chiaro nome e di provata 
virtù . E tacendo degli altri si dee ricordare Cecina Peto già stato 
Consolo , e marito di Arria famosa donna , lodata da Plinio il gio- 
vane e da Marziale , che seguilo avendo le parti di Scriboniano nel 
tumulto della Dalmazia , e condotto prigione a Roma , poiché gli fu 
conceduta la scelta della morte, si uccise con quel pugnale che gli pre- 
sentò la moglie , animandolo con quelP eroiche parole Poete non do- 
Jet , dopo averselo ficcato nel petto . Si vuole che questo illustre uomo 
sia stato nostro cittadino ; certo è eh' ebbe una figlia chiamata Arria , 
stata moglie di un eroe Padovano , di cui parleremo appresso . 

Niente di notabile rispetto a noi ci somministra il governo di questo 
insensato regnante se non che dopo il suo precipitoso viaggio della Bre- 
tagna fece egli terminare le due strade cominciate da Druso , che dalle 
rive del Danubio terminavano a Verona e ad Aitino , le quali poi ad 
onore di lui Claudie Auguste furono nominate . Conobbe non pertan- 
to , benché scipito , come lo chiama Tacito , una politica verità , che 
ci fa grande onore . Imperciocché ebbe a dire nel Senato in certa oc- 
casione, che non mai Roma era stata quieta, ne florida e saura la 
Repubblica se non che quando aveva ammessi i Transpadani alla Cit- 
tadinanza Romana. Fiorì ne' suoi tempi slsconio Pcdiano d'una Pa- 
dovana famiglia, di cui abbiamo alcune memorie. Storico ricordato da 

Qui ìi- 



DI P A D O F A . ig 

Quintiliano, e da altri non senza lode. Scrisse alcune opere, le quali AN . 41 
sono perite . Claudio dopo 14. anni di regno male amministrato morì 
per veleno datogli dalla moglie agrippina , la quale ad esclusione di Bri- 
tannico legittimo erede fece gridare Imperadore il figliastro Nerone, 

Siamo giunti al tempo, nel quale la Religione Cristiana s'era intro- 
dotta nella Venezia . La conversione de' Padovani alla vera fede si at- 
tribuisce a S. Prosdocimo Greco di nazione, ordinato Vescovo da S. 
Pietro , e spedito apostolo a questa regione . So che il Tillemont , il 
Maffei , ed altri non riconoscono Vescovi presso di noi che al prin- 
cipio del quarto secolo: ma cotesti Critici intemperanti, che vorrebbero 
di tutti i fatti monumenti certi e dimostrativi , e tutto negano , e tutto 
distruggono , dovrebbero star contenti alle probabilità , e alle ragione- 
voli conghietture , giacché né meno essi non sanno addurre in contra- 
rio , che ragioni probabili . Hanno un bel gridare contro gì' impostori , 
e i falsarj , che bruttarono di favole le prime origini delle Chiese ; ma 
non fu da essi avvertito , che appunto costoro per acquistar fede presso 
i lettori dovevano necessariamente tra molte cose false mescolarne di 
vere. Concedo che gli Atti di S. Prosdocimo , quali ora gli abbiamo, 
contengano alcune falsità ed assurdi ; ma dovremo per ciò tutto riget- 
tar come falso e tutto attribuire alla pia frode di divoti ecclesiastici ? e 
non distingueremo la sostanza della cosa da alcune circostanze , che le 
furono aggiunte ? Si legge in quegli Atti che S. Pietro spedì Marco 
ad Aquileia , Apollinare a Ravenna, e Prosdocimo a Padova; e delle 
due prime Chiese la missione bastevolmente è provata. Non così pos- 
siamo dir della nostra ; ma se di quelle due ha detto il vero 1' autore 
degli Atti, non ci mancano probabilissime conghietture per creder vera 
anche la missione di San Prosdocimo, Oltre la lettera d' Innoccnziol. 
Papa a Decenzio , nella quale si dice , che tutte le Chiese di Occidente 
erano state fondate da S. Pietro , o da' suoi successori , si dee far caso 
d'una costante immemorabile tradizione diffusa in tante città, che fissa 
1' introduzione del Cristianesimo nella Venezia a' tempi apostolici . Di 
più , se S. Paolo con tanto successo propagava la fede nella Grecia e 
nell' Asia , e qua e là piantava Chiese , e ordinava Vescovi , perchè vor- 
remo dire che S. Pietro non abbia fatto altrettanto in Italia o per se, 
o col mezzo di altri ministri ? Si dee aggiungere che rito era antichis- 
simo nella Chiesa di recitare nella Messa i nomi de' Vescovi trapassati , 
il qual uso , di cui si trova memoria fino al principio del Secolo XII. , 
tempo in cui si vogliono finti tanti Atti e Leggende , non fu abolito a n, 54 
per alcun decreto o comando , ma per un tacito consenso delle Chie- 
se , dove più presto, e dove più tardi , trovandosene presso di noi qual- 
che vestigio anche alla metà del Secolo XIV . Ora da que' dittici , so- 
pra i quali i nomi de' Vescovi morti si registravano , ed erano pubblici 
monumenti , sono tratti i cataloghi che abbiamo de' nostri Vescovi , al- 
la testa de' quali si legge 

Petro Prosdocimus Patavini s mittitur almus . 

- Ma 



an. 54 



20 ANNALI DELLA CITTA 

Ma questo sarebbe argomento di lunga disamina , e la brevità , che 
mi sono proposto, non mi permette il trattario. Per questo motivo me- 
desimo lascierò da parte la preziosa morte di Giustina Vergine nobi- 
lissima, il cui martirio come è certissimo, e la venerazione verso di lei 
antichissima , avendosene un testimonio in Venanzio Fortunale? scritto- 
re del VI.. Secolo ; così il vero tempo, ed altre circostanze non vanno 
esenti da quistioni e difficoltà , attesoché gli Atti della sua Passione che 
restano , non sono in tutto genuini e sinceri . 

Certo è però pel racconto di Tacito, che l'Imperadore Nerone, sotto 
cui si tiene , eh' ella sia stata in Padova martirizzata , odiando estrema- 
mente la esimia virtù di Trasea Padovano, lo fece condannar dal Sena-^ 
to , concedendogli solamente per grazia 1' elezione della morte , eh' egli' 
incontrò con invitta fortezza . Sostenne due Consolati , ne' quali si op- 
pose sempre nel Senato ai pazzi capricci, o all'inumane crudeltà di Ne- 
rone; e proconsolo in Asia, provincia* ricca ed amena, ne' suoi costumi 
corrotta, e de' suoi Presidi corrompitrice , governò que' popoli con som- 
ma integrità e giustizia, e procurò loro di molti beni. Fu accusato da 
Cossuziano pubblico delatore, uomo rotto e vizioso, il quale, come ab- 
biamo da Tacito, gì' imputò a delitto l'essere uscito di Senato, quando 
si trattò della morte di agrippina , e 1 ? aver poco servito Nerone ne 7 
Giuochi Gi o venali , sebbene in Padova sua patria ne' Giuochi ordinati 
dal Troiano Antenore avesse cantato in abito tragico .. Oltracciò gli fu 
rimproverato che nel giorno , in cui si condannava a morte udintistio 
Pretore per versi composti contra a Nerone, fu di più dolce parere, e 
vinse ; che decretandosi i divini onori a Poppea , non volle trovarsi all' 
esequie; che sfuggiva di dare il giuramento ogni capo di anno; Sacer- 
dote de' quindici non veniva a fare i voti , né mai sacrificò per la sa- 
nità del Principe, e sua voce celeste. Per fino P aria grave del suo vol- 
to- , e là fisonomia severa e malinconica entrò nel numero delle sue col- 
pe. Trasea dubbioso se dovesse tentare, o sprezzare la difesa, deliberò 
finalmente di non andare al Senato, e si dispose a morire, non avendo 
permesso a Rustico ^4ruleno tribuno della plebe , che si opponesse , co- 
me s'era offerto per desiderio di lode, al decreto della sua morte. Gran- 
dissima gloria è per lui, che Nerone, sebbene mortalmente l'odiasse, 
sia stato costretto a commendare la sua giustizia ; e che molti anni ap- 
presso Domiziano Principe scelleratissimo abbia fatto uccidere Giunio 
Rustico, perchè 1' avea lodato pubblicamente, e chiamalo uomo santis- 
simo. La sua libertà di parlare in Senato, e la sua fermezza ò celebra- 
ta da Tacito ; nientemeno che la clemenza dal giovane Plinio , e la co- 
stanza di lui da Marziale . Questo grandissimo uomo , che solo baste- 
rebbe a rendere illustre una città , e degno d' esser vissuto a' migliori 
tempi, era salito di grado in grado sino al consolalo, come dicemmo: 
onore che a nessun altro Padovano prima di lui era stato conceduto , 
ma che in processo di tempo altri cittadini della nostra patria hanno 
conseguito . 



D I PADOVA. 21 

^Arria slmilmente moglie di Trasca , e Fannia loro figliuola con- AM . < 4 
sorte di Eindio Prisco Senatore Romano , che nella disgrazia del Suo- 
cero fu cacciato d' Italia , vengono assai commendate da Plinio per la 
severità de' loro costumi ; e tutte le donne Padovane da Marziale per 
la loro pudicizia : la qual virtù anche a' tempi a noi più vicini con di- 
spendio della vita serbarono incontaminata Bianca Rossi, Isabella Ra- 
vignana , e Lugrezia Dondi Orologio degli Obizzi , a cui , oltre le 
lodi de' poeti dello scorso secolo' in un Libro raccolte , fu posta nella 
gran sala del Comune onorata memoria . 

Fu condannato Trasea nel tempo che Tiridate Re degli Armeni era 
andato a Roma da' confini della Persia per ricevere da Nerone la coro- 
na reale . Partito di là con grossa scorta di cavalleria di Parti , Persia- 
ni , Tartari, e Armeni armati alla loro foggia, e seguito da grande co- 
mitiva di donne , di schiavi , ed eunuchi all' uso Orientale , dopo di a- 
vere - travalicate molte barbare provincie, venne all'alpi Giulie, e discese 
nella Venezia . Accompagnavano questo corpo di armata molte coorti 
dì legionari , e alcune schiere di cavalieri Romani , e l' Imperadore man- 
tenne tutti a sue spese: ma le città poste su 1' Emilia Affinate, com'era 
la nostra , non andarono esenti da grave dispendio , avendo imperiosa- 
mente ordinato Nerone, che i Magistrati andassero incontro al Re bar- 
baro , onoratissimamente lo ricevessero, intrattenendolo con liete feste e 
spettacoli . Comparsa nuova e bizzarra io m' imagino che sarà stata agli 
occhi de' nostri Padovani , sobri ed austeri ne' loro costumi vedere tanto 
lusso barbarico . Ma Roma ancora al fastoso ingresso di quel Re , indi 
alle straordinarie profusioni del Principe in tale occasione soprappresa 
da maraviglia , e distratta dalla vista di oggetti del tutto nuovi non avrà 
pensato alla grande ingiustizia , che commetteva Nerone uccidendo Tra- 
sea , né alla grave perdita che facea la Repubblica ; e credesi che il 
Tiranno temendo di qualche sollevazione nel popolo scegliesse apposta- 
t amente ojuel tempo per togliere dal mondo il miglior uomo che avesse 
l' Italia . Ma due anni appresso quel mostro dell' uman genere , in cui 
non si sa qual più potesse se f impudicizia o la crudeltà , divenuto o- 
dioso a tutti, e dichiarato nemico pubblico dai Senato si uccise con un 
pugnale , e in lur si spense la famiglia de' Cesari . 

Ucciso costui fu riconosciuto Imperadore da Roma e da tutta l' Ita- A n. 68 
lia Sulpizio Galba vecchio Senatore , che si era sollevato nella Spagna ; 
ma pochi mesi appresso Salcio Ottone già marito di Poppea , corrotti 
avendo i pretoriani , gli tolse l' imperio e la vita , e si fece per forza 
gridare Sovrano dal Senato e dal popolo . Ma le legioni della Germa- 
nia vincitrici de' Galli , e feroci per le vittorie ottenute , nulla sapendo 
della morte di Galba e del succeduto Ottone, proclamarono Impera- 
dore ud.Vitellio, uomo dappoco, più atto a metter tavola , che al go- Ati . 7$ 
verno di cose gravi . Erano corsi quasi cent' anni , che in pace vivea la 
Venezia, e in questo spazio di tempo avea prosperato felicemente; ma 
scoppiata la guerra civile cominciò a provare gli antichi mali . I Generali 

di 



21 ANNALI DELLA CITTA' 

AN . 6^ di Vitellio calati in Italia per P alpi Svizzere nel cuor del verno tras- 
sero gP Insubri al loro partito ; ma non si sa che i nostri Veneti in 
questa civile discordia abbiano preso parte . Una sanguinosa battaglia 
presso Cremona decise la gran lite tra Vitelliani , e Ottoniani , perduta 
la quale Ottone ritiratosi nella sua tenda , benché avesse ancora baste- 
voli forze da far fronte al nemico , volle morire , perchè altro sangue 
Romano non si spargesse ; il qual fine non si sarebbe aspettato da lui , 
che principando Nerone era stato ministro de' suoi più sconci piaceri . 
Allora da tutte le legioni vittoriose e perdenti fu riconosciuto Vitellio . 
Passati erano appena tre mesi dall' accennata battaglia, che Vespa- 
siano , il quale comandava nella Palestina le armi Romane contra i ri- 
bellati Giudei , saputasi colà la morte di Ottone , e P elezione di Vi- 
tellio , fu salutato Imperatore dalle legioni d' Oriente , avendo a ciò 
molto contribuito Mudano Governatore della Siria , e gli altri Presidi 
dell' Egitto e dell' Asia . Antonio Primo , ed Arrio Varo valorosi uf- 
ficiali di Vespasiano , senza mettere tempo in mezzo , ed aspettare P 
arrivo di tutte le truppe, con poca gente vennero all'alpi Giulie, e per 
negligenza di Vitellio vi trovarono i passi indifesi . Aquileia che potea 
fare valida resistenza, aperse loro le porte, e similmente Aitino, Pa- 
dova ed Este : ed è ragionevole il credere , che i Veneti odiando Vi- 
tellio pe' suoi guasti costumi , e per le avversità , che nella passata guer- 
ra aveano sofferte , si sieno dichiarati per Vespasiano , cui sapevano 
essere accetto al Senato , e che i suoi Generali , se non vogliamo ac- 
cusarli di soverchia temerità , perciò sieno entrati con poche forze nel- 
la Venezia , perchè erano certi di averla favorevole e amica . 

Vai j furono gli avvenimenti di questa guerra , che terminarono col- 
la morte di Vitellio , ed io toccherò solamente quelli , che succedet- 
tero in queste parti . Cecina Vicentino comandava P esercito Vitellia- 
no , e avea spedito la sua cavalleria a Verona , e spinto innanzi un 
corpo di fanti e di cavalli sino a Montagnana, dove ab antico passava 
P Adige . Primo e Varrò , i quali non avevano seco tanta gente , che 
all' uopo bastasse , si erano fermati in Padova , ma il malizioso tempo- 
reggiare di Cecina diede campo a Vedio Aquila di condurvi due le- 
gioni . Poscia avendo inteso che i nemici stavano in Montagnana con 
poca guardia , fecero partire da Este nel buio della notte alcune coor- 
ti , che gli sorpresero addormentati , e molti ne ammazzarono , e fe- 
cero prigionieri; gli altri tagliato il ponte oltre il fiume si ripararono. 
Dopo ciò si tenne consiglio di guerra in Padova , al quale si narra che 
incognito sia intervenuto Cecina , già disposto a mutar fede , e a tra- 
dire Vitellio; e in esso fu stabilito, che l'esercito marciasse per la via 
Gallica verso Verona per conquistare quella florida e importante co- 
lonia , e chiudere il varco dell'Alpi Rezie, come aveano chiuso quello 
dell' Alpi Giulie , onde Vitellio non potesse ricevere soccorso alcuno 
né dalla Rezia , né dalla Germania . Quindi i Duci della parte Flavia 
senza indugio si posero in cammino , e nel passare occuparono Vicen- 
za 



DI VEDOVA. 23 

za angusto municipio , che in quel momento diventava considerabile , Aìir t 9 
come patria di Cecina . I Veronesi tosto che videro avvicinarsi le le- 
gioni Flaviane , si diedero a Vespasiano , e il loro esempio , come os- 
serva Tacito , giovò moltissimo al partito di lui , godendo Verona gran- 
dissima riputazione . 

I fatti che succedettero poi , nulla hanno che fare colla nostra sto- 
ria , e perciò , come accennai , gli tralascio . 

Pervenuto Vespasiano all' Imperio , e cessata la guerra civile per la 
ignominiosa morte del suo rivale , governò undici anni facendo rivivere 
il buon ordine e la giustizia , e godere all' Italia i frutti soavissimi del- 
la pace . E benché non si abbiano certe notizie , giova però credere * 
che si sarà dimostrato grato a' nostri Cittadini , e a tutti i Veneti che 
nel maggior suo bisogno , come meglio seppero , l' aiutarono . Accadde 
nel corso del suo governo , che Elvidio Prisco marito di Fannia fi- 
gliuola di Trasea , come dicemmo , da Vespasiano fu condannato alF 
esilio . Professore egli della più rigida filosofia degli Stoici , e seguace 
delle austere massime dell' illustre suo Suocero avrebbe voluto rimettere 
in piedi , ciò che più non era possibile , il governo repubblicano , e 
perciò odiava a morte i regnanti come tiranni , benché tali non fossero J 
Vespasiano lo sopportò lungamente dissimulando i suoi errori , perchè 
pregiava la sua virtù , e lusingavasi che quel feroce animo sarebbesi rad- 
dolcito . Ma l' imprudenza di Elvidio ostinato nelle sue massime giunse 
a tale , che il Principe fu costretto contro a sua voglia a cacciarlo d' 
Italia . Fannia eroica donna , sebbene potesse restare in Roma , volle 
seguire il marito al luogo del suo esilio , dove egli invece di ammor- 
zare il suo ardore si mostrò sempre più appassionato per la libertà , e 
celebrava con gran pompa il dì natalizio di Bruto e di Cassio . Fu 
perciò accusato al Senato come perturbatore della pubblica quiete , e 
condannato alla morte ; né Vespasiano fu in tempo di salvargli la vi- 
ta , come arebbe voluto . Il Canonico Pratilli lo fa Padovano , forse 
indotto a ciò credere , perchè egli era marito di una nostra cittadina ; 
ma ciò non fa prova . Se però è vero l' avviso di Giuseppe Scaligero 
sopra Eusebio , che due sieno stati gli udsconj , uno il grammatico , 
e P altro lo storico ricordato da Plinio , quello che visse a' tempi di 
Vespasiano , si dee aggiungere agli altri Scrittori , che illustrarono Pa- m , 79 
dova , poiché la gente Asconia indubitatamente era nostra . 

Vespasiano ebbe due figli , che uno dopo P altro gli succedettero 
nell' Imperio , Tito cioè e Domiziano : ambidue prima di salire al Tro- 
no erano scostumati , e pessimamente si pronosticava di loro ; ma Tito 
divenuto Imperadore migliorò in guisa , che per le ottime sue qualità 
fu chiamato la delizia del genere umano . Per disavventura dell' Italia 
regnò appena due anni , e in luogo di lui sottentrò Domiziano , il 
quale sebbene da prima non palesò tutti i suoi vizj , anzi diede qual- 
che saggio di buon governo , in processo di tempo fece vedere , che 
accoppiava in se gli artificj e le doppiezze di Tiberio , la dissolutezza 

di 



24 ANNALI DELLA CITTA 

AN . 79 di Caligola , e la crudeltà di Nerone , in ogni maniera di enormezze 
imbestiato . L' esser noi lontani da Roma ci preservò dai crudeli ca- 
priccj di quel Tiranno , ma non per tanto Padova , e le altre città -del- 
la Venezia molto soffersero , allora quando tornando egli dalla mal 
tentata impresa contro Decehalo Re de' Daci , da cui con gran vergo- 
gna del nome Romano comprò la pace, passò per le nostre contrade 
in aria òì vincitore e di trionfante , seguito da numerosa comitiva di 
strioni , ài musici , di danzatori , di meretrici . Afferma il giovane Pli- 
nio *che o si vogliano considerare le gravi imposte, colle quali egli cavò 
il cuore ai popoli , o le violenze usate ai cittadini , cacciandoli dalle 
loro abitazioni per alloggiarvi quella impertinente canaglia , le nostre 
" AN . 81 avevano aspetto di forzate città ., né forse avrebbe Decabalo potuto far 
loro peggio , se le avesse prese di assalto . 

Mentre questa fiera crudele in molti modi contristava le sue pro- 
vincie , la celebre nostra Fannia , dopo che Vespasiano l' avea richia- 
mala dall' esilio insieme colia vecchia ^4rria sua madre , per ordine dei 
Tiranno che abborriva la sua virtù , fu rilegata in un' isola quasi de- 
serta. Il grave delitto, di cui è stata accusata, fu quello di avere som- 
ministrato a Senecione delle notizie per iscrivere la vita di Trasea Peto 
suo padre . Siccome Nerone uccidendolo volle spiantare la stessa virtù , 
così Domiziano stoltamente credeva di poterne togliere la memoria dal 
mondo , -perseguitando gli scrittori della vita di lui , e condannando le 
loro opere al fuoco . Citata Fannia a comparire nel Senato dinanzi ai 
Padri rispose agi' interrogatorj del delatore con fermezza d' animo sin- 
golare , e confessò quello di che veniva incolpata , senza avvilirsi , e sen- 
za usare né preghi , ne suppliche . Il Senato 1' avrebbe assolta , ma per 
timore di Domiziano condannò a morte Senecione , e l' innocente gio- 
vane Elvidio, e cacciò in bando Fannia madre di lui, ed A.rria sua 
avola , come dicemmo . Fannia nondimeno non temendo i rigori del 
barbaro Imperatore porto seco per suo conforto la vita del padre. 

A questi infelici tempi visse un'altra donna di questa città chiamata 
Serrana Procula , di cui Plinio il giovane fa un grande encomio di- 
cendo , eh' \ella era lo specchio della più esatta virtù non sola?nente 
per Roma , ma per Padova stessa , dove si sa quanto sia rigido e 
severo il costume ; beli' -elogio per le antiche donne Padovane . Nien- 
te sappiamo di lei se non che sotto il governo tirannico di Domizia- 
no visse virtuosa e tranquilla. 

Gran maraviglia che in tanta corruttella di secolo si sieno trovate 
donne così virtuose ; ma non minor maraviglia , che sotto un Princi- 
pe , qual fu Domiziano nemico delle belle arti , alcuni le abbiano col- 
tivate . Imperciocché sebbene negli anni suoi giovanili volesse parere 
amator della poesia , e non gli mancasse felice disposizione se avesse 
voluto applicatisi , contultociò quando fu Impcradore , non ne mostrò 
che indifferenza e dispregio . Fiorirono nondimeno a' giorni di lui , par» 
landò de' nostri , Valerio Fiacco poeta , che scrisse l' Argonaulica , poe- 
ma 



DI PADOVA. 25 

ma 'lodato da Marziale e da Quintiliano; e Arrunzio Stella anch' A n. 8i 
egli poeta , $\ cui , colpa del tempo delle antiche memorie divoratore , 
niente ci resta . Egli salì a' sommi posti in Roma , dove fu Duumviro 
e Console ; diede magnifici spettacoli al popolo , a' quali intervenne an- 
che Domiziano , che allettato dal genio di lui alla mollezza , al lusso , 
ed al fasto contra il costume de' suoi nazionali, nonché l'odiasse, lo 
tenne caro . I suoi versi sono lodati da Marziale , che forse per adu- 
lazione gli mette innanzi a quei di Catullo ; e le sue nozze con Vio- 
lentala femmina amata da lui furono celebrate con un epitalamio da 
Stazio . A questi due poeti mi sia permesso di aggiungere anche Sa- an. 96 
hina Atestina poetessa assai commendata dal suddetto Marziale , e un 
Oratore ancor esso Atestino , che per testimonianza del prefato poeta 
Spagnuolo godeva in Roma altissima riputazione . A que' tempi di cui 
parliamo Este in vero era città col suo proprio territorio separato dal 
nostro , ma poiché da molti secoli fa parte del Padovano , non ho 
voluto passarli sotto silenzio . 

Dopo i5. anni di crudel signoria Domiziano mori per mano de* 
suoi liberti odiato ed esecrato da tutti , e il suo nome fu raso da' pub- 
blici monumenti . Il Senato elesse a Imperadore M. Cocceio Nerva , 
Senatore virtuoso , di genio dolce , e di animo moderato . Si mutaro- 
no col nuovo Principe i tempi; furono richiamati i banditi; annullate 
le confiscazioni ingiustamente pronunciate contra di loro ; e la Chiesa 
crudelmente perseguitata ebbe pace . Fannia con Arria ritornarono a 
Roma ricevute dall' Imperadore e dal popolo con esultanza , che corse 
ad ammirare quelle illustri matrone tre volte esiliate . La nostra Vene- 
aia è debitrice a Nerva di essere stata sollevata da una gravissima im- 
posta , quaP era quella di dover pagare le vetture dell' Imperadore sulle 
vie militari ; e chi sa , che tutta questa provincia era tagliata da pub- 
bliche strade , agevolmente intenderà che la tassa doveva esser pesan- 
te . Nerva ottimo Principe , da cui Tacito prende l' epoca del ritorno 
della libertà , era vecchio , e avea bisogno di chi lo aiutasse a portare 
il peso del governo , e a farlo rispettare da' tumultuanti soldati . Perciò an. 98 
col consenso del Senato adottò in figlio e successore M. Ulpio Tra- 
iano Spagnuolo , eh' era alia testa delle legioni nella bassa Germania T 
e tre mesi appresso morì . La sua elezione fu applaudita universalmen- 
te, poiché Nerva non ebbe in essa altra mira che il pubblico bene, 

Traiano vien riputato il più grande e miglior Principe , che abbiano 
avuto i Romani , avendo riunito in se il valor militare, e le principali 
virtù d' un regnante . Delle sue spedizioni , delle sue vittorie , delle ma- 
gnifiche opere da lui fatte costruire , delle sue beneficenze , della sua 
moderazione parlano le storie ; e noi altro non diremo se non che 
principando lui la Venezia godette una somma pace ; ma Padova e le 
vicine città non diedero , come innanzi , alcuno Scrittore . Morì senza 
figliuoli dopo vent' anni d' imperio , avendo prima adottato , come al 
Senato si volle far credere , Flio Adriano suo parente da lui poco a- 
D mato . 



26 ANNALI DELLA CJTtJ" 

AN , 9 s mato . Le ceneri di lui riposte in un' urna d' oro portate a Roma fu- 
rono collocate sotto la famosa colonna , che aveva fatto innalzare . 

Il regno di Adriano , che pur fu lungo , poco di notabile ci som- 
ministra per la nostra storia . Egli ebbe la vaghezza di visitare quasi 
tutte le provincie dell' Imperio , ed anche la nostra Venezia ebbe quest' 
onore . Si racconta di lui che viaggiando , dove abbattevasi . a vecchie 
fabbriche scassinate , le risarciva a sue spese , e ne erigeva di nuove ; 
, N . II7 , e se è vero , come dice la storia , che non v' ebbe quasi città veruna , 
nella quale non abbia lasciato prove della sua magnificenza , egli è pro- 
babile che anche in Padova , o ne' bagni d' Abano avrà fatto lo stes- 
so , sapendosi da un' antica Iscrizione che in Aquileia fece rifare un 
acquedotto maltrattato dal tempo . 

Fatto vecchio e stanco adottò per figlio L. Ceionio Comodo Vero , 
uomo che amava le lettere , e così bene scriveva in prosa , come in 
versi , ma dedito in estremo ai piaceri , più molle ed effeminato delle 
donne medesime . I nostri antichi Padovani , che lo avranno veduto , 
quando passò per la Venezia inviato a reggere la Pannonia e la Da- 
cia , si saranno altamente maravigliati al mirare il suo cocchio circon- 
dato da schiavi , quali vestiti come gli Amorini coli' ali alle spalle , 1' 
arco e il turcasso al fianco , quali in quella guisa addobbati che i poe- 
ti e i pittori dipingono i venti . Tale spettacolo non poteva certamente 
piacere ai nostri , il cui carattere , come altre volte s' è detto , tenea del 
rigido e del severo , ed erano assuefatti a vedere Traiano a piedi alla 
testa delle sue legioni . 

E stata ventura dell' Imperio Romano , che Comodo di debile com- 
plessione , e di mal ferma salute morisse presto , onde potè Adriano 
correggere l' errore della sua prima scelta eleggendo successore Tuo Au- 
relio ^intonino , eh' ebbe il soprannome di Pio . Volle però Adriano 
che intonino prendesse a collega M. Aurelio figlio di Sabina sua 
moglie, e Comodo Vero figliuolo del suddetto Comodo . Appresso la 



an. aj8 morte di Adriano , che avvenne 1' anno ventunesimo del suo impero , 
regnarono insieme i tre Imperadori , ma per le mani di ^Intonino pas- 
savano tutte le cose che appartengono al maneggio dello stato . Finché 
egli visse , e furono 23. anni , si fece amare da' sudditi per la sua ret- 
titudine , e rispettare dalle nazioni straniere , né la pace della nostra 
Venezia fu turbata da alcun disastro . 

Ma dopo la morte di intonino universalmente compianta , e regnan- 
do M. Aurelio , e Comodo Vero, prima i Parti, di poi i Quadi e i 
Marcomani collegali con altri popoli della Germania mossero una rab- 
biosa guerra ai Romani . Grandi e continue vittorie diedero fine alla 
guerra de' Parti ; ma 1' altra durò molto , ed ebbe varie vicende . I due 
Imperadori passando per la Venezia andarono a svernare in Aquileia 
per esser pronti nella primavera a passar oltre , ed opporsi ai tentativi 
de' barbari . Frattanto una mortifera pestilenza suscitatasi qualche anno 
innanzi nell'Etiopia, e di là passata in Egitto, indi nell'Asia infettò le 

Ro- 



DJ PADOVA. 27 

Romane legioni, e queste la portarono nella Venezia, donde rapida- ~7n ."T38" 
mente propagossi per le altre provincie con tale mortalità , che se ne 
portò gran parte degli abitanti , molte città rimasero spopolate , e intere 
legioni perirono . Aquileia ed Aitino soffersero assai , né la nostra Cit- 
tà sarà andata esente da tale infortunio. Conluttociò gl'Imperadori stet- 
tero fermi in Aitino, e M. Aurelio temendo dell'Italia fece fortificare 
Aquileia con nuovi ripari . 

Tra diversi fatti che accaddero nel corso di questa guerra , quali fa- 
vorevoli all' armi Romàne , e quali contrarj , ve n' ebbe uno infra gli al- 
tri nel quale il Prefetto de' Pretoriani dopo lunga resistenza fu morto 
con venti mila de' suoi . Non toccò a Vero di sentire questa grave ca- 
lamità . Egli odiava la guerra vigliacco di sua natura , e tanto rotto ai 
vizj di lussuria e di gola, che né i virtuosi esempj di M. Aurelio , né 
i saggi suoi avvertimenti poterono mai raddrizzare la tortura di quelL' 
animo incallito nel male . Vero stanco del soggiorno in Aquileia volle 
in ogni modo partirsi di là per andare a Roma a godervi i piaceri di 
quella metropoli: ed ecco mentre insieme con Aurelio viaggiava in un 
cocchio , fu sorpreso presso Concordia da forte colpo di apoplessia , 
frutto della sua smoderata intemperanza , e trasportato in Aitino a capo 
di tre giorni morì . M, Aurelio seguendo la sacrilega usanza , costui , 
che appena si poteva dir uomo , pose nel numero degli Iddìi; e il suo 
cadavere con grande pompa e comitiva per la via Altinate fece portare 
a Roma . I Padovani , e gli Atestini uscendogli incontro vestiti a bru- 
no con religiose cerimonie lo ricevettero ; ma il duolo , che dimostra- 
rono fu simulato , sincera 1' allegrezza nel rivedere 1' ottimo Imperado- 
re , il quale si avea guadagnato l'amore de' sudditi guardandosi sempre, 
anche ne' grandi bisogni dello Stato , di non ismugnere le provincie , Aìt . 280 
alle quali in certa occasione, come leggiamo, rimise i debiti, che ave- 
vano col fisco e col pubblico erario ; e continuando la guerra co' Mar- 
comani amò meglio vendere all' incanto gli argenti , le gemme , e i pre- 
ziosi mobili del suo palazzo , che aggravare con nuove imposte i suoi 
sudditi ; esempio degno d' imitazione . 

Dopo la disgraziata battaglia , che abbiamo sopra accennata , e mor- 
to Vero , entrarono i barbari furiosamente nella Venezia pei varchi 
a p 6 rti dell' alpi Giulie , e a guisa di rovinoso torrente la disertarono 
s ì n0 alla Piave , poi carichi delle nostre spoglie si ritirarono di là da' 
monti • Grande dee essere stato lo spavento de' nostri , i quali è cre- 
dibile cne avranno cercato un sicuro asilo ne' lidi , e nell' isole dell' E- 
stuario 5 come avevano fatto al tempo di Asinio Poi/ione . Finalmente 
M. A ure ^° avendo rifatto 1' esercito andò in Pannonia , e dopo cin- 
que an n i > ne' quali riportò insigni vittorie, domò que' barbari , liberò 
dalla sch iavitllc l ,nc grande numero di cittadini Romani , trasportò in I- 
talia molt e migliaja di prigionieri nemici, onde ripopolare le disertate 
provincie 4 e mentre ad altre guerriere imprese accingevasi , colto dalla 
peste mori . Le sue ceneri passarono anch' esse per la Venezia , come 

quel- 



28 ANNALI BELLA CITTA 

an. 180 quelle di Vero , e le nostre città a bruna vestite rendettero ad esse i 
medesimi onori , accompagnandole con largo pianto , figlio non d' una 
ipocrita adulazione , ma di un vero cordoglio . 

Diecinove anni aveva M. Aurelio gloriosamente imperato , e gli suc- 
cedette Comodo da lui dissomigliantissimo . Si può dire che il secolo 
d' oro si cangiò, in un secolo di ferro , e che la Romana Repubblica 
aveva terminati i bei giorni . Crudele , sanguinario , sospettoso , dissolu- 
to segui gli esempj de' mali Principi , che avevano tiranneggiato Ro- 
ma e l' Italia avanti di lui . Tredici anni malmenò la Repubblica fin- 
ché ancor egli fece un fine ben degno della malvagia e crudele sua vi- 
ta , in ciò solamente lodevole , che non fu contrario a' Cristiani , onde 
la Chiesa godendo pace sotto il suo regno potè prosperare e aumen- 
tarsi . Avendo egli abbassata la civile potestà , e fomentata la licenza 
delle milizie , poiché non aveva eredi , lasciò l' Imperio in loro balia ,. 
divenuto il premio delle rapine e delle violenze . Non si aspetti quin- 
di innanzi di sentire Irnperadori degni di quell'eminente posto, o se 
alcuno ve n' ebbe , i soldati lo trucidarono . 

Elio Pertinace uomo saggio, eletto dal Senato successore dì Como- 
do , che avrebbe potuto riordinare le cose , dopo tre mesi di signoria 
fu ucciso da' sediziosi Pretoriani ; e si vide allora l' indegno spettacolo , 
che le corrotte milizie posero all' incanto F Impero . Trovossi un Mi- 
lanese per nome Didio Giuliano che lo comperò^ ma nel tempo me- 
desimo furono acclamati Irnperadori da' loro eserciti , Pescennio Negro 
in Oriente , Claudio Albino in Inghilterra, e Severo nell' Illirio . Que- 
sti più vicino all'Italia con sollecita marcia calò per le solite Alpi Friu- 
lane nella Venezia ; fu accolto in Aquileia , in Aitino , ed in Padova ; 
A». 193 n è trovando vermi ostacolo corse a Roma, e vi condannò a morte Giu- 
liano », il vile comperator dell'Imperio. Poscia con incredibile rapidità 
condusse le sue legioni in Asia , e vinse Pescennio ; di là passò in 
Francia, e disfece albino ; e rimaso senza competitori portò di nuovo 
la guerra in Asia , e umiliò la superbia de' Parti ; indi con pari cele- 
rità dall' Eufrate trasmigrò nella Scozia , dove dopo aver soggiogato i 
Caledonj ed i Pitti se ne morì lasciando il trono imperiale a Cara- 
calla suo figlio , 
AN aiI Costui diede principio- all'esecrato suo regno da un fratricidio, aven- 
do ucciso Geta suo fratello tra le braccia di Giulia Donna sua ma- 
dre . Sitibondo di sangue umano fece morire più di dugento mila in- 
an. 317 cocenti ; ma anch' egli fu morto da Macrino Prefetto de' Pretoriani , 
che assunse la porpora invece di lui. Sarebbesi creduto, che questi e- 
letlo da' suoi soldati avesse dovuto lungamente regnare ; ma a capo di 
pochi mesi que' soldati medesimi lo ammazzarono , e innalzarono al 
an. 218 Trono un fanciullo di quattordici anni detto Eliogabalo , credulo pa- 
rente di Settimio Severo,, e soprannominato il Sardanapalo di Roma. 
I suoi strani capricci , e le sue crudeltà sollevarono le milizie contra 
di lui, che gli mozzarono il capo. Allora fu intronizzato Alessandro 

di 



DI JP A D O V A . 



29 



di lui fratello , che raffrenò la insolenza de' Pretoriani , e ridusse la mi-T^ 
lizia all' antica disciplina , e avrebbe potuto sanare le piaghe della Re- 
pubblica , se mentre si trovava presso Treveri per combattere alcune 
nazioni Germaniche , Massimino Tribuno non lo avesse tolto dì vita .~, 
Prima però che da Roma passasse in Germania aveva fatto la guerra 
ai Persiani con felice successo, e tornando per la Venezia vittorioso sì 
traeva dietro immensa schiera di prigionieri Persiani , Tartari , ed Ara- 
bi diversi di vestito , di fisonomia , di favella , e molte fiere di quelle 
orientali contrade, ed enormi elefanti; grato spettacolo alle nostre città. 

Sotto di questo Imperadore amico de' Cristiani ( benché altri dica- 
no prima ) visse Giulio Paolo Giureconsulto , discepolo di Papiniano , 
e dopo lui Prefetto del Pretorio , Ei fu degli ultimi , che coltivarono 
la giurisprudenza Romana , la quale grandemente avea cominciato a fio- 
rire , spezialmente imperando Severo , di cui si dice , che nelle leggi 
fosse molto versato . Le decisioni di questo Giureperito , siccome degli 
altri ancora che fiorirono sino a Mo destine , hanno acquistato vigor di 
leggi , e fanno parte del gius Romano . I nostri Padovani credettero , 
che Paolo fosse stato loro concittadino , e perciò sopra una delle porte 
della gran Sala della Ragione gli eressero un busto con sottoposta I- 
scrizione ; onore da essi conceduto a T. Livio, a Pietro d' cibano , a 
Frate Alberto celebre Teologo Romilano , le cui imagini in pietra 
seulte si veggono sopra le altre porte . Nel principio del Secolo XVII. 
si cominciò a dubitare della Patavinità di Paolo , e alcuni opuscoli prò 
e contra allora furono promulgati : la quistione rimase indecisa , ne di 
poi se ne parlò più . 

La morte violenta di Alessandro dispiacque sommamente a tutto F 
Imperio , avendo la dolcezza e la giustizia del suo governo incatenati 
i cuori de' sudditi . Da questo tempo sino a Diocleziano , che forma 
lo spazio di cinquant' anni , tutto è disordine e confusione . Guerre ci- 
vili sempre rinascenti , Imperadori non duraturi eletti dagli eserciti , poi 
spogliati della porpora , e uccisi , sfrenata licenza delle milizie , nazio- 
ni barbare saccheggiatrici delle provincie , oppressi i buoni , avvilite le 
lettere , abbandonati gli sludj , scadute le arti , distrutto il commercio . 
Per parecchi anni poco o niente di notabile accadde in queste parti , 
come veduto abbiamo: ma dappoiché Massimino occupò il Trono Im- 
periale , gli Storici cominciano di nuovo a parlare della Venezia. 

Costui era nato tra barbari verso il Mar nero , e fu pastore di pro- 
fessione . Dotato di gigantesca statura , e d' una robustezza quasi incre- 
dibile si fece conoscere da Severo , mentre era nella Pannonia , che , 
sebbene barbaro , contra 1' antica disciplina lo fece soldato . Passò di 
grado in grado nella milizia sino ad esser Tribuno ; ma dispregiatore 
di tutti gli uomini , arrogante , e superbo , d' ogni sapere nemico ac- 
coppiava colla ferocia della sua nazione la crudeltà . Fu gridato Impe- 
ratore dalle legioni , alle quali seppe nascondere che 1' omicidio di A- 
lessandro era accaduto per suo comando ; e Roma e l' Italia , sebbene 

a mal 



*3S 



3o ANNALI DELLA CITTA 



A NT. 2 



J$"a mal cuore, lo riconobbero anch'esse. Tre anni in circa fece aspra 
guerra ai Germani settentrionali , quando nelP Africa Gordiano Italo 
Senatore di specchiata nobiltà , e d' egregie doti fornito prese la por- 
pora , di che grande allegrezza sentì tutta l' Italia , che odiava a mor- 
te il barbaro Massimino , e il Senato di Roma principalmente , che 
lo dichiarò nemico , e non risparmiò in tale occasione le più acerbe 
invettive , e i più ingiuriosi rimproveri contra di lui . 

Se non che dopo sei settimane di tanto giubilo , perito essendo Gor- 
diano insieme col figlio anch' esso acclamato Augusto , Roma e l' Ita- 
lia sì tenne perduta , temendo la vendetta dell' implacabile Massimino . 
Sapevasi che al primo avviso della loro rivolta egli avea giurato di vo- 
lere incendiare Roma , e di mettere a ferro e fuoco tutla l' Italia . Per 
salvare la Repubblica in così pericoloso frangente il Senato elesse due 
Imperadori , cioè Massimo uomo di guerra grave ed austero , e Bal- 
lino ricco Senatore , d' un carattere dolce e indulgente ; e per le re- 
plicate istanze del popolo, e de' Pretoriani restati in Roma vi aggiunse 
per terzo un giovanetto Gordiano soggiornante in quella Metropoli . 
Poscia per difendere P Italia scelse venti principali Senatori , e ordinò 
leve di soldati , e venne in Ravenna a tal uopo F Imperadore Massi- 
ino , rimaso essendo Balbino in Roma . Grande oltre ogni credere è 
stata la costernazione della Venezia , dove tenevasi che Massimino do- 
vesse piombare , ed è credibile , che tutte le città , e la nostra in ispe- 
zìe ricca e popolosa , avranno contribuito uomini , arme , e denari per 



an. 2 37 la comune salvezza . Due Senatori si chiusero in Aquileia , dove ripa- 
rarono le mura e le torri , raunarono truppe , e la provvidero abbon- 
dantemente di tutto ciò che occorre a sostenere un assedio , e diser- 
tarono tutto il paese all' intorno affinchè all' inimico mancassero le vet- 
tovaglie per sostentazione del suo esercito. 

Massimino per varj motivi indugiò quasi un anno a muovere V ar- 
mata , e questo indugio salvò l' Italia , poiché il Senato potè fare que' 
provvedimenti che abbiamo detto. Finalmente egli con rapida marcia 
venne alle frontiere d'Italia, e valicate le alpi Giulie senza trovar ne- 
mici , che gli contrastassero il passo , credette il superbo , che gì' Italiani 
spaventati non volessero resistere alle sue armi; ma si disingannò, quan- 
do vide che Aquileia disposta a difendersi gli avea chiuse le porte . 
Convenne pertanto assediarla, e i furiosi continui assalti delle sue genti 
furono sempre rispinli dal valore dei difensori . E memorabile in que- 
sto lungo assedio , che essendo mancate nella città le funi , che seni- 
vano alle macchine lanciataci de' dardi , le donne diedero a tal' uopo i 
loro capelli , onde poscia in memoria di questo fatto fu eretto in Ro- 
ma un tempio a Venere Calva . Le truppe di Massimino vedendo tor- 
nare inutili tutti i loro sforzi, rifinite dalle continue fatiche, angustiate 
dalla fame pessima ronsiglialrice , e irritate dalla crudeltà di lui conce- 
pirono tanta avversione e tanto odio contra di esso, che sollevatesi lo 
trucidarono nel suo padiglione insieme con suo figliuolo, e avendo loro 

IV- 



DI PADOVA. 3l 

reciso il capo lasciarono i corpi a pascimento delle fiere e degli avol- AW , 23 g 
toi . Indi 1' esercito assediatore venerò le imagini di Massimo e di Bal- 
bino , deposte 1' armi prese le toghe pacifiche , diede il giuramento di 
fedeltà ai tre Imperatori , e fu fornito di abbondevole vittuaglia . Mas- 
simo spacciatamente avvertito dell' accaduto , e vedute le teste de' Mas- 
si m/ni corse da Ravenna ad Aitino , indi in Aquileia , e si presentò 
con tutta la maestà degli ornamenti imperiali ali' esercito schierato in 
ordine di battaglia , che lo ricevette con grandi applausi . Colà com- 
parvero i legati delle città Venete , e di tutta l' Italia coperti di bian- 
che toghe, incoronati di alloro, e secondo l'uso gli tributarono coro- 
ne d' oro . Grande letizia e l'alò se ne fece per ogni dove , e in queste 
contrade massimamente ch'erano le più esposte al furore dì Massimi- 
no . L' Imperadore dopo essersi trattenuto qualche breve tempo in A- 
quileia rimandò le legioni ai loro quartieri , e per la via Altinate s' in- 
camminò verso Roma . Erano con esso i Pretoriani , tutta la Corte Im- 
periale , e gli ambasciatori straordinarj spediti dal Senato a rallegrarsi 
con lui , che fosse felicemente terminata la guerra . Non si può dire 
con quanta gioia lo avranno veduto nel suo passaggio i nostri mag- 
giori . Giunto Massimo a Roma si innovarono le allegrezze e le fe- 
ste , e il popolo insultò con ogni maniera di oltraggi le teste de' Mas- 
simini . Ma in mezzo all' esultanza di tutti gli ordini soli i soldati e- 
rano malcontenti ed inquieti , dispiacendo loro di dover ubbidire ad 
Imperadori , che essi non avevano eletti . Accortisi pertanto , che Mas- 
simo e Balbino per gelosia di comando erano tra loro discordi , ben- 
ché ciò non apparisse al di fuori , colta 1' occasione de' giuochi Capi- 
tolini , a cagione de' quali , essendo accorso tutto il popolo allo spetta- 
colo , gì' Imperadori erano quasi soli nel loro palagio , s' impadronirono 
della loro persona , e dopo averli spogliati e strascinati per le vie di 
Roma , e dopo mille scherni e derisioni barbaramente gli uccisero . 
Tale è stato il deplorabile fine di due ottimi Principi , che avrebbero 
potuto vivendo rinovare la gloria e lo splendore dell' Imperio Romano . 
Il giovanetto Gordiano amato da' soldati , e dal popolo fu solo ri- 
conosciuto Augusto . Toccheremo brevemente il suo regno , e di alcu- 
ni suoi successori , che non ci somministrano notizie di cose nostrali . 
Il governo del giovane Imperadore è stato lodevole per le saggie cure 
di Misiteo suo suocero, il quale riformò molti abusi introdotti, e fece 
che il genero trionfasse di Sapore Re de' Persiani : ma fu di corta du- 
rata , attesoché Filippo Prefetto del Pretorio , Arabo di nazione , e da 
alcuni creduto Cristiano , dopo aver Fatto perire , come dicesi , Misiteo A m. 244 
di veleno , tolse la vita a Gordiano , si fece eleggere dall' esercito Im- 
peratore , e confermar dal Senato . Egli però appresso cinque anni pa- 
gò la pena del suo delitto , e nella campagna di Verona venuto a fiera 
battaglia con Decio , che avea preso la porpora, restò ucciso . Si dee 
notare che Aquileia non si difese dalle armi di lui , e le altre città 
della Venezia , perchè forse odiavano Filippo y gli si arrendettero vo- 

lon- 



32 ANNALI BELLA CITTA 



ftN , 249 lontane . Questo Imperatore è molto rinomato nella Storia Ecclesiasti- 
ca , siccome quegli eh' è stato uno de' più feroci persecutori del Cri- 
stianesimo , e la sua persecuzione ordinata con un editto imperiale sì 
estese a tutte le provincie , né sarà andata immune dalla sua crudeltà 
la nostra Venezia . Tanto sangue innocente sparso da lui è stato quasi 
come il seme di novelli Cristiani , poiché ad onta delle più dolorose 
carnifìcine sono prodigiosamente cresciuti . Non permise Dio, che così 
grande Iribulazione lungamente durasse , poiché assalita la Pannonia da 
Goti ed altre barbare genti , dovette Decio accorrere coli' armata per 
queste parti al Danubio , dove riportò insigni vittorie ; ma nel mezzo 
di esse per tradimento di un officiale chiamato Treboniano Gallo fu 
tagliato a pezzi da' barbari . 

AN> 251 Gallo riconosciuto Imperadore fu vinto pochi mesi dopo da Emi- 
liano , che dalle truppe della Mesia innalzato al grado di Augusto ren- 
ne nella nostra Venezia , e presso Roma diede battaglia al suo compe- 
titore e V uccise . Ma questi ancora ebbe morte da Val-eri ano , il qua- 
le dalle legioni della Pvezia era stato eletto Imperadore con approvazione 
del Senalo e del popolo . Egli aveva qualità degne di somma lode , 
ma gli mancava l' arte di ben governare . Andato in Oriente contra i 
Persiani , dopo varie vicende per tradimento de' suoi , e con grande i- 
gKominia del nome Romano fu fatto arrestare dal Sultano Sapore , 

m. 260 che lo ritenne schiavo sino alla morte senza che Gallieno snaturato fi- 
glio di lui facesse pur un passo per liberarlo dalla penosa e disonore- 
vole schiavitù . 

Il regno di Gallieno è stato funestissimo a tutto l' Imperio Roma- 
no , e la nostra Venezia ne risentì gravissimi danni assalita e saccheg- 
giata da orde di barbari settentrionali con tale spavento di Roma stes- 
sa , che il Senalo armò i gladiatori e gli schiavi , ciò che non si fece 
mai , che ne' maggiori soprastanti pericoli . Gli Storici parlano confu- 
samente di questi fatti , ma si può con ragione temere , che Padova sia 
stata nel numero di quelle città , che secondo il loro racconto furono 
abbruciate e spogliate . Essa non era piazza forte , perchè non fron- 
teggiava alcuna nazione barbara , da un lato difesa da Aquileia , dall' 
altro da Verona; la quale perché appunto è situata alle porte d'Italia, 
£ù cinta da Gallieno dì nuove mura, e ripopolata con una colonia di 
veterani . Ad accrescere le calamità del regno di questo indolente Prin- 
cipe si aggiunsero tremuoti sovvertitori , furiosi turbini , allagazioni di 
molte provincie , pestilenze sterminatrici , carestie affamanti , e in fine 
continue guerre pei molli Tiranni, che in diverse provincie presero le 
insegne imperiali . Tra questi mi giova di ricordare Aureolo , che co- 
mandante della cavalleria nell'I llìrio si fece proclamare Augusto , e di- 
sceso con rapida mossa nella Venezia occupò Aquileia , e avendo at- 
traversato Padova e Vicenza fece alto in Verona , dove Gallieno par- 
lilo da Milano per molti mesi lo tenne chiuso. Ma stanchi gli affi- 
enii della sua armala di servire ad un Sovrano crudele e dato in pre- 
da 



DI PADOVA. 33 

da al libertinaggio e alla dissolutezza lo uccisero , ed in luogo di lui AN . 2 68 
elessero Claudio II uomo di sommo valore , che corse immantinente 
coli' esercito contra Aureolo uscito già di Verona , e lo vinse e am- 
mazzò . 

Claudio , se avesse avuto lunga vita , avrebbe rimediato ai gravi ma- 
li , che sofferse l' Italia ne' quattordici anni , ne' quali parte le guerre , 
ed altri infortunj , parte la tirannide di Gallieno quasi la distrussero . 
Era . non solamente valoroso , ma giusto e amico dell' ordine , e il Se- 
nato con sincere acclamazioni lo riconobbe per suo degno capo . Sì 
narra che abbia consultato il famoso oracolo delle nostre terme Apo- 
nesi sopra la sorte eh' era destinata a lui , e a suo fratello Quintillo , 
e dicesi che ad entrambi sia stata pronunciata breve vita ed impero . 
E così appunto fu . Imperciocché Claudio morì di pestilenza introdot- 
tasi nell' esercito il terzo anno del suo regno dopo avere in una bat- 
taglia uccisi cinquanta mille Goti , onde prese il soprannome di Go- 
tico ; e Quintillo , eh' era nella Venezia , visse pochi giorni , e , se- 
condo altri , pochi mesi , abbandonato da' soldati , che lo aveano innal- 
zato alla porpora , e in Aquileia si fece segar le vene , avendo inteso 
che le legioni della Pannonia si erano dichiarate a favor di Aureliano 
il più valente officiale che allora qì fosse nelle armate Romane . 

Le molle vittorie ottenute da questo prode Imperatore nello spazio 
di cinque e più anni sono straniere alla nostra storia ; poiché tranne 



la guerra intrapresa per cacciare d' Italia alcune nazioni Germaniche , AIf « 2 7° 
le quali vi si erano introdotte , egli sempre guerreggiò nell' Asia , nell' 
Egitto , ed in Francia ; e solamente è da ricordarsi il passaggio , eh' 
ei fece per queste nostre città allorché vinta avendo Zenobia regina de' 
Palmireni , e Tetrico nelle Gallie tornava a Roma colla sua vittoriosa 
armata . Altre volte avevano veduto i nostri Padovani somiglianti spet- 
tacoli , ma nessuno tanto sfarzoso e magnifico . Questo Principe dopo 
aver soggiogato la potente Zenobia , e tutti i popoli Persiani , Arme- 
ni , Sarracini , eh' erano venuti a soccorso di lei si levò in superbia , e 
lasciata la sua primiera moderazione s' invaghì del fasto , e dei lusso 
orientale , e quegli che ricusava di portare abiti di seta , cominciò a 
comparire vestito di drappi d' oro arricchiti di gemme . Si pose in capo 
il diadema non mai usato dagf Imperadori Romani , e con esso volle 
essere rappresentato nelle medaglie . Ora è facile invaginarsi , che su- 
perba comparsa avrà fatto egli passando per la nostra via Aitinate , e 
quale sarà stato il concorso de' popoli. Bello sarà stato il vedere tutto 
1' esercito coronato di alloro sotto le sue insegne , e dietro a quello 
venirsene grande numero di prigionieri di svariate nazioni colle mani 
legate dietro la schiena , e tra i Re vinti la grande Zenobia , che a- 
veva empiuto l'Europa e l'Asia della sua fama, magnificamente addob- 
bata , e avvinta di catene d' oro insieme coi figli , seguita dalla reale 
sua corte ; e lo sgraziato Tetrico , che nelle Gallie , nella Spagna , e 
nella Britannia aveva più anni signoreggiato . Ad accrescere lo splen- 
E dorè- 



34 ANNALI DELLA CITTA 

an. 270 dorè di questa pompa seguivano superbi dorati carri, spoglie, o doni 
di Re , qual tiralo da cervi , qual da struzzoli , e qual da elefanti ; e 
la persona dell' Imperadore in mezzo a brillante corteggiamento di do- 
mestici e di ufficiali avente indosso le superbe divise di trionfante. Né 
vi mancarono bestie feroci dal centro dell'Africa, e dalle più rimote 
contrade dell' Asia condotte per onorare in Roma il pomposo trionfa 
del vincitore . 

Quanto diverso sarà paruto Aureliano agli occhi de' nostri da quello 
che videro alle Terme di Abano gittare le sorli , come abbiamo da 
J^opisco ! Tanta sua magnificenza , tante opere fatte in Roma , e tante 
vittorie, per le quali avea dilatato di molto i confini dell'Imperio, non 
lo guarentirono da una morte violenta . La severità colla quale aspreg- 
giava i soldati , volendo rimettere in fiore l' antica militar disciplina , 
mosse i legionarj a torgli la vita dopo sei anni di regno, e la sua 
morte impedì eh' ei non pubblicasse un editto contra i Cristiani , co- 
me avea divisato . 

Strana e nuova cosa accadde morto Aureliano . Le legioni pentite 
avendo vendicata la morte di lui uccidendone gli autori , scrissero ai 
Senato , eh' eleggesse un Imperatore , di che maravigliatisi i Padri ri- 
misero all' armata medesima 1' elezione ; ma essa di nuovo colla spedi- 
zione di ambasciatori pregò il Senato di scegliere a capo dell'Imperio 
uno infra i suoi membri, che fosse creduto più degno. Dopo sei mesi 
di amichevole contrasto , ne' quali ogni cosa fu cheta e tranquilla , alla 
fine , perchè alcuni barbari erano entrati nella Gallia ostilmente . il Se- 



an. 276 nato nominò Augusto C/audio Tacito vecchio venerabile Senatore , e 
ne diede avviso alle provincie . Ma ben presto si pentirono i soldati di 

avere rinunciato al loro diritto per una inusitata moderazione: uccisero 

am. 276 Tacito, e diedero la porpora a Floriano suo fratello uterino, che la 
godette per poco , essendo stato trucidato ancor esso , e invece di lui 

an. 276 proclamarono Probo , guerriero valorosissimo , e del pari saggio che 
buono. Egli appresso di aver soggiogato molte nazioni barbare, e spenti 
alcuni Tiranni , che avevano assunto la porpora e ridonata la pace all' 
Imperio, mentre disponevasi a vendicare l'ignominia di Valcriano so- 
pra i Persiani , restò vittima dello sfrenato furor de' soldati . 

^n. 282 Caro prefetto del Pretorio fu suo successore, e il Senato avvezzo a 
fare la voglia delle legioni lo riconobbe . Egli ebbe due figli Carino , e 
JSumcriano che dichiarò Cesari ; questo tanto amabile per le ottime sue 
qualità, quanto quello somigliante a Nerone d'odio degno e di abbor- 
rimento . Caro rigido osservatore dell' antica Romana frugalità vinse i 
Sarmali nell' lllirio ; indi passato nell'Asia diede così forti percosse ni 
superbo Sullano di Persia, ehe lo costrinse a chieder la paee : ma non 
andò guari di tempo, che essendo accampato su le rive del Tigri, le- 
vatoci mi temporale burrascoso , venne una saetta dal Ciclo , e Io uc- 
cise . Moli manda però qualche Storico ehe lo dice perito per le insi- 
die di Apro Prefetto del Pretorio , il quale accecalo dal fumo dell'am- 
bi- 



DI P .4 D O V A . 



bizionc e cupidissimo di regnare poco appresso ammazzò ii buon Nu- AS . -gz. 
mcriano suo imperadore e suo genero . 

Carino dopo la morte del padre , essendo già slato fregiato del ca- **. 283 
rattere di Augusto , prese le redini del governo . Ma un certo Giulia- 
no, di cui si hanno medaglie, ch'era stato mandato Correttore dell'I- 
talia da Caro, della quale spedizione s'ignora il motivo , avendo intesa 
la morte di lui , prese la porpora , e si fece riconoscere Imperatore . 
Pare da ciò che qualche Storico accenna , che i Veneti lo abbiano se- 
condato , o perchè odiassero Carino pe' suoi malvagj costumi , e per 
la sua tirannica crudeltà , o perchè egli , mentre esercitava la confettura 
in questa provincia si avesse guadagnato 1' affetto loro . Co' Veneti si 
congiunsero i Pannonj , ed altre truppe rimase in Italia , sicché Giu- 
liano potè arditamente marciare contra il suo competitore , che trova- 
vasi nell'Illirio. Si azzuffò con lui, e lo vinse y ma poi, come volle 
nemica fortuna , ancor esso fu vinto , e ritiratosi nella Venezia dovette 
abbandonare Aquileia , e le altre nostre città retrocedendo sino a Ve- 
rona . In questo mezzo Carino era disceso dai Monti della Rezia in 
Italia , e la campagna di Verona fu il teatro dove si scontrarono i due 
eserciti , e l' usurpatore Giuliano vi perdette la battaglia e la vita non 
senza grande iattura de' Veronesi , Ma un più formidabile nemico ebbe 
Carino da combattere T cioè Diocleziano Dalmata di vilissima condi- 
zione , che dagli eserciti dell'Asia era stato proclamato Augusto. L' 
armi dovevano decìdere questa contesa , e una parte e V altra vi si ap- 
parecchiava. L'uno si avanzava con grandi forze verso l'Italia, e l'al- 
tro pieno di coraggio andò ad incontrarlo . Nella Mesia superiore com- ajt. aRf 
batterono le due armate ; varie e ostinate furono le battaglie; nelle qua- 
li Carino ebbe qualche vantaggio, e avrebbe forse riportato una intiera 
vittoria , se i suoi officiali oltraggiati nell' onore dalla sua brutale incon- 
tinenza non lo avessero ucciso . 

Abbiamo notato sopra, che pel corso dimezzo secolo tutti gì' Impe- 
radori sgraziatamente perirono , e che grandi traversie ed infortunj pio- 
vettero sopra l'Imperio, il quale non aveva più di Romano che il solo 
nome . E così fu principalmente negli ultimi anni che precedettero il 
regno di Diocleziano . Roma non era più Roma; l'Italia divenuta pro- 
vincia , e squarciata in molti governi aveva perduto ogni suo lustro e 
vigore ; le città spoglie di abitatori erano state ripopolale di schiavi e 
soldati ; le legioni non più formate di giovani Italiani , ma in gran parte 
di gente barbara; gì 5 Imperadori scelti anch'essi tra la bruzzaglia delle 
armate , non tra i membri del Senato ; imbastardito questo corpo me- 
desimo per tante vili e straniere persone , che nella Curia balzarono . 
Contuttociò F antico politico sistema non era spento del tutto ; ma Dio- 
cleziano lo annientò : ei ridusse l'Impero ancor più barbaro e più di- 
spotico che non era , e si allontanò più di qualunque altro de' suoi 
precessori da quella cittadinesca moderazione , che tanto piaceva al po- 
polo . Usò negli abiti tutto il fasto , e la ricchezza de' molli Sovrani 

dell' 



36 ANNALI DELLA CITTA 

an. 284 dell' Asia , e portò sempre il reale diadema in capo, che tanto odia- 
vano gì' Italiani , ma che avviliti nella schiavitù dovettero comportare . 

ak. 288 Costui con molti vizj ebbe ancora alcune virtù , e governò con mol- 
ta prudenza , e per alcuni anni la nostra Venezia , e il restante d' I- 
talia godette , quanto lo permettevano le circostanze de' tempi , pace e 
tranquillità . Comechè fosse avarissimo , era profuso senza modo nello 
spendere in alzare edifìcj , come fece in Roma fabbricandovi le magni- 
fiche Terme, e principalmente in Nicomedia r la quale città si aveva 
scelta per sua residenza . C è qualche indizio , che a' Padovani sia sta- 
to benefico , come fu certamente ai cittadini di Aquileia ; e di ciò ne 
fa sospettare una Iscrizione onoraria a lui posta in Padova da Peto 
O&orato Correttore d'Italia, che alcuni credettero Padovano . Per gran 
danno dell' Imperio dichiarò suo Collega Massimino soldato di ventura 
come lui , uomo rustico , violento e crudele , ma prode e valente , e 
gli cedette la parte occidentale dell'Imperio, riserbando per se l'orien- 
tale . A mantenere il lusso di queste due Corti era d' uopo scorticare 
i popoli con esazioni continue e gravissime, poiché a tale di superbia 
erano saliti i due Despoti , che, quantunque fossero figliuoli di pastori 
e di schiavi , e tutto» il mondo se lo sapesse , uno assunse il sopran- 
nome di Erculeo per farsi credere della schiatta di Ercole , e 1' altro 
di Giono come discendente da Giove . Anzi a tanto giunse per una 
parte l' insania loro , e per 1' altra la vile adulazione de' sudditi , che 
vollero essere adorati come divini , e nelle Iscrizioni si trovano onora- 
ti coli' attributo di eterni . Crebbero ancora i mali quando furono in- 

an. 304 vestiti della dignità di Cesari Costanzo Cloro padre di Costantino > e 
Massimino Galerio con obbligo di custodire i confini, poiché anche 
a cotesti due furono assegnate corti , e milizie ,. e porzioni dell' Impe- 
rio , Così in un tempo medesimo v' ebbero quattro Sovrani , che ga- 
reggiavano tra loro nello sfarzo e nella magnificenza alle spalle de' sud- 
diti, che oppressi dalle pesantissime imposte fuggivano cercando un 
asilo tra' barbari . 

Ma ciò ehe rendette estremamente odioso il nome di Diocleziano 
presso i Cristiani è stata la crudele persecuzione mossa da lui per isti- 
gamento di Galerio contra i cultori del Cristianesimo , che sorpassò 
tutte le altre in fierezza e diuturnità , e diede il nome all' Eia de' 
Martiri . Se a' tempi dr Tertulliano , che visse imperando Severa, tan- 
to erano moltiplicati i Cristiani, coni' esso scrive, quanto dobbiam cre- 
dere che fosser cresciuti sino alla stagione che Diocleziano pubblicò 
il suo Editto, avendo spezialmente goduto parecchi anni di pace! Al- 
trove da noi s' è detto esser molto probabile, che sino da' tempi apo- 
stolici la luce del Vangelo si fosse diffusa nella Venezia ; e quanto 
più considero la situazione di questa provincia , a cui facevano capo 
tante strade militari , e i porti di mare che servivano al suo commer- 
cio , e le continue relazioni di traffico, che a detta di S trabone Pa- 
dova aveva con Roma , tanto più mi persuado che il S. Apostolo Pie* 

tr 



D 1 P sf B O F sf . 3j 

tra vi abbia mandata qualche suo discepolo a recarvi la eonoscenza~^71o4 
della vera Tede . Del resto non è da porsi in dubbio che assai fedeli 
ci fossero in Padova ,. quando Diocleziano segnò il ferale decreto cen- 
tra i Professori del Cristianesimo, nò per mio avviso sono da ascol- 
tarsi alcuni Scrittori , i quali sostengono che assai lentamente la Reli- 
gione Cristiana si sia propagata,, e che scarso sia stato il numero del- 
le vittime per essa sacrificate . 

Sono perite le nostre antiche memorie , né potiam sapere quanti de' 
nostri abbiano sofferto il martirio . Appunto in questi tempi de' quali 
si parla , i Magistrati Pagani procuravano , che fossero abbruciati gli 
Atti de' Martiri , e se ne perdesse in tutto la loro memoria . Noi ab- 
biamo S. Daniele Levita e Martire , del quale si parlerà a quel tem- 
po , che fu prodigiosamente scoperto , ma niente sappiamo di lui se 
non F acerbo modo della sua morte \ nò comprendo con qual fonda- 
mento raccontisi , eh' ei sia stato martirizzato sotto ^Intonino Pio , 
mentre può forse appartenere ai tempi di Diocleziano . Ed io inclino 
a credere , che durante la persecuzione di lui abbiano sigillato col pro- 
prio sangue la eonfession della Fede quasi tutti que' martiri , le cui 
venerabili ossa riposano nel così detto Pozzo di S. Giustina a lato 
dell' antichissimo cimiterio ; poiché le altre persecuzioni ebbero corta 
durata , né furono generali , e questa , di cui parliamo , si estese a tut- 
te le provincie dell' Imperio , ed ebbe corso dieci anni . Si aggiunga 
che Massimino Erculeo soggiornava in Milano , e potè col mezzo 
de' suoi ministri esercitare anche in Padova il suo rigore , come fece 
in Verona , e dare sfogo alle crudeli sue brame sitibonde di sangue . 

Non si vuol tacere , che questa persecuzione fu permessa da Dio 
per testimonianza di Eusebio a punizione de' peccali de' nostri Cristia- 
ni , che non tutti eran santi . La lunga calma goduta dalla Chiesa a- 
veva rattiepidito il fervore , e introdotto un grande rilasciamento ne* 
costumi e nella disciplina . Nel campo del grano 1' uomo nimico avea 
soprasseminato la zizzania ed il loglio ; alle antiche virtù erano sotten- 
trate P invidia , F ambizione , F ipocrisia ; i Ministri della Religione di- 
scordi tra loro disputavano di precedenze ; combattevano , se non coli' 
armi , cogli scritti' e coi discorsi , e dispregiando i divini precetti ambk- 
vano maggioranza ed onori , e anelavano ai primi posti della Chiesa , 
come fossero stati Principati secolari . Il timore de' soprastanti supplizj 
fu cagione che alcuni Cristiani mal fermi nella loro Religione incen- 
sassero gl'Idoli, o senza rinunciare alla Fede consegnassero i libri sa- 
cri ai Gentili , ovvero con un dato prezzo comperassero da' Magistrati 
la immunità , che perciò niellatici furon detti . Ma se la Chiesa ebbe 
occasione di piangere amaramente per la viltà e debolezza di alcuni 
suoi figli , un gran numero di martiri , e di generosi confessori d' ogni 
nazione , sesso , ed età , che stettero intrepidi fra i tormenti , assai k 
racconsolò, e ne accrebbe la gloria. 

Ora ripigliando il filo della storia, Diocleziano fatto vecchio,, e per 

di- 



38 ANN AZI BELLA CITTA 

an. 304 difetto di salute mal atto a governare F Imperio , fu costretto dall' am- 
bizioso Galerio a deporne la soma due anni e due mesi dopo che la 
persecuzione era cominciata, e che allora cessò d'essere generale. An- 
che Massimiano pei politici raggiri dello stesso Galerio si svestì della 
porpora ; ed ambidue gli Augusti passati dallo splendore del trono ad 
una oscura vita privata si ricovrarono , questi nella Calabria , e Dio- 
cleziano a Salona nella Dalmazia , ove si diede a murare grandi edi- 
ficj , e a coltivare degli orti . Galerio poteva restarsi solo , ma volle 
conservare la viziosa forma del governo stabilita dal Despota Dalmati- 
no , due Augusti , e due Cesari . Egli , e Costanzo Cloro furono di- 
chiarati Augusti; Severo e Massimino , detto anche JDaza, barbari e 
ignoranti soldati, ebbero il titolo di Cesali, restando esclusi da tal di- 
gnità Costantino tìglio di Costanzo, e Massenzio di Massimiano, a* 
quali pareva che fosse dovuta ; perchè Galerio voleva due Cesari che 
dipendessero interamente da lui . Costanzo conservò la sua porzione 
d' Imperio , cioè le Gallie , la Spagna , e la gran Bretagna ; Galerio 
governò da se solo F Illii io , la Tracia , e F Asia Minore , F Italia e F 
Africa col mezzo di Severo , e F Oriente col mezzo di Massimino . 
La divisione era disuguale oltre modo, come del tutto diverso era il 
modo che tennero i due Augusti nel governare. Imperciocché le pro- 
vincie soggette a Costanzo godettero uno stato felice e tranquillo , a- 
vendo egli fatta cessare la persecuzione contra i Cristiani, onde ad e- 
sempio di lui Severo restituì la pace alle Chiese dell' Africa e dell' Ita- 
lia , e conseguentemente anche alle nostre ; ma Galerio col più odio- 
so dispotismo accoppiava tale incredibile crudeltà , che arebbe mille tor- 
ti chi volesse a petto di essa mettere quella di Nerone . Si legga Lat- 
tanzio , e si veda a quali inauditi eccessi di barbara ferità era giunto 
costui . 

K ^ „ 4 Accadde in questo mezzo la morte di Costanzo Cloro , e F armata 
che stava sotto gli ordini di lui , senza altro aspettare r nominò Impe- 
radore Costantino suo figlio già per divina provvidenza felicemente 
scappato dalle insidie di Galerio, che lo teneva presso di se per ostag- 
gio, e ne temeva il valore . Quando la suddetta elezione gli pervenne 
agli orecchi, n'ebbe dispetto grandissimo, e tostamente dichiarò Au- 
gusto quel Severo , di cui abbiamo parlato, e che per le sue enormi 
esazioni si fece odiare dai popoli . Egli vessatore per tre anni dell' 
Italia costrinse i malaccorti Italiani , che sofFerire non potevano tanta 
malvagità , a decorare della porpora il non meno tristo Massenzio fi- 
gliuolo dì Massimiano, che a tale gradita notizia ritornò subito a Ro- 
ma dal suo ritiro della Calabria, come assislente di lui. Severo fu tra- 
dito da' suoi , indi ucciso in Ravenna; ma Galerio per pigliarne ven- 
detta corse velocemente dall'Asia, e per la nostra Venezia passò a Ro- 
ma , che non avea mai veduta , con intendimento di farne F assedio . 
Ma trovossi ingannalo, e fu per essere abbandonato dalle sue genti ad 
un tratto, le quali guadagnate dall'oro di Massenzio tumultuando non 

voi- 



DI VADOSA. 89 

vollero combattere contra quella Metropoli, e fu costretto a tornarsene At4 , ^ 
indietro per lo migliore , concedendo ai soldati per acchetarli di dare 
il sacco alle Terre , per le quali sarebbon passati ; ciò che fu la deso- 
lazione di una gran parte d' Italia . 

Il soggiorno di Massenzio in Roma , mentre molti Cesari risiedeva- 
no in lontani paesi , piaceva agi' Italiani avvezzi a vedere la maestà del- 
la Corte Imperiale ; quindi volentieri si arrotavano sotto le sue insegne , 
onde a dispetto di Galeno potè mettere in armi dugento mila soldati, 
e racquistare l'Africa, che perire anni aveva riconosciuto un certo ^4.- 
lessandro . Ma non passò molto tempo che ebbro della sua prosperità 
si diede in preda a tutti i vizi della tirannide , e singolarmente per la 
sua sfrenata libidine , dalla quale non erari salve le donne Romane , di- 
venne abbominoso agli occhi degl'Italiani, che invocarono l'aiuto di 
Costantino . 

Questi avvegnaché bramasse di vivere in pace con Massenzio , poi- 
ché seppe che quelF orgoglioso nulla curando le proposizioni di amici- 
zia a lui fatte aveva ordinato che ignominiosamente le statue di lui fos- 
sero in Roma abbattute , manifesto segno di ostilità , preso da giusto 
sdegno , e mosso dalle preghiere degP Italiani si preparò alla guerra , 
che fu di breve durata , ma di somma importanza pei grandi effetti che 
ne seguirono. Galerio dopo alcuni avvenimenti, che non giova di ri- 
ferire , aveva creato Imperatore Licinio di barbara schiatta; ma né egli, 
riè Massimino , che signoreggiavano nelì' Oriente , presero alcuna parte 
in questa contesa . Costantino con cento mila uomini si mosse dalle 
Gallie , e varcate le Alpi Piemontesi , eh' erano incustodite , occupò per 
forza alcune Città subalpine , e attraversata la Insubria giunse spedita- 
mente alle rive dell'Adige, dove trovò accampato presso Verona, e da 
valide trincee difeso Ruricio Pompeiano valoroso Uffiziale e molto fe- 
dele a Massenzio per contrastargli il passaggio dei fiume , onde tenersi 
aperta la comunicazione colla Venezia , da cui era agevole trarre prov- 
visioni , e soccorsi . Verona aveva un grosso presidio di Pretoriani , e 
i cittadini medesimi , non sappiamo bene perchè , favorivano le parti di 
Massenzio . Fu d' uopo pertanto assediarla , ma senza guadare 1' Adi- 
ge non si poteva circonvallare. Costantino lo guadò in un sito male 
osservato, e strinse la città d' ogiìi intorno, che lece nondimeno una vi- 
gorosa difesa . Ruricio , onde far levare 1' assedio nascosamente uscì di 
Verona di notte tempo, e andossene dov'era un'armata de' suoi, e con 
essa ritornò \n ver la città per assalire il nemico alle spalle , mentre il 
presidio lo avrebbe attaccato di fronte . Informatone Costantino uscì 
delle linee , e si trovò in faccia al nemico sul finire del giorno . Seguì 
battaglia notturna , nella quale il nostro Imperadore combattè con gran- 
de intrepidezza, esponendosi ad ogni risico, e animando i soldati col 
proprio esempio . Nel calor della mischia cadde morto Ruricio , e la 
sua morte deeise della vittoria a favore di Costantino , che ritornò alF 
assedio , e finalmente espugnò la città , e le diede il sacco . 

Di 



40 ANNALI DELLA CITTA 

an. 324 Di grande importanza fu tenuta 1' espugnazione di Verona , perche 
nell' Arco , che di poi il Senato per riconoscenza eresse in Roma a 
Costantino , si vede rappresentata quella città col capo coronato di 
torri , e atteggiata di lagrime e di dolore . E tale è stata in effetto , 
poiché occupata Verona tutta la Venezia ricevette la legge del vinci- 
tore , poca o nessuna resistenza avendo latto Aquileia ed Aitino . Sbri- 
gatosi così d' ogni intoppo andò Costantino a Roma col suo esercito 
vittorioso , e animato da celesti prodigj , che lo assicuravano della vina- 
ria , venne a giornata con Massenzio su le rive del Tevere, dove rot- 
tosi il ponte cadde il Tiranno nel fiume , e con molti de' suoi si affo- 
gò . Per la morte del capo ne seguì la intera sconfitta de' Massen- 
ziani . 

Il giorno dopo entrò Costantino trionfante in Roma , portandosi di- 
nanzi a lui sopra la cima d' una picca la testa di Massenzio spiccatagli 
dal busto, che fu trovato immerso nella belletta del fiume . Non si po- 
trebbe spiegare a parole 1' allegrezza del popolo al vedersi libero dalla 
crudele e tirannesca signoria di quel moslro; e merita d'esser letto ciò 
che dice di questo trionfo 1' oratore Nazario nel suo panegirico . Me- 
morabile è questo fatto nella Storia Ecclesiastica; perchè Costantino non 
molto dopo professò il Cristianesimo apertamente , e con replicati Edit- 
ti protesse e favoreggiò i Cristiani, i più fedeli sudditi che avesse l'Im- 
pero ; gli sollevò dalia lunga oppressione , permettendo loro , che non , 
come dianzi , in segreto , ma pubblicamente si radunassero ; e ordinan- 
do che fossero ad essi restituite le Chiese , che la persecuzione avea 
chiuse , con facoltà di alzarne di nuove , e che tutti coloro , i quali per 
amore della vera religione o languivano nelle prigioni, o in istranie ter- 
re erano stati esiliati , ritornassero liberi alle case loro , Intorno a que- 
sto tempo abbiamo ne' nostri Dittici un Felice Vescovo di nazione Gre- 
co , del quale non ci è rimasa memoria alcuna degna di fede . 

Se la vittoria di Roma riportata da Costantino , oltre il dominio 
dell'Italia e dell'Africa, che si aggiunsero agli stali di lui, partorì quel 
salutevole effetto , eh' ora s' è detto , Y altra di Verona , coni' è parere 
di dotti uomini introdusse nella storia civile l' uso delle Indizioni , che 
ancora sussiste . E l' Indizione nella Cronologia una spezie di epoca . 
o di maniera di computare il tempo, la quale contiene un ciclo, od 
una rivoluzione di quindici anni , che , quando sono spirati , comincia 
di nuovo . Si vuole che questo ciclo sia stato instiluito da Costantino 
per la nuova ordinazione da lui fatta de' pubblici tributi, ed ora serve 
molto a fissare gli anni degli antichi storici documenti . 

Prima che questi latti accadessero , Galerio che non volle riconosce- 
re Costantino in qualità di Angusto, e riputava Massenzio usurpatore 
e tiranno , chiamato a se Diocleziano dalla Dalmazia in una città del- 
la Pannonia , e presente ancora Massimiano Erculeo , onde fòsse più 
solenne la cosa , in luogo di Severo dichiarò Augusto Licinio suo a- 
mico, il quale non aveva in se stesso altro merito che di essere un va 

loro- 



DI PADOVA. 4r 

loroso soldato . Nato costui nella Dacia , come Galerio , di vilissima Aii , 3 z 4 
stirpe, e indurato dalla sua fanciullezza ne' lavori della campagna portò 
sul trono tutti i difetti di un rustico nascimento, e di una barbara edu- 
cazione. Avaro sordidamente , dissoluto in estremo, aspro e zotico ne' 
suoi modi , odiatore delle lettere che ignorava , e di coloro che le pro- 
fessavano , fu violento perseguitatore de' Cristiani finché potè secondare 
liberamente la malvagia sua inclinazione . 

Ma dopo la morte di Gahrio , che per le sue crudeltà contra i se- 
guaci di Cristo fu punito visibilmente da Dio con una orribile tormen- 
tosissima malattia , e dopoché Massimino altro persecutore dei Cristia- 
nesimo azzuffatosi con Licinio vi perdette il dominio e la vita , tutto 
l'Imperio ricadde in due, come al tempo d'i Ottaviano , e di Marcan- 
tonio . V* ebbe però un' aspra guerra tra' due Sovrani per la porzione 
degli Stati di Massimino , che Licinio volea ritenersi , la quale si ter- 
minò con vantaggio di Costantino , a cui furono cedute alcune provin- 
cie in Europa . Vissero di poi in pace otto interi anni , e d' accordo 
segnarono un Editto a favore de' Cristiani , nel qual tempo Costantino 
fu più volte nella nostra Venezia , vide Aquileia , ed altre nostre cit- 
tà , ed una fiata trovossi in Milano col suo Collega , a cui diede per 
moglie sua sorella Costanza . Respirò allora l' Imperio dalle continue 
battiture che per molti anni avea sopportate . Imperciocché dalla mor- 
te di Costanzo Cloro sino al presente ogni cosa era stata in tumulto 
e disordine ; lo Stato squarciato da divisioni tra Principi gelosi o ne- 
mici ; interrotto il commercio da .un Governo all' altro ; non sicurezza 
ne' viaggi marittimi, non ne' terrestri ; guerre sempre ripullulanti, o ap- 
prestamenti di guerre, allestimenti di armate navali; battaglie, tragiche 
morti di Principi; città distrutte., esazioni enormi, vessazioni d'ogni 
maniera ; in somma non v' ebbe calamità alcuna , che l' Impero in quel 
tempo non abbia sofferto . 

La concordia de' due Imperadori prometteva una lunga calma , e i 
popoli speravano di gustare le dolcezze d' una durevole pace . Licinio 
per alcuni anni si stette cheto , ma egli odiava i Cristiani , e non po- 
teva amare Costantino , che patrocinava la loro causa . Dimentico egli 
dell' Editto segnato a loro favore cominciò a promulgare alcune leggi 9 
colle quali senza mostrar di voler violare quella data in Milano , egli 
molestava con cavillazoni e artiflej inventati a fine di avere un prete- 
sto di perseguitarli . In effetto la inosservanza delle ingiuste sue Costi- 
tuzioni gli somministrò de' motivi d' infierire contra i Cristiani . Costan- 
tino pieno di zelo per la sua religione , non avendo potuto ottenere dal 
suo Collega , che stesse ai patti , e non maltrattasse i Cristiani , si di- 
spose a prenderne la difesa . Orribil guerra si accese tra' due Cognati , 
e 1' Occidente si vide cozzare un' altra volta coli' Oriente Romano . Suc- 
cedettero feroci battaglie per terra e per mare . Licinio fu vinto , de- 
pose la porpora, e poco appresso per ordine di Costantino fu morto, 
F co- 



42 ANNALI BELLA CITTA 



AN , 3 2 4 come ribello , e sommovitore di nazioni barbare contra di lui , e tutto 
il mondo Romano divenne suddito di Costantino . 

Dopo tante vittorie tornò egli nella Venezia , e se da una onoraria 
Iscrizione giustamente raccogliesi , che fu benefico agli Aìtinati , un' al- 
Ira , che ora più non esiste , ci dee far credere , che abbia meritato de' 
Padovani . E in vero dotato di gran virtù procurò in ogni guisa di 
guadagnarsi P affetto de' sudditi, amministrando giustizia, sollevandogli 
oppressi , riparando città danneggiate o distrutte , innalzando grandiose 
fabbriche , conservando la pace , e difendendo 1' Imperio da' barbari , 
che regnando lui non osarono d' infestarlo . Egli abolì la servitù , vie- 
tò i combattimenti de' gladiatori , raffrenò la licenza delle milizie, re- 
presse la prepotenza de' Grandi , largheggiò co' Vescovi e colle Chiese . 
Ma non si creda perciò eh' ei non abbia commesso de' gravi falli ; tal 
è la imperfezione della fiacca e corrotta nostra natura . La morte dì 
Crispo suo primogenito , Principe innocente , ordinala sopra le false ac- 
cuse di Fausta seconda sua moglie e la solenne vendetta che prese di 
lei , poiché riseppe la verità , sono due atti , uno di troppo inconside- 
rata credulità , 1' altro di soverchio rigore , che non si ponno scusare . 
Quegli morì di veleno in Pola nell' Istria , essa per comando di lui fu 
posta in un bagno riscaldato oltre modo , il cui violento vapore la sof- 
focò . In tal modo perì la figliuola di Massimiano Erculeo , sorella di 
Massenzio , cognata di Licinio , tutti e tre Augusti , e madre di tre 
Principi che furono Imperadori . Nò certo è da computarsi tra le lo- 
devoli azioni di lui , che abbia fatto uccidere il figliuolo di Licinio na- 
to di Costanza sua sorella , giovane Principe di undici anni , sopra il 
quale non poteva cadere verun sospetto . Ma queste ed altre colpe di 
lui avrà egli lavato coli' acque del santo Battesimo , che ricevette con 
molta pietà nel fine della sua vita . 

D' altro genere sono i falli , che gli attribuiscono i prudenti del Se- 
colo . Esso cambiò in gran parte la faccia dell' Imperio , e mutò le an- 
tiche forme di governo con sommo pregiudicio delle contrade Italiane , 
dividendo l' Italia in due LHogesi , P una detta di Roma , composta di 
dieci provincie , 1' altra chiamata d' Italia , che ne comprendea le altre 



an. 330 sette , tra le quali era la nostra Venezia ; sebbene questa insieme coli' 
Istria sembra che a suo grande onore fosse dichiarata provincia con- 
solare . Le due Diogesi ubbidivano ai Vicarj subordinali ai Prefetti del 
Pretorio , e aveva ciascuna provincia il suo Presidente , e quello della 
nostra Venezia si trova anche nominalo nelle antiche Iscrizioni Conte 
e Correttore . Così restò sconvolto 1' ordine stabilito , cambiali i Magi- 
strati , e Roma la signora delle genti , e l' arbitra delle nazioni , per- 
duto ogni suo lustro, fu ridotta a condizion di provincia, e la Vene- 
zia nobile porzione dell' Impero trovossi in preda di famelici Presidenti 
succiatori delle sostanze de' popoli . Ma il fallo maggiore commesso da 
Costantino , e che accelerò la ruina dell'Imperio, CU quello di averne 

tra- 



DI P A D O Pi A . 43 

trasportata la sede da Roma a Bisanzio , che chiamò nuova Roma , eTxTTzo 
Costantinopoli ; strano pensiero caduto in mente anche a Diocleziano , 
ma che non ha potuto mandare ad effetto . Costantino non amava i 
Romani troppo attaccati alìe superstizioni del Gentilesimo , cui voleva 
distruggere; e non poteva soffrire il fasto, e l'alterezza de' Nobili, né 
il genio satirico e dileggiatore del popolo . Nato egli nella Mesia avea 
passata la sua giovinezza nella Corte di Galerio e di Diocleziano , e 
proclamato Imperatore nella Granbretagna forse vide Roma per la pri- 
ma volta allora quando trionfò di Massenzio . Poco ivi si fermò , ed 
ora in Arles nella Gallia , ora in Milano , e più spesso nell' Iilirio , co- 
me abbiamo dalle sue leggi , rade volte in Roma gli piacque di sog- 
giornare , cosicché può dirsi che quella Metropoli gli fosse quasi stra- 
niera . 

Da prima aveva pensato di piantare per sua residenza una città nel- 
la Troade , appunto colà dove i Greci assediatori di Troia avevano il 
loro campo , non so se preso dalla dolcezza del clima , e dall' amenità 
di quel sito, o mosso dall'esempio di augusto, del quale si dice, che 
iòrmato avesse lo stesso disegno . Già n' avea gettate le fondamenta , 
alzate le mura , e fabbricate alcune porte , quando lasciata imperfetta 1' 
opera con miglior consiglio prescelse Bisanzio . Quivi profondendo im- 
mensi tesori ne ampliò il circuito , vi eresse grandiose fabbriche sacre 
e profane , vi piantò una reggia degna di lui , spogliò le altre città de' 
bei monumenti per adornare la sua nuova metropoli , vi attirò le più 
ricche famiglie di tutto l' Imperio accordando loro privilegi ed esazio- 
ni , vi concentrò il commercio dell' Europa e dell' Asia , v' instituì un 
Senato , in somma tutto fece , perchè Bisanzio non fosse inferiore a 
Roma . Neil' anno trentesimo del glorioso suo regno morì , e cadendo 
d' errore in errore divise l' Imperio a' 6uoi tre figliuoli Costanzo , Co- 
stante , e Costantino nati di Fausta , oltre a certe porzioni di esso 
con titolo di regni , delle quali ordinò che fossero investiti alcuni suoi 
nipoti . A Costanzo toccò l' Oriente , a Costante Y Italia con parte 
del Settentrione Romano , a Costantino Y altra parte di questo , e i 
paesi intorno al Danubio . 

Assai diverso era il carattere de' tre fratelli : Costante del cui domi- 
nio fece parte la nostra Venezia , era un ottimo Principe : Costanzo 
malvagio e crudele , e protettore infiammatissimo degli Ariani : Costan- t 



tino giovane di leggieri voltabile, e di poco senno. Costanzo seguen- AJ *« 337 
do l' impeto del perverso suo naturale poco appresso la morte del pa- 
dre uccise tutti i parenti , e riunì al suo dominio i loro reami : e tre 
anni dopo Costantino, che pei mali conforti de' falsi amici avea preso 
le armi contra di lui, restò morto colla maggior parte de' suoi nel Friu- 
li , dov'era entrato. Per la sua morte nacque nuova divisione tra' due 
fratelli, e noi Padovani godemmo buona pace sotto di Costante, che 
visitò più volte questa provincia , e si trattenne anche in Padova . Qui- 
vi gli si presentò S. Atanasio, gran lume della Chiesa, per implorare 

V au- 



44 ANNALI BELLA CITTA 

an. 3J7 1' autorevole sua protezione contra il furor degli Ariani; e Io visitò in 
compagnia di Crispino nostro Vescovo . Ciò abbiamo dalla sua lettera 
apologetica a Costanzo , nella quale per iscolparsi delle imputazioni che 
gli erano date , racconta che non aveva mai visitato Costante se non 
accompagnato dal Vescovo della città , dov' ei dimorava; e cita per te- 
si imonj Fortunaziano di Aquileia , Crispino di Padova , Lucilio di 
Verona ec. L'anno preciso della venuta del S. Vescovo a Padova non 
è senza controversia , ma è stato probabilmente 1' anno 342. o 343 . E 
siccome si crede eh' egli abbia scritto la sua apologia nel 356 , così si 
viene a sapere che Crispino , il quale era intervenuto al Concilio di Sar- 
dica tenuto , come i più credono , nell' anno 347. era ancor vivo nelL' 
anno 356. giacche il S. Dottore non lo nomina tra' Vescovi morti. Bel 
documento è questo per la nostra Storia Ecclesiastica. Se al citato passo 
di S. Attanasio avesse posto mente il Ch. Autore della storia Verone- 
se uscita alla luce negli anni addietro , non avrebbe egli messa in dub- 

aw. 350 D1 '° l a dimora di Costante in Verona , e il presentarsi che fece a lui 
il S. Vescovo di Alessandria . 

Intanto che 1' Oriente per le pestifere fazioni degli Ariani era in gra- 
ve tempesta , da noi si viveva in somma tranquillila per le amorose cu- 
re del buon Costante, né le controversie di religione ne intorbidavano 
il bel sereno. Ma morto lui nelle Gallie ne' primi mesi dell'anno 3 5o. 
per tradimento di Magnenzio suo ufficiale , uomo di barbara origine ? 
ne seguì eh' egli assunse la porpora , e a nostro grave danno occu- 
pò la Venezia, e fu in Roma, che odiava Costante, volentieri rico- 
nosciuto; e nel tempo medesimo un altro ufficiale chiamato J^etran io- 
ne, s'impadronì dell' Illirio, e da' suoi fu acclamato Augusto . Costan- 
zo implicato nell' Asia in una difficile guerra contra i Persiani all' an- 
nunzio di tali cose dovette abbandonare quelle contrade per apparec- 
chiarsi a combattere gli usurpatori; e di tanto gli fu la sorte propizia, 
che in parte col maneggio , e in parte coli' armi potè vincere i due 
tiranni, e riunire sotto il suo dominio tutti gli. Stati paterni rimaso so- 
lo- de' figli di Costantino . 

Allora Roma e l'Italia, e tutte le Gallie cominciarono a dipendere 
da lui , ma per somma sventura dello Stato non meno che della Chie- 
sa ; poiché siccome si piccava egli d' esser maestro in divinità y ed ave- 
va abbracciato gli errori di Alrio , così voleva terminare le quistioni a 
suo senno , e distratto per esse dalle maggiori cure del governo , lo 
abbandonava all'arbitrio degli Eunuchi della sua Corte, e di altri mal- 
vagi ministri , che con enorme ingiustizia satollavano la loro ingordi- 

an. 360 già co' beni de' ricchi . Non v' ebbe promessa , non violenza di sorte 
alcuna che non mettesse egli in opera per trarre i Vescovi al suo par- 
tito, e gli venne fatto di espugnare infra gli altri Fortunato di Aqui- 
leia gran difensore di Attanasio , e col mezzo di lui anche il mede- 
simo Papa Liberio , che senza rinunciare alla Fede Nicena si separò 
dalla comunione del prefato Vescovo Alessandrino. Quel che sia stato 

ih 



DI P A & O V ud * 45 

In questi turbolentissimi tempi della nostra Chiesa è del tutto oscuro AM . 360 
ed incerto; ma è certissimo che così i Vescovi ortodossi come gli A- 
riani , ribollendo ta gran controversia , dimentichi di esser ministri del 
Dio della pace , caddero in lagrimevoli eccessi d' ingiuriose declamazio- 
ni , di famosi libelli , di violenze , di ammazzamenti , di che sì doleva- 
no i buoni Cristiani , e ne restavano scandalezzati gli stessi Gentili . 

Otto anni in circa soffersero i nostri la capricciosa signoria di Co- 
stanzo »■, quando obbligato a marciare contra il Soffi di Persia, che gli 
avea rotta la guerra, diede il titolo di Cesare a Giuliano suo nipote. 
Ma costui addottrinato nelle false massime di quella filosofìa , che ha 
tanti seguitatola a' di nostri, non si credette obbligato a tenergli fede, 
e poiché lo vide impacciata nell'estremità dell'Asia a difendersi da' Per- 
siani , si fece gridare Imperatore, e si avviò colf esercito a Costantino- 
poli per farsi colà riconoscere ; ma prima spedì un corpo di truppe nel- 
la Insubria e nella Venezia , le quali provincie abbandonate da' loro 
Presidi , spoglie di soldati , e colte alla sprovveduta senza resistenza si 



assoggettarono a lui. Solamente Aquileia, dove due legioni erano giun- an. ióx 
te r cui Giuliano come poco amiche e mal fide mandava alle stanze 
nella Gallia , non volte partirsi dalla fede data a Costanzo , e accalo- 
rala da que' soldati si dispose a difendersi . Dipendeva da questa città 
la sorte della Venezia , e forse di tutta Italia , perciò si affrettò Giu- 
liano ad inviarvi parte della sua armata per farne V assedio . Ma tutti 
gli assalti riuscirono vani ed infruttuosi , e con grave danno degli as- 
sediane: e se Costanzo, mentre in fretta correa dalla Mesopotamia 
verso P Europa , mm fosse morto improvvisamente nelle contrade del 
monte Tauro, onde nacque che tutta l'Asia riconobbe Giuliano, gli 
Aquileiesi non arebbon ceduto. Ottenuta Aquileia si volse animoso con- 
tra la Persia , dove , come è noto , sgraziatamente morì , ultimo della 
stirpe di Costantino , 

Gran male, non può negarsi, fece alla Chiesa la mania di teologiz- 
zare ch'ebbe Costanzo , eia sua dichiarata protezione dell' Arianismo ; 
ma 1' apostasia di Giuliano a niente mena anelava che a distruggere il 
Cristianesimo . Egli professò solennemente il politeismo , rimise su te 
abolite gentilesche superstizioni , rinovò le più ridicole pratiche ; amò 
gl'incantesimi e le magiche cerimonie; tenne sempre seco aruspici, ma- 
ghi , e indovini ; perseguitò i Cristiani , ma cercò di sfuggire la taccia 
di persecutore con apparente dolcezza ; fu coraggioso , ma fuor de' li- 
miti della prudenza ; rigido e temperante all' estremo , ma per vanità ; 
clemente e umano tal fiata , ma per vaghezza di lode , della quale era 
più avido che un avaro delle ricchezze. Questo è quell'Eroe, che tan- an, 36 3 
to esaltano i nostri filosofi , i quali hanno appreso da lui ad aver 
sempre su la linguale ne' loro scritti gli speciosi nomi di Tolleranza, 
di Umanità , di Filosofia . 1 

L'armata Ramana rimasa senza capo, e con pericolosi nemici a fron- 
te in paese straniero e mal conosciuto elesse Imperadore Gloriano, gio- 
vane 



46 ANNALI DELLA CITTA 

uh. 3<$3 vane d'anni, ma dotato di ottime qualità, che facevano sperare un pa- 
cifico e giusto governo , non avendo egli né il genio guerriero di Giu- 
liano , né P animo sempre sospettoso di Costanzo . Ma dopo avere ri- 
condotto P esercito su le terre Romane mediante una pace vergognosa , 
ma necessaria , dopo avere ributtati gli Ariani , confortato i Cattolici , e 
richiamati i Vescovi alle loro Sedi , donde erano stati scacciati , e re- 
stituito il perduto splendore alla Chiesa , non essendo ancora spirato P 
ottavo mese dalla sua elezione , mentre s' incamminava verso Costanti- 
nopoli , fu trovato morto nel proprio letto , Principe degno di lun- 
ga vita . 

a». 364 Allora gli Officiali del primo ordine tennero consiglio per eleggere 
un successore , e cadde la sorte sopra di Valentiniano Comandante del- 
la seconda compagnia degli Scudieri , Pannone di nazione , che si as- 
sociò Valente suo fratello , a cui diede P Oriente , riserbando P Occi- 
dente per se , e alcuni anni dopo nominò Augusto Graziano suo fi- 
gliuolo , giovinetto di grandissima aspettazione . Prima che i due fra- 
telli si separassero , fecero alcune utili costituzioni , e restituirono a 1 Cri- 
stiani le scuole per la pubblica istruzione , che Giuliano avea fatto 
chiudere . Venne di poi Valentiniano nella Venezia , e in Aquileia , 
in Aitino , e in Verona pubblicò alcune leggi per regolare la condotta 
de' giudici e de' governatori , e per altri importanti oggetti; e fu allora 
che ordinò doversi riparare tutte le strade della Venezia , come da cip- 
pi milliari impariamo , benché si possa credere , che P opera in qual- 
che parte fosse stata incominciata imperando Gloriano . Passando egli 
per P Emilia Altinate dovette vedere la nostra Città , dove sappiamo 
che v' era a quei tempo un presidio di truppe Germane . Imperciocché 
il nerbo degli eserciti Romani sino dal regno di Diocleziano non era 
più composto di legionarj Italiani , ma di Barbari di varie nazioni , i 
quali colla loro naturale ferocia insolentivano contra gli abitatori delle 
città , dove dimoravano . E siccome la Venezia fronteggiava co' paesi 
oltramontani , donde nemiche genti poteano scendere , così facea me- 
stieri che grossi corpi di soldati vi stanziassero sempre a guardarla , e 
che fabbriche d' armi vi fossero in alcuni luoghi della provincia . 

Valentiniano passò di poi a Milano , e adottò il sistema di tolle- 
ranza per ricondurre i popoli traviati alla vera religione , e dopo aver 
soggiornato un anno in Italia , che più non rivide , andò nella Gallia . 
Ivi , mentre suo fratello Valente dichiaratosi a favor degli Ariani per- 
seguitò i Cattolici , e scacciò S. Atanasio dalla sua Sede , egli entrò 
ostilmente nell' Alemagna, ed ebbe alcune vittorie contra quelle inquie- 

aw. 378 te popolazioni \ che di quando in quando assalivano le provincie Ro- 
mane , e mandò buon numero di prigionieri in Italia, a cui diede ter- 
reni da coltivare nelle abbandonate campagne vicine al Po . Indi co! 
mezzo di Teodosio suo generale represse le sollevazioni della Gran 
Brettagna, e avendo in persona passato il Danubio per portare la guer- 
ra ai Goti, appresso alcuni vantaggi ottenuti, in breve spazio di tempo 

morì : 



an. 379 



DI PADOVA. 47 

mori: e il suo esercito senza punto aspettare l'assenso di Graziano gri- A *. 37F 
dò Imperatore Valentiniano II. fanciullo di pochi anni , che gli era 
nato da una seconda sua moglie . Valentiniano è .lodato a cielo dagli 
Scrittori Cristiani , i quali per lo zelo eh' ei dimostrò della Fede Cat- 
tolica , gli perdonarono de' gravi difetti . Imperciocché fu bene un Prin- 
cipe religioso e guerriero , e non ignaro di lettere , ma violento ed a- 
varo , e superbo tanto e collerico , che la sua collera a migliaia de' suoi 
sudditi costò la vita . Noi Veneti non possiamo dolerci di lui , e que- 
sta provincia , oltreché le coscienze non furono turbate da questioni 
di religione , si mantenne con sufficiente prosperità , mediante il com- 
mercio che ancor facevasi in Àquileia ed Aitino , mentre le altre con- 
trade Italiche languivano nella miseria . Tre anni in circa dopo il fra- 
tello mori anche Valente ucciso in una memorabile battaglia dai Goti 
con tale strage del suo numeroso esercito , che pochi assai de' suoi sol- 
dati camparono da quel disastro . 

Sebbene Graziano arebbe potuto giustamente dolersi che gli fosse 
dato Collega il fanciullo Valentiniano > contuttociò , tanta era la bontà 
del suo cuore , che non solamente non ne dimostrò verun dispiacere ,' 
ina lo amò , e lo tenne come figliuolo , e prese grandissima cura della 
sua educazione . Egli amava le lettere, ed aveva avuto a maestro dtu- 
sonio il miglior poeta di quell'età, cui decorò poscia del consolato, e 
apprese a far versi come lui , e a parlare con garbo e con leggiadria . 
Non v' era esercizio cavalleresco , in cui non valesse molto , né virtù 
che non praticasse . Egli è gran peccato che un Imperadore adorno 
di sì buone qualità si sia abbattuto ad infelicissimi tempi , Il gran co- 
losso dell' Imperio Romano da molte e diverse popolazioni bersagliato 
e battuto era vicino a cadere , e la nostra Venezia , che si era soste- 
nuta sinora , correa grave pericolo d' essere scossa e rovesciata . A pun- 
tellare il cadente Imperio Graziano chiamò dalla Spagna Teodosio , 
che accoppiava col più distinto valore una rara prudenza , e dopoché 
battè felicemente i barbari presso il Danubio , lo dichiarò Augusto , e 
gli diede gli Stati di Valente già posseduti . Ma in questo mezzo al- 
tre nazioni nemiche , le quali avevano invaso il Norico e la Vindeli- 
cia , da presso minacciavano la Venezia , sicché fu d' uopo che Gra- 
ziano accorresse a difenderla . Àquileia , Aitino , Padova , e Verona 
furono onorate dalla presenza di lui , e nel suo soggiorno fatto nella 
nostra Città pubblicò alcune leggi , che sono registrate nel Codice Teo- 
dosiano . 

Questo buon Imperatore di quando in quando visitava questa pro- 
vincia , e procurava di togliere i disordini e gli abusi introdotti . Sic- 
come egli avea sanate le piaghe , che neh" Oriente avevano quasi mor- 
ta la fede , colpa di Valente suo zio , così animato da S. ^Ambrogio 
Vescovo di Milano , di cui seguiva volonteroso i consigli , intimò un 
sinodo in Àquileia , al quale non pur esso intervenne , ma Teodosio 
ancora , e Valentiniano II. Gli Ariani , sebbene replicatamele con- 

dan- 



43 ANNALI DELLA CITTA* 

in. 379 dannati , sotto varj pretesti , com' è costume degli eretici , persìstevano o- 
stmatamente nel loro errore , e chiedevano che fossero ascoltate le loro 
ragioni : e avvegnaché 1' Arianesimo fosse stato sopito in Italia , contut- 
tociò aveva rialzato il capo } e non gli mancavano in tutte le provincie 
dei riscaldati seguaci. Fu tenuto questo Concilio nell'anno 38i. da 
molti Vescovi della diocesi d' Italia , e delle vicine provincie , e Vale- 
riane) di Aquileia e Ambrogio di Milano vi si segnalarono col loro ze- 
lo ; alcuni Vescovi furono convinti di errore , e deposti . Negli Atti di 
esso Concilio , che ci sono rimasi , vedesi sottoscritte infra gli altri il 
celebre Eliodoro di Aitino grande amico di S. Girolamo , ma non i 
Vescovi di Verona e di Padova , sebbene non è da porsi in dubbio , 
che queste due Città decorate fossero di Cattedra Vescovile , e se a' no- 
stri dittici si dee prestar fede , reggeva allora la nostra Chiesa Limpi- 
dio ; ma è credibile che quegli Atti ci sieno giunti imperfetti e man- 
canti . 

Terminato questo affare si godette qualche quiete nella Venezia per 
le amorose sollecitudini di Graziano ; ma ben presto dovette egli mar- 
ciare nella Gallia , dove Massimo soldato d' incerta origine avendo al- 
zato nella Gran Bretagna lo stendardo della ribellione era già colle sue 
k. 388 genti passato , e da esse era stato acclamato Augusto . Il buon Princi- 
pe abbandonato da' suoi soldati per tradimento dell'usurpatore vi per- 
dette la vita ; e il Tiranno dopo avere occupate le Gallie , ed altre pro- 
vincie non volendo provocare centra di se le temute armi di Teodosio 
lasciò al giovane Valentiniano l'Italia, il quale ora m Aquileia, ed 
ora in Verona fece dimora con Giustina sua madre . Se non che quat- 
tro anni appresso calò Massimo inaspettato in Italia con grosso eser- 
cito , ed essendo il giovane Imperatore fuggite in Oriente , la nostra 
Venezia , « le altre provincie indifese cedettero all' armi di lui , e so- 
lamente Aquileia vi oppose per qualche mese una valida resistenza. 

Quivi egli di poi piantò la sua sede , e raccolse una grande armata 
di barbari , chiudendo e fortificando i passi dell' alpi Giulie per impe- 
dire a Teodosio ., di cui prevedeva le mosse , che non potesse penetra- 
re in Italia per quella parte ; se con angherie e gravi danni della Ve- 
nezia è facile immaginarselo . Ma tutti gli apparati di Massimo , e tut- 
ti gì' intoppi frapposti furono vani , poiché Teodosio <ion indicibile ra- 
pidità da Costantinopoli giunse nella Pannonia , ove sorprese e scon- 
fisse un' armata nemica che gli contrastava il passo ; indi ai varchi dell' 
alpi , e avendoli superati felicemente sboccò nelle pianure di Aquileia , 
dove il Tiranno s'era rinchiuso. La città o a patti o per forza fu pre- 
sa , che ciò ben non si sa , e Massimo da' suoi soldati medesimi nel 
palagio imperiale arrestato fu condotto alla tenda del vincitore fuori del- 
la città , e mentre ad esso tremante e supplichevole il clemente Impe- 
ratore volea perdonare , gì' inaspriti soldati di ciò avvedutisi lo strasci- 
narono fuori del padiglione , e in riva del Lisonzo gli mozzarono il 
capo , gettando il corpo nel fiume . Né miglior fine doveva fare costui 

ucci- 



DI PADOVA. 49 

uccisore del suo Principe , occupatore degli Stati di lui , e tale fayora- AM . 3 88 
tore de' pagani , benché in apparenza zelatore del Cristianesimo , che 
Simmaco altaccatissimo al politeismo venne da Roma in Aquileia per 
ringraziamelo, come si crede. 

Quattro anni in circa si fermò Teodosio in Italia , parte nella Ve- 
nezia , e parte nella Insubria , avendo seco T^alentiniano , cui ritrasse 
dall' eresia Ariana alla credenza cattolica , ed Onorio il secondo de' suoi 
figliuoli . Con suo decreto cassò ed annullò tutte le leggi promulgate 
da Massimo , ma perdonò generosamente a tutti coloro che seguito 
avevano il di lui partito . E sebbene per diritto di conquista poteva ri- 
tenersi l' Italia , la Galiia , la Spagna e la Gran Brettagna con altri paesi 
oltramontani , che il morto Tiranno aveva usurpati , contuttociò rifiu- 
tando i consigli di un'ambiziosa politica restituì a Valentiniano tutto 
ciò che aveva perduto , e vi aggiunse anche il restante dell' occidente . 
In questo tempo visitò le nostre città, e vi pubblicò degli editti in 
Concordia, in Aitino, in Vicenza, e in Verona, ma nessuno in Pa- 
dova , come erroneamente fu scritto , e si prese grandissima cura di 
mantenerle nell'abbondanza e nella prosperità. Passò anche a Roma, 
dove distrusse 1' Idolatria, che aveva ancora molto Credito nel Sena- 
to, e pieno di gloria tornossi a Costantinopoli. 

Ma i fortunosi avvenimenti dell' Occidente non gli permisero di fer- AW . 39% 
marsi lungamente in quella Metropoli . Valentiniano era passato nelle 
Gallie , e si disponeva a tornare in Italia , quando fu assassinato in Vien- 
na per tradimento di Arbogasto suo Generale di nazione Franca , che 
segretamente aspirava all' Imperio . Questo egregio Principe cominciava 
a regnare con gloria ., e pei consigli ed esempj di Teodosio aveva sa- 
puto emendare i difetti che per la prava educazione di Giustina sua 
madre aveva contratti . Zelante della giustizia , temperato ne' piaceri , 
dolce ed umano co' suoi , mansueto a' nemici , liberale ma senza scia- 
lacquamento , grave talfiata ma senza arroganza , svisceratissimo di S. 
Ambrogio , che aveva in prima perseguitato , facea sperare che arebbe 
uguagliato il padre nella prudenza civile e nel valor militare , e pro- 
metteva all' Occidente una lunga prosperità . Il traditore slrbogasto , 
perchè non fosse creduto reo della morte di lui , gli fece rendere i 
dovuti onori , e permise che il suo corpo fosse portato a Milano , do- 
ve tra splendidissime esequie ebbe a pubblico lodatore il medesimo S. 
Ambrogio . L' avviso della sua morte turbò sì fattamente le nostre cit- 
tà che tutto era orrore ^ silenzio , e pianto . ^Irbogasto non prese la 
porpora , ben sapendo che come pagano e barbaro sarebbe stato in 
odio ai Romani, ma cercò un uomo di qualche merito, onde l'ele- 
zione non fosse degna di riso , un uomo che dipendesse intieramente 
da lui , e potesse a sua voglia , quando il destro gliene venisse , sbal- 
zarlo dal trono . Scelse un certo Eugenio stato Retore di professione , 
e Segretario del morto Principe , Cristiano , se non di opre , almeno 
di nome ; e dopo aver fatto che i soldati lo proclamassero Augusto , 
G alla 



So ANNALI -DELLA ClTTs± 

an. 392 alla testa di un grande esercito di barbari lo condusse nella Venezia , 
che dovette ubbidire all' usurpatore . Ardì costui di spedire un' amba- 
sceria a Teodosio , eh' era inconsolabile per la morte di suo cognato , 
chiedendo di essere riconosciuto Imperadore di Occidente , e affinchè 
fosse più decorosa indusse molti Vescovi e Sacerdoti ad accompagnar- 
la . Teodosio , che aveva amato teneramente Valentiniano , benché a- 
vesse deliberato nell'animo, ne andasse vita ed impero, di prender so- 
lenne Vendetta d' ambidue que ? ribaldi, nondimeno perchè mollo tempo 
era necessario ad allestire un' armata , quale a tal' uopo si richiedeva , 
represse il conceputo suo sdegno, presentò anche gli ambasciatori, e 
parlò ad essi in guisa che si partirono da lui con qualche speranza di 
non averlo nemico . 

Passarono due anni senza che novità alcuna nascesse nella Venezia ; 
e in questo intervallo di tempo slrbogasto insieme con Eugenio andò 
nella Gallia per frenare quella provincia tumultuante , e gli venne fat- 
to d' ispirare terrore ai Franchi , e di fare alleanza con essi « Egli con- 
sapevole del suo delitto ben prevedeva che Teodosio non lo arebbe la- 
sciato impunito , e perciò tornato nella Venezia apparecchiossi alla guer- 
ra . Congregò intorno Aquileia una poderosissima oste di barbari e di 
Romani , rafforzò i passi dell' alpi con grossi presidj , e su le vette di 
que' gioghi fece piantare le statue di Ercole e di Giove folgoratore , 
giacché Eugenio malvagio Cristiano per compiacere ai Pagani avea per- 
messo che le immagini degli Dei fossero dipinte sopra de' suoi sten- 
dardi ; che i Tempj idolatri fossero aperti in tutta P Italia ; che in ogni 
parte si scannassero vittime , e si consultassero le loro viscere dagli a- 
ruspici ed indovini , e tornassero a nuova vita le già morte chimere 
della superstiziosa divinazione . 

D' altra guisa si preparava Teodosio alla guerra . Egli confidava nel- 
la giustizia della sua causa, e nella protezione del Dio degli eserciti, 
a cui era ricorso con ferventi orazioni . Quando ei credette di avere 
raccolta un' armata , che potesse stare a fronte di quella di Eugenio 
assai numerosa , si partì d' Andrinopoli , e prese la strada dell' Alpi 
Giulie. Esso oltre le truppe Romane aveva tratto de' soldati ausiliarii 
da tutte le nazioni dell'Asia, ma non ostante era maggiore il numero 
degli Eugeniani ; dLrbogasto poi credevasi il più valente ed esercitato 
guerriero che avesse P Imperio , e il solo Teodosio poteva gareggiare 
con lui . Tosto che questo Principe si avvicinò ai nemici spedì un gros- 
so corpo di genti ad assalire Flaviano accampato presso i passi dell' 
alpi, che combattendo rimase mor|o, quantunque le false divinità, del- 
le quali era Pontefice , gli avessero promesso una compita vittoria . 
Comparirono allora i Teodosiani sul dorso de'monti, e i soldati d* Eu- 
genio usciti dal loro campo in buon ordine si fecero ad essi incontro, 
menhe voleano discendere. Seguì la battaglia presso P odierno Vipaco 
nella Contea di Gorizia: orribile fu P occisione di una parte e dell' al- 
tra; diècimila Goti assoldati da Teodosio furono tagliati a pezzi, e la 

notte 



DI P A D O V A i 5l 

notte separò i combattenti, prima che la vittoria, la quale inclinava a A n. 392 
iavore d' Eugenio , fosse decìsa. Col favore delle tenebre l'Imperatore 
ritirossi indietro alcune miglia, e se avesse ascoltato i consigli de' suoi 
Generali arebbe abbandonata l' impresa per difFerirla a tempi migliori t 
Ma egli risoluto di vincere , o di morire , e pieno di fiducia nella di- 
vina assistenza, cui, orando tutta la notte, aveva imploralo, sebbene 
molta gente avesse perduto o morta nel combattimento , o fuggila dal- 
le insegne e dispersa , indossatasi la corazza , e imbracciato lo scudo 
si mosse per atlaccare il nemico . 

E certamente volle Iddio dare al buon Teodosio una visibile prova 
della sua protezione . ^irbogasto espertissimo Capitano aveva mandato 
un certo Conte udrbitrione con alcune grosse schiere, perchè assalisse- 
ro i Teodosiani alle spalle, mentre egli li arebbe caricati di fronte, la 
qual cosa se succedeva, l'Imperatore era condotto in cattivi termini. 
E già esso rivoltosi a tergo vede dietro se quelle genti nemiche in atto 
di appiccare la zuffa ; ond' egli niente per ciò sfiduciato ricorre di nuo- 
vo a Dio con calde preghiere, come tutti gli Storici affermano; ed ec- 
co il Conte, per opra di quel Signore che tiene in mano i cuori de- 
gli uomini , e li muove a sua voglia , soprappreso da timore e rispetto 
verso il suo legittimo Principe gli manda dicendo che, se gli perdo- 
nasse, e gli desse qualche onorevole impiego, verrebbe con tutti i suoi 
a difesa di lui. Riconobbe Teodosio dal cielo questo inaspettato can- 
giamento, e accettò senza esitare l'offerta, e con tale soccorso acqui- 
stò P esercito un nuovo coraggio . Ei salta giù di cavallo , e impugnan- 
do la spada s' incammina solo contra i nemici : lo seguono in fretta i 
suoi battaglioni atterriti dal pericolo, a cui lo vedono esporsi. 

Si avventano gli eserciti l'uno contra l'altro rabbiosamente; e fu- 
riosa fu la battaglia, e per lungo tempo dubbiosa; quando per divina 
provvidenza si scatenò con orribili fremiti dalle balze di quelle monta- 
gne una veemente aquilonare procella, che disordinò gli Eugeniani, e 
diede vinta la giornata all' Imperatore . Densi nugoloni oscurarono il 
cielo, immensi viluppi di polvere e di frondi si rigiravan per Paria, 
P impeto del furiosissimo vento che soffiava contra la faccia de' nemici 
strappava ad essi di braccio gli scudi , ritardava il corso de' loro dardi , 
e accresceva la foga delle quadrella de' Teodosiani , che non ferivano 
a vuoto . Già tra il buio , e il grandissimo polverio , per cui nulla po- 
tean vedere , P urlo e il rumore della impetuosa bufera , che gli assor- 
dava , i soldati di Eugenio più non ascoltano ordini, non riconoscono 
insegne; grida invano ^4rbogasto ; sfilati e dispersi come pecore sono 
tagliati . Interi battaglioni depongono le armi , e salutano Imperadore 
Teodosio , che fa subito cessare la strage , e ordina che gli sia con- 
dotto innanzi il tiranno Eugenio . Corsero frettolosi i soldati colà , 
dov 5 egli tre miglia lontano si stava , e vedendoli arrivare sudati ed an- 
santi credette che gli recassero la nuova della vittoria , e domandava di 
vedere quel forsennato di Teodosio. Qual si facesse costui poiché in^- 

tese 



52 ANSALI BELLA CITTA 

,s. 392 tese la rotta de' suoi , e 1' ordine avuto dall' Imperatore , ciascun se lo 
immagini . Spogliato della porpora , e strettamente legato tra gli stra- 
pazzi e le ingiurie fu tratto alla presenza dell'Imperatore, il quale, do- 
po amari rimproveri lo condannò a perder la testa. ALrbogasto autore 
di tanti mali, straziato da' suoi rimorsi, pieno di rabbia e disperazione 
si uccise colla propria spada in mezzo a quelle montagne, dove erasi 
rifuggito. Così terminò una guerra ben altra da quella di Massimo ; 
guerra che potea decidere della nostra sorte , anzi di quella di tutta 
l'Italia, e dell'intero Occidente, e perciò da non esser taciuta» 

Teodosio ascoltando le voci della sua clemenza perdonò ai vinti , né 
ci fu alcuno di loro, cbe piangesse . S. .Ambrogio venne da Milano 
in Aquileia per ottener grazia ad alcuni, quasi tutti pagani , che si era- 
no segnalati a favore di Eugenio, e temevano i meritati castighi, e 
senza fatica la ottenne ; tanto era il predominio che aveva il Santo so- 



akt. 395 pra il cuore del Principe. Dopo ciò egli riordinò gli affari della nostra 
Venezia, che il morto Tiranno aveva molto male imbrogliati, e vide 
Aitino , Padova e Verona con infinita allegrezza de' nostri . Padrone di 
tutto l'Imperio andò a Milano, e chiamò colà da Costantinopoli Ono- 
rio suo figliuolo da lui destinato Imperadore d' Occidente, il quale con 
grande corteggio passò per le nostre città, avendo eletto P altro suo fi- 
gliuolo ^Lrcadio all' Imperio d' Oriente . Stanco e rifinito dalle lunghe 
e gravi fatiche, prima che spirasse l'anno della vittoria ottenuta, Teo- 
dosio morì , come gli avea predetto un santo Solitario d' Egitto , il qua- 
le interrogato da lui sopra V esito della guerra Eugeniana gli rispose 
che sarebbe stata sul principio pericolosa, in fine gloriosa per lui, ma 
in breve seguita dalla sua morte . Come a Valentiniano II. così ad 
esso recitò S. Ambrogio 1' orazione funebre , e il suo corpo con ma- 
gnifica pompa portato a Costantinopoli attraversò le nostre città , ono- 
rato da lagrime di vero dolore, che alla veduta di esso sparsero i sud- 
diti afflitti di aver perduto un ottimo padre de' popoli , un Sovrano 
religioso e guerriero , un Principe giusto e clemente , liberale e bene- 
fico , difensore della Chiesa non meno che dell'Impero. 

Giusto e dovuto alle ceneri di Teodosio fu il pianto versato da' no- 
stri padri; ma se eglino potuto avessero prevedere i gravissimi mali, 
che sovrastavano alla nostra Venezia, e a tutta l'Italia, non arebbono 
mai posto fine alle lagrime ed ai sospiri . ^rcadio ed Onorio, come 
s'è detto, succeduti erano al padre. Principi imbecilli, eredi della sua 
bontà , ma non del valore , e della fortuna sua ; quegli dominato da 
Rufino , questi da Stilicone loro ministri , che si consideravano come 
Sovrani ; e tali in effetto furono , regnato avendo dispoticamente sino 
a tanto che vissero, mentre i due deboli Imperatori erano quasi come 
schiavi sul trono . Costoro avevano una Corte assai più brillante che 
quella de' medesimi Augusti , non già di persone virtuose ed oneste , 
ma d' uomini i più scaltri insieme e malvagj , che avesse l' Imperio , 
senza onore , senza fede , soperchiatoli delle leggi , presso i quali era 

ogni 



DI P A D O V À . 53 



ogni cosa venale; uomini che ingrassati e arricchiti colle sostanze de' AN . 393 
popoli disordinavano in magnificenza abbagliando gli occhi de' mortali 
colla sontuosità de' vestiti , e la splendida pompa degli equipaggi . La 
corruttela della Corte s'era già diffusa nello Stato ; lusso e dissolutezza 
vi facevano l'ultime prove; il delitto non era più biasimato; i Gover- 
natori delle provincie succhiavano il sangue de' sudditi , e i Magistrati 
municipali, che dovevano essere i tutori delle città, chiudevano gli oc- 
chi su le loro rapine . La disciplina militare era in tutto perduta ; non 
più forma di legioni, non le solite armi ; non più soldati Romani, ma 
un mescuglio ài barbari d' ogni nazione . 

Non maraviglia se stando le cose ne' termina che abbiamo descritti, 
que' medesimi barbari conoscendo la debolezza de' Regnanti , e il dis- 
gusto delle provincie , in questo secolo V. del quale ora si comincia 



a parlare , hanno disertato l' Imperio . Ma innanzi di entrare in que' an. 400 
funesti racconti giova premettere che i due Ministri Sii/icone e Rufi- 
no s\ odiavano a morte , gelosi 1' uno dell' altro r e che questi per so- 
stenersi nel suo autorevole posto avea segretamente chiamati gli Unni, 
popolo barbaro , affinchè movessero guerra ad Arcadio . D' altra par- 
te Strlicone grande guerriero di nazione Vandalica , che avea militato 
con gloria sotto Teodosio condusse l' armata d' Italia oltre 1' alpi Giu- 
lie facendo correr voce che voleva assalire i Goti , e mosse Alarico 
celebre condottiero di genti Gotiche , di cui dovremo parlare , ad en- 
trare ostilmente nella Dalmazia, nell'Epiro e nella Grecia. In mezzo 
a questi avvenimenti perì il traditore Rufino , e gli succedette nel!' emi- 
nente posto l' Eunuco Eutropio , avanzato negli anni , scherzo della 
fortuna , venduto e rivenduto più volte , pieno di tutti i vizj , che sa- 
peva palliare ingegnosamente col manto di una finissima ipocrisia. Co- 
stui prima amico di Stilicone , vivendo Rufino , poi rivale e nemico 
<ìi lui fece andare a vuoto il disegno eh' egli aveva di maggioreggiare 
anche in Costantinopoli , come nella Corte di Onorio , e persuase al 
timido Arcadio di fare una vergognosa pace con Alarico, dichiaran- 
dolo suo Generale e Governatore dell' Illirio con segrete commissioni 
d 5 invadere la Venezia . 

Stilicone , poiché per opera d' Eutropio gli andò fallito il pensiero, 
tornossi coli' esercito nella Venezia , dove soggiornava anche Onorio . 
Imperciocché sappiamo dalla data delle sue leggi , eh' egli si trattenne 
ora in Aquileia e in Aitino , ora in Verona ed in Padova , nel qual 
tempo visitò le celebri nostre Terme Aponesi in compagnia del poeta 
Claudiano , che ne lasciò una bella poetica descrizione , come sopra 
s' è detto . Ordinò poi che le pubbliche strade della Venezia fossero 
acconciate a comodo de' viaggiatori , e principalmente delle milizie , ob- 
bligando alla spesa anche i proprj suoi fondi . In tali anni la nostra 
provincia fu queta , ma non senza sospetto di Alarico , il quale non 
tardò molto a portarvi lo spavento e il terrore . Egli era uscito della 
famiglia Balta 3 una delle due illustri tra' Goti ; nazione già conosciuta 

da' 



54 ANNALI DELLA CITTA 

a.m. 400 da' Romani sotto il nome di Geti, che partiti dalla Tartaria Asiatica, 
e divisa in varie Tribù venne ad abitare le contrade bagnate dal mar 
Nero , e dal Baltico , e molto avea fatto parlare di se nel secolo pre- 
cedente . Costui era valoroso guerriero , e prudente , e più forte che 
da un barbaro non poteva aspettarsi , non crudele, ma umano . 

Erano passali sei anni dacché Onorio regnava , quando avendo mes- 
so gran forze a ordine l' anno di Cristo quattrocento Alarico piom- 
bò co' suoi Goti sopra i passi dell' alpi Friulane. , ove entrato , come 
credesi , senza contrasto si presentò ad Aquileia per assediarla , ma ne 
fu respinto con grave suo danno * Allora si volse a dare il guasto ai 
territorj delle città situate nella Venezia orientale , prede da ogni lato 
recando ; né mancano gravi iudizj per dubitare che Stilicene , onde 
rendersi necessario al Regnante , segretamente se la intendesse col Ge- 
nerale nemico . L' anno dopo calò questi di nuovo nella provincia per 
T alpi Veronesi , e corse ardendo , rubando , e guastando i distretti di 
Verona , di Vicenza , e di Padova senza che alcuno se gli opponesse : 
di che essendo pervenuta 1' annunziatrice fama in Oriente , si pregava 
pubblicamente in quelle Chiese per le disgrazie della Venezia . Tre an- 
ni durò quest' orribile giuoco ; finalmente ALlarìco passò nell' Insubria 
chiedendo all' Imperatore terreni , dove potesse abitare co' suoi , e pro- 
mettendo a lui fedeltà . Si dice che Stilicone abbia rotto le pratiche 
dell' accordo , onde ricominciate essendo le ostilità il pauroso e dappo- 
co Onorio si chiuse in Ravenna piazza forte, e tale fu lo spavento in 
Roma , che que' voluttuosi e morbidi cittadini , progenie degenerante , 
pensavano di (uggirsi per mare . Allora Stilicone si mosse , e sconfìs- 
se in Lombardia l' esercito Goto , nel quale entrata essendo rabbia e 
divisione , nacque presso Verona , dove si era rifuggito , una sanguino- 
sa battaglia tra' Goti e altri barbari con grandissima strage , sicché le 
acque dell' Adige , giusta 1' espressione enfatica di Claudiano , tinte in 
rosso corsero al mare . Il Generale Romano approfittandosi delle felici 
circostanze distrusse i rimasugli di quell' armata , fece prigioniere la mo- 
glie e le figlie di Alarico , e lui stesso quasi restato solo , che cerca- 
va uno scampo per le montagne Veronesi , arebbe potuto prendere , se 
avesse voluto ; ma lo lasciò ire in pace , e diede anche libertà a quel- 
an. 401 le nobili prigioniere ; ciò che accrebbe i sospetti contra di lui . 

Poiché Allarico si ritirò al Danubio cessarono alcun poco le traversie 
della Venezia, che si rallegrò di esser libera dalle incursioni de' Goti . 
Se non che passati tre anni in circa uno straniere di nazione Tartara 
chiamato Radagasio > il quale era stalo in Italia con Alarico , venne 
a tentare la sua fortuna , e con dugenlo mila soldati raccolti nella Pan- 
nonia discese per la solila via del Friuli quasi a certa preda; e lascian- 
do non tocche le città s' avviò verso Roma , cui giurato avea d' incen- 
diare . Pensi ognuno quale sarà stalo il terrore de' nostri vedendo tan- 
ti orridi e brutti cèffi nelle Padovane pianure . Volle propizia sorte , 
che tutta quella selvaggia moltiludine s' internasse entro gli Apennini , 

i\o\t> 



DJ PADOVA. 55 

dorè Stilinone potè circondarla e distruggerla , sicché testa non ne cam- AN , 40 , 
pò , e vi rimase morto il medesimo condottiero . Una vittoria tanto se- 
gnalata accrebbe 1' odio e l' invidia de' nemici di Stilicone, vizio comu- 
ne delle Corti, onde per istigazione loro Tu fatto uccidere in Ravenna 
con tutti i suoi dal troppo credulo Onorio . Morto lui, Alarico tor- 
nò in Italia con forte nerbo di armati , e non fece verun danno alle 
nostre città , ma per diritta via andò a Roma , cercando però sempre 
di fare accordo coli' Imperatore, il quale stando fermo in Ravenna non 
volle mai dare orecchio , benché pregato dai Senato di Roma e dal 
Papa , alle proposizioni del barbaro Generale . Perchè adirato impose 
a quella città pesantissime contribuzioni , ed essendo tornate inutili le 
nuove pratiche da lui tenute con Onorio , rivesti della porpora dittalo 
Prefetto del Pretorio , e costrinse t Italia a riconoscerlo Imperatore, e AN , 42J 
dovemmo noi pure sottometterci alle voglie di lui, e ciò tanto più che 
udtaulfo suo cognato sforzati i passi della Venezia gli avea condotto 
un considerabile rinforzo di genti . 

Troppo mi dilungherei dalla storia di queste contrade , se volessi ora 
narrare come Alarico avendo deposto dittalo , che gli servia di zim- 
bello prese di nuovo a disertare 1' Italia , e come Roma , credesi per 
tradimento , cadde nelle mani de' Goti , che per tre giorni le diedero 
il sacco , mettendo in disonesto loro uso le donne del pari che le ver- 
gini , i cittadini uccidendo, o prigioni se gli menando, da quelle per- 
sone in fuori, che nelle Basiliche si erano ricoverate; e come in fine 
nell' estrema parte della Calabria peri quasi improvvisamente il barbaro 
Re alla vista del naufragio della sua flotta , colla quale voleva sbarcare 
in Sicilia ; per la cui morte Ataulfo suo Cognato condusse pacifica- 
mente nelle Gallie 1' armata . Non si dee però tacere un notabile av- 
venimento che appartiene anche a noi . Malgrado alle leggi di molti 
Augusti restavano ancora in piedi qua e colà altari e tempj degl' ido- 
latri , e fumavano tuttavia degl' incensi alle pagane divinità , e si scan- 
navano vittime . Alarico , sebbene infetto dell' eresia Ariana , rispettò 
le Chiese Cattoliche , ma dovunque passò coli' esercito spogliò , demolì 
e distrusse le are profane , ond' ebbe un grandissimo crollo 1' idolatria , 
né risorse più . 

Lascio altri fatti di questi tempi, e quello spezialmente di Costan- 
tino usurpator delle Gallie, che sotto colore di portare aiuto ad Ono- 
rio, entrò rapidamente nella Venezia , e giunto sino alle rive del Min- 
cio sperava colle corrispondenze che aveva in Ravenna di opprimere 
l' Imperatore : ma essendosi scoperto il trattato , ritornò frettoloso nel- 
le Gallie , dove da Costanzo valente Generale di Onorio fu poscia vin- 
to , e mentre fatto prigioniero era condotto per la nostra via Altinate 
ad Augusto , ebbe mozza la testa . Dopo la morte di questo usurpa- 
tore Onorio pubblicò una legge favorevole alla nostra Venezia , colla 
quale liberò per lo spazio di quattro anni da varie imposte quelle con- 
trade dell' Imperio , che state erano desolate dalle frequenti incursioni 

de' 



56 ANNALI DELLA CITTA 

an. 423 de' barbari; e ordinò che le terre rimase senza padrone date fossero a* 
confinanti , e per due anni esentate da ogni tributo . Finalmente , co- 
me era già morto in Costantinopoli ^drcadio suo fratello , anch' esso 
dopo un infelice regno di quasi trent' anni morì : Principe imbecille , 
sempre irresoluto e dubbioso : preda di sua sorella Placidia da lui ama- 
ta teneramente, ma poi., non si .sa perchè, allontanata dalla Corte; 
trastullo della nequizia de' suoi domestici ; nato , non a cingere la spa- 
da , o a portare lo scettro , ma a vestire la cocolla , e a salmeggiare 
nel coro co' Monaci . Non avendo lasciati figliuoli gli succedette Va- 
lentiniano III. nato di Placidia e di Costanzo , cui Onorio pei segna- 
lati suoi meriti dichiarato avea suo Collega ; e per la morte di ^4rca~ 
dio entrò al governo dell' Imperio Orientale Teodosio IL suo figlio , 
Prima però che il suddetto fanciullo pacificamente sedesse sul trono do- 
vette combattere un efimero Imperatore . Tale era la condizione di 
quei corrottissimi tempi , che fino un Curiale di nome Giovanni, per- 
sona oscura ed ignota osò in Ravenna di assumere la porpora , e per 
due anni iii riconosciuto in Italia . In questo mezzo Teodosio II. si 
apparecchiò a sostenere i diritti del suo parente , e diede a Placidia 
un grosso corpo di milizie sotto ìa condotta di ^tspare figliuolo dì 
jdrdaburio , mentre questi con una flotta carica di soldati doveva se- 
condare la impresa . Avvenne per un inopinato accidente , che furiosi 
venti dispersero 1' armata marittima , e il Generale salvatosi con pochi 
legni su la spiaggia di Ravenna fu fatto prigioniero . Ivi però stando 
ebbe il destro d' informarsi delle forze dell' usurpatore , e potè corrom- 
pere e guadagnare alcuni capi della guarnigione , e darne avviso al fi- 
gliuolo. Ma siccome Giovanni avea posto in valida difesa i passi del- 
la Venezia , così ^4spare per una strada non più tentata esterna e ma- 
rittima condusse a Ravenna l'esercito, ciò che allora fu attribuito a 
miracolo ; ed essendogli slata aperta una porta della città , Giovanni fat- 
to prigioniero , e condotto in Aquileia , dopo essere stato esposto agli 
scherni del popolo pagò il fio del suo temerario ardimento sopra un 
patibolo . Ciò appena era succeduto ^ quando il celebre Ezio , il quale 
era andato al Danubio per assoldare cinquanta mille Unni a difesa del 
Tiranno , giunse ai confini del Friuli con quelle genti ; ma avendo in- 
teso come era andata la bisogna , congedò que 1 barbari , e molto ben 

an. 450 regalati gli rimandò alle stanze loro . Placidia si trattenne alcun tem- 
po in Aquileia col figlio , poi si trasferì a Ravenna per dimorarvi . 

Pvegnò lungamente T^alentiniano , e nella sua minorità regnava Pla- 
cidia per lui , la quale se seppe ispirargli un grande odio contra gli 
eretiei , e un sommo rispetto per la Chiesa , non pensò a coltivargli lo 
spirito , né a premunire il suo cuore contra il solletico de' piaceri , e 
le adulatrici lusinghe de' cortigiani , poiché morta lei si abbandonò sen- 
za ritegno ad una sfrenata libidine , e da quelli si lasciò raggirare ; ,s<* 
dire non si voglia piuttosto a difesa di Placidia , che furono inutili le 
sue cure . Egli sposò Kudocia figliuola di Teodosio , a cui cedette l' 11- 

lirio , 



DI -P A D O jr A , 5y 

lirio . Nel corso del suo regno insorsero nella nostra Venezia questio- AN . 4S9 
ni di religione sopra l' oscura materia della Grazia e del libero arbi- 
trio , essendosi introdotto tra noi 1' errore de' Pelagiani , di che sì ha 
notizia da una lettera di S. Leone Papa a Settimio Vescovo di Aiti- 
no . Avevano in vero i nostri Teologi di que' tempi un bel disputare 
di tali cose, mentre erano vicini a vedere 1' eccidio della patria loro. 
Già l' Imperio aveva perduta l' Inghilterra , aveva perduta la Spagna , e 
parte della Gallia , e 1' Africa , granaio di Roma , era caduta nelle ma- 
ni del crudele Genserico T\c de' Vandali , che con una flotta avea sac- 
cheggiato la Sicilia , la Corsica , e la Sardegna , e gli Unni furiosamen- 
te si spargevano per l' Illirio . Teodosio era morto , e 1' indolente Va- 
lentiniano , il quale aveva diritto di succedergli, lasciò che fosse eletto 
Imperatore di Oriente Marciano* 

Gli Unni , de' quali ora s' è parlato , erano una generazione di bar- 
bari , che ne' tempi rimoti abitavano le contrade della Tartaria Asiati- 
ca sui confini della China , cacciatori insieme e pastori come i selvag- 
gi dell' America , erranti sempre di luogo in luogo , a caldo assuefatti 
ed a freddo , avidi di preda e di sangue . Come poi si avvicinassero 
all' Europa , e cacciati i Goti , ed altre popolazioni giungessero sino al 
Danubio , e di là si spignessero a depredare 1' Oriente del pari che l'Oc- 
cidente , è stato detto da molti Storici , onde io non ne farò qui pa- 
rola . Dirò solamente che divisi in più tribù erano soggetti a diversi 
capi , ma finalmente uno più ardito degli altri tutti gli sottomise , e ne 
divenne signore . Costui morendo lasciò eredi delie sue conquiste Sie- 
da ed Attila suoi figliuoli ; ma questi ben presto coli' occisione del fra- 
tello si fece riconoscere solo Kan o Kagano degli Unni . Note sono 
le favole , che ne' secoli d' ignoranza si spacciarono di questo barbaro 
conquistatore chiamato il Flagello di Dio . Ciò eh' è vero dirò , che se 
la natura gli è stata matrigna nelle qualità del corpo , onde tanti falsi 
racconti forse presero origine , gli fu liberale nelle doti dell' animo , 
poiché gli diede grande attività , coraggio ardimentoso , politica non or- 
dinaria , accortezza Greca , e impostura . Prova ne sia , che siccome 
Maometto » per attirare seguaci al suo nuovo Alcorano fìnse rivelazioni 
celesti , e commercio cogli Angeli , così costui fece credere a' suoi Tar- 
tari che la sciabla , cui cingevasi al fianco , era caduta dal cielo , e che 
perciò doveva vincere ogni nazione „ 

I primi suoi movimenti furono contra la Gallia Romana in cui do- 
po avere sforzati molti luoghi forti lungo il Danubio , entrò con nu- 
merosissima armata l' anno vigesimo sesto di Valentiniano , e il pre- 
testo di assalire l' Impero di Occidente gli fu somministrato da Onoria 
sorella dell' Imperatore . Questa fanciulla per la sua disonestà cacciata 
dalla Corte , e confinata in luogo lontano , disperatissima di non potersi 
maritare trovò il mezzo di far sapere ad Attila , che egli sposandola 
arebbe acquistato un certo diritto all' Impero . Egli la domandò subito 
per isposa a Valentiniano , il quale colla spedizione di un espresso mes- 
H sag- 



58 ANNALI DELLA CITTA 

"a*. 450 saggio , e con larghi presenti procurò distorlo da tal pensiero . Finse 
accortamente il barbaro Re di acquetarsi , e d' improvviso , come detto 
è , assaltò le Galliche terre , le più belle parti di quella provincia sac- 
cheggiando e mettendo a fuoco . Corse colà il famoso Ezio col più 
delle truppe che potè ammassare , e avendo persuaso ai Visigoti , ed ai 
Borgognoni di unirsi seco prese cogli Unni nelle pianure dell' odierna 
Sciampagna quella memorabile battaglia , eh' è stata delle più sanguino- 
se che si leggano nelle storie , essendovi restati uccisi sul campo più di 
cento e sessanta mila uomini . dittila dopo questo fatto , che gli co- 
stò tanto sangue , si ritirò in buon ordine sino al Reno , seguito sem- 
pre da Ezio , il quale, poiché lo vide oltre il fiume , lieto di avere li- 
berato la Gallia tornossi indietro . Ma il fecondo settentrione fornì ben 
tosto il perdente Re di nuove genti , colle quali non solamente ristoro 
1' esercito del danno sofferto , ma potè ancora neh' anno susseguente ve- 
nire in Italia . 

Giunta la primavera si mosse dittila verso la Venezia con un' oste 
poderosissima , e tanto terrore a tal nuova sorprese T^alentiniano ed 
Ezio , che , se vergogna non gli avesse rattenuti , fuggiti sarebbero nel- 
le Gallie ; nondimeno fatto cuore posero gagliardi presidj nelle nostre 
città , e in Aquìleia principalmente . Superati i varchi dell' alpi il ne- 
mico Re la strinse d' assedio , e dopo una vana difesa di tre mesi , non 
di tre anni , come alcuni scrissero favoleggiando , la prese di assalto , e 
la diede alle fiamme , e vi fu commessa ogni scelleratezza di forzata 
città . Con simil fortuna espugnò Concordia , Aitino , ed Oderzo , le 
quali desolò per guisa , che più non risorsero all' antica lor condizione . 
Né andarono esenti dal furore barbarico Padova , A test e , Vicenza e 
Verona , e altri grossi luoghi e castella della Venezia , che osarono di 
far fronte , e difendersi dall' armi degli Unni ; ed è certamente credibile 
che la rovina sia stata grandissima , poiché andate in oblivione altre in- 
vasioni de' barbari succedute ne' tempi posteriori quella di Attila dopo 
tanti secoli è ancora nella bocca del popolo . Ma quanto a Padova io 
sono d' avviso che sia esagerato e mal certo il racconto di Paolo .Dia- 
cono , Scrittore assai lontano da que' tempi , il quale dice che la nostra 
Città è stata interamente distrutta , e ridotta in un mucchio di pietre , 
sopra di che può vedersi una mia dissertazione nel T. III. P. II. de' 
Saggi di questa Accademia . Comunque stato sia , è certo che il fiore 
de' suoi abitatori , prima che fosse assalita dagli Unni , insieme col Ve- 
scovo e col Clero , e co' tesori delle Chiese , s' è ricoverato nelle isolet- 
te dell' Estuario vicino , come fatto avevano i cittadini di Aquileia , e di 
Aitino , il che dette principio alla città di Venezia . 

Non distrusse già Attila le città dell' Insubria , poiché non gli fe- 
cero resistenza , e si tenne conlento di averle saccheggiate e spogliate ; 
e stando in forse se doveva andare a Roma e guadare il Po , tornò 
indie! ro nella Venezia , ossia che le malattie e la fame gli avessero as- 
sai diminuito l'esercito, ossia che temesse del valore di Ezio, il quale 

coi 



DI JP A D O V A . 59 

col soccorsi ottenuti dall'Imperatore Marciano lo seguiva da presso, ANl 4so 
non restando di fare piccole , e spesse zuffe colla retroguardia , e tru- 
cidando quanti trovava dispersi e sbandati . In queslo mezzo lo sbigot- 
tito e tremante Valentiniano , onde far argine ai temuti progressi del 
Re nemico gl'invio la celebre ambasceria composta de' più illustri mem- 
bri del Senato Romano , e di cui volle che fosse capo il Pontefice S, 
Leone . Seguì 1' abboccamento nel campo Ambuleio de' Veneti , dove 
il Mincio entrava nel Po , e quivi colla maestà della sua sacra perso- 
na , e coli' efficacia delle sue parole il S. Pastore ammansò il cuore dei 
feroce Unno , il quale promise sotto alcune condizioni di non tentare 
il passo del Po, e di ritornare al Danubio. Dando indietro passò egli 
per le contrade della Venezia sanguinose ancora e fumanti per le sof- 
ferte disavventure , e poco appresso il suo ritorno nella Pannonia mo- 
rì di una emorragia soffocato nel proprio sangue , mentre disponevasi 
ad una nuova discesa in Italia , che il pietoso Iddio proibì ; e con esso 
lui si estinse il reame ed anche il nome degli Unni „ La rovina delle 
nostre città si andò in parte riparando negli anni seguenti, e Aquileia, 
Concordia , ed Aitino in qualche modo allora risorsero , e alcuni luo- 
ghi di piccoli divennero grandi , come Ceneda e Trivigi , e il nostro 
Monselice pel disfacimento di Este . 

Per tanti anni di guerre , per tante incursioni di genti devastatrici 
ogni lume di scienza venne a spegnersi nelle nostre contrade , e non 
abbiamo scrittore alcuno , salvo il Vescovo di Aquileia Niceta , del qua- 
le in quest' anno per grazioso dono dell' Eminentissimo Cardinale Ste- 
fano Borgia , fonte d' ogni letteratura , che onora colla sua presenza 
la nostra Città, ha veduto la luce una breve Spiegazione del Simbolo, 
e a cui S. Leone Papa scrisse una lettera sul proposito di quelle don- 
ne Aquileiesi , che credendo morti i loro mariti caduti nella schiavitù- 
dine degli Unni si erano rimaritate . Le arti poi del genio , quali so- 
no la pittura e l- architettura perdettero ogni loro lustro , ed è molto 
probabile , che ristorandosi le nostre città abbia avuto principio quella 
barbara architettura detta poi volgarmente Gotica , dappoiché erano stati 
demoliti o guasti i bei modelli dell' antichità . Noi non possiamo in 
vero mostrare alcuna fabbrica di que' tempi , tutto essendo stato distrut- 
to da sovversioni nemiche ne' secoli dopo accadute , ma in qualche cit- 
tà della Venezia esiste alcuna Chiesa , la quale fa fede del gusto bar- a», 451 
barico , che nell' arte architettonica s' era introdotto . 

Sempre più andarono peggiorando le cose , poiché ucciso in Roma 
per le sue sfrenate dissolutezze Valentiniano III da Massimo illu- 
stre Senatore , questi prese la porpora , e costrinse Eudosia vedova dell' 
estinto Imperatore a sposarlo , la quale più feroce che donna volendo 
pigliar vendetta di lui chiamò Genserico Re de' Vandali a Roma , che 
venne dall' Africa con grande armata alle foci del Tevere , e diede un 
orribile sacco alla Capitale del mondo . Fu trucidato Massimo , e so- 
stituito nel trono un ufficiale di lui chiamato Avito, ch'era Generale 

nelle 



6o ANNALI DELLA CITTA 

Aw.Vss nelle Gallie . Ma dopo quattordici mesi di regno da Ricimere Svevo 
e Goto di origine, che solo volea dominare, fu forzato a lasciare 1' 
Impero , e a cambiare lo scettro col pastorale , consecrato Vescovo di 
Piacenza . Deposto Anto gli succedette Maiorano , che pose la sua 
sede in Ravenna , e del suo valore , e della sua prudenza fanno grand' 
elogio gli Storici , sicché arebbe potuto sostenere il cadente Impero , 
se P indegno Ricimere , che non volea sopraccapi , non lo avesse fatto 
uccidere con fellonissimo animo presso Milano. Allora egli vestì della 
porpora un Severo , o Serenano , come altri dicono , uomo dappoco , 
cui dopo breve tempo tolse il regno e la vita : prima però che gli des- 
se il veleno , erano calati dall' alpi gli Alani col loro Re JBebrgore 
nella nostra Venezia , ed avendo egli raccolto un esercito corse imman- 
tinente , si azzuffò con lui presso Bergamo , lo vinse , e lo uccise . 
ah. 457 Corsero quasi due anni senza che alcuno osasse di assumere il no- 
me d' Imperatore , né si sa ben intendere perchè Ricimere , il quale 
aveva tutta la forza nelle mani , non abbia preso il titolo , e il manto 
Cesarea. In tale interregno poteva considerarsi V Italia come una Re- 
pubblica indipendente sotto la protezione di lui , che in nome <?i essa 
trattava ogni pubblico affare con altri Principi , e nazioni straniere . 
Ma Leone il Trace succeduto a Marziano nell' Impero d' Oriente ac- 
cordatosi col nostro despota inviò in Italia certo Antemio suo favori- 
to e congiunto col titolo d' Imperatore , che per cinque anni regnò , 
finché suscitatasi guerra civile , il fazioso Ricimere ammassò una gros- 
sa annata nell' Insubria e nella Venezia , provincie a lui favorevoli , e 
avviatosi a Roma sfogò la sua rabbia contra di Antemio », sacrifican- 
dolo alla sua smoderata ambizione . Poco tempo sopravvisse lo scelle- 
rato , che dopo tante imperlali vittime immolate non meritava di mo- 
rire di malattia naturale sul proprio letto». 

Già si avvicinava a gran passi il tempo dell'estinzione dell'Impero 
Occidentale preparata molti anni avanti , ed è soverchio il ricordare 
quanto fosse cresciuta la miseria e la confusione per tanti effimeri Im- 
peratori in tutta F Italia . Con tutto ciò ritrovossi un nobilissimo Italia- 
no di nome Olibrio , che per vaghezza di regnare si fece eleggere Im- 
peratore ; e morto lui violentemente in capo di sette mesi , Glicerìo 
&n. 473 semplice soldato delle guardie ebbe la porpora , di che sdegnato Leone 
spedì un esercito nella nostra Venezia, che vi commise non pochi ma- 
li , e costrinse Glicerio alla rinuncia , e a farsi Vescovo , come se il Ve- 
scovado fosse una dignità da conferirsi altrui per gastigo. Comparve al- 
lora su la scena a fare le parti di Cesare Giulio Nipote; ma succedu- 
ta la mprte di Leone, ed eletto Imperatore d'Oriente Zenone l'Isaii- 
rico , che abbandonò al suo destino F Italia , sorse un Senatore chiama- 
to Oreste, che assediò Nipote in Ravenna, e forzollo a salvarsi in 
Dalmazia . 

Cacciato che fa Nipote , non volte Oreste privare in tulio l' Italia 
della dignità imperiale , e gli piacque di conservarne almeno il nome 

e l" 



DI PADOVA. b\ 

e P imagine; e perciò pose la porpora indosso a Romolo augusto gio- a*. 473 
vinetto suo figlio , che o per ischerno , o per la sua tenera età Tu chia- 
mato udugustolo . Comandava intanto Oreste a nome del figlio , quan- 
do tra' soldati barbari sparsi in grande numero per I Italia nacque sol- 
levamento , e tumultuando domandarono il terzo delle terre possedute 
dagl' Italiani . Alla quale inchiesta non avendo voluto egli acconsentire , 
coloro si elessero un capo chiamato Odoacre comunemente , Erulo o 
Goto di nazione che fosse , il quale sebbene barbaro era fornito di gran- 
de animo , e insieme di accorgimento . Costui non durò gran fatica a 
sbaragliare e disperdere P armata Pvomana , che Oreste gli oppose , com- 
posta essendo di soldati inviliti, o imbolsiti nell'ozio, di sudditi discon- 

tenti , di malfidi stranieri . Corse di poi quasi tutta P Italia quel barbaro an. 476 
conquistatore , lasciando in ogni luogo lagrimevoli vestigj della sua fe- 
rità ; assediò Oreste in Pavia , e caduto Oreste prigioniero nelle sue 
mani lo fece uccidere , prese Ravenna e Roma ; spogliò augusto/o del- 
le insegne imperiali, e mandollo in esilio. Così, come tutte le cose 
umane hanno la loro morte, cadde estinto P Imperio Romano cinque 
e più secoli dappoi che augusto lo avea fondato , e noi Padovani , 
prima amici de' Romani , poi sudditi , indi ammessi alla loro cittadi- 
nanza, e fatti partecipi della Repubblica, divenimmo finalmente insie- 
me con tutta P Italia schiavi di barbarica gente . 

Spento il nome stesso di Cesare , Odoacre-, quantunque fosse Signo- 
re di tutta P Italia , non si vestì di porpora , né portò in capo reale 
diadema, contento mostrandosi del titolo di Patrizio , che il Greco Im- 
peratore gli avea conceduto. Questo titolo originariamente esprimeva 
antichità e nobiltà di schiatta , ma fu poi adoperato da Costantino a 
decorare alcuni personaggi , cui mandava al governo delle provincie , 
onde fregiati d'i tanto lustro esigessero da' sudditi maggiore estimazione 
e rispetto . Sotto i Cesari successori di lui troviamo comunicato cote- 
sto onore a coloro , per le cui mani passavano i grandi affari di sta- 
to , fossero anche di bassa nazione e di vile lignaggio , qual fu a' tem- 
pi di Onorio l'Eunuco Eutropio. Odoacre pago, come dicemmo i? 
del titolo che Zenone gli avea conferito , non alterò lo stato politico 
dell' Italia , lasciò in Roma il Senato , e comechè fosse padrone di quest' 
ampia penisola , ne pareva piuttosto il governatore . Si vuole che que- 
ste nostre provincie abbiano in qualche parte contribuito al felice suc- 
cesso della sua impresa , se non con aperti aiuti , almeno con tacite 
intelligenze , o standosi in certa guisa di mezzo ; tanto esse erano an- 
gariate ed oppresse da' loro presidi , che speravano forse sotto de' bar- 
bari un meno aspro governo . 

Ma se ciò fu vero ebbero ben presto occasione di pentirsene . Im- 
perciocché egli caricò le terre di gravi tributi , e ne tolse la terza par- 
te agi' Italiani per darla a' suoi Eruli , e ad altre brigate di barbari , 
che lo avevano ajutato a rovesciare P Impero . La qual nuova divora- 
tasi ne' paesi Danubiani fu cagione che altre famiglie calassero in Ita- 
lia 



62 ANNALI DELLA CITTA 

u 476 lia per essere a parte del beneficio, le quali accrebbero bensì la dimi- 
nuita popolazione , e servirono a lavorare i terreni o inselvatichiti , o 
mal colti , ma eccitarono tanto mal umore contra lo spogliatore Odoa- 
cre , che per vendetta macchinarono come si potesse rimutare lo stato. 
Ebbero perciò ricorso alla Corte di Costantinopoli , ma trovarono chiu- 
se le orecchie di Zenone alle loro suppliche , essendo egli stato preve- 
nuto a favore di Odoacre da una legazione che gli aveva spedito . É 
stato pertanto giuocofòrza mordere il freno , e ubbidire alle leggi agra- 
rie del novello dominatore , perchè queste provincie vissero in malissi- 
ma contentezza , quantunque per dodici anni non abbiano sentito alcun 
rumore di guerra. Ma finalmente Zenone disgustatosi di Odoacre, che 
più da lui in nessuna guisa voleva dipendere , e terminato felicemente 
il grave contrasto , eh' ebbe con Basilisco suo cognato , rivolse gli oc- 
chi all' Italia per discacciarne l' intruso Regnante . 

Non potendo ciò fare da se propose cotesta impresa al celebre Teo- 
dorico della famiglia Amala molto illustre tra gli Ostrogoti , che seb- 
bene nato barbaro , non era tale per L* eminenti sue qualità . Educato 
in Costantinopoli , dove stette dieci anni statico per suo padre , si spo- 
gliò di quella barbarica ruggine , che coi natali aveva contratta ; appre- 
se l' arte della guerra , acquistò conoscenza di quelle , che servono al 
buon governo degli uomini ; pieno di talento e di cuore aiutò utilmen- 
te Zenone contra de' suoi nemici ; indi per giusta cagione sdegnato con 
lui lo assediò nella sua capitale , ne saccheggiò le provincie , temuto 
ugualmente da' Greci e da' barbari . Ebbe la dignità di Patrizio, e fu 
anche fregiato una volta dell' onore del Consolalo . Il Greco Impera- 
tore volendo allontanare da' suoi confini un uomo pericoloso lo chiamò 
dalla Pannonia , dove allora soggiornava , e Io eccitò a conquistare l' Ita- 
lia ; alla quale proposta egli aderì prontamente nemico di Odoacre per 
suoi particolari motivi . Mise a ordine Teodorico i suoi Goti , e rac- 
cozzò altre schiere di barbari , Unni , Alani , e Vandali , e appresso 
varie e gravi difficoltà superate nel lungo cammino sul terminare di 
marzo giunse ai confini del Forogiulio , solilo varco delle nazioni set- 
tentrionali per venire in Italia . 

Odoacre non si stette colle mani a cintola , ma si accampò con fio- 
rito esercito non lungi da Aquileia su le rive del Lisonzo aspettando a 
pie fermo il nemico per contendergli il passo . Cruda fu la battaglia , 
ma la fortuna , che ha gran parte nelP esito de' combattimenti , decise 
a favore di Teodorico . Gli Eruli perduto il campo fuggirono fretto- 
losi sino a Verona , e allora Concordia , Aitino , e Padova lasciate 
senza difesa di buon grado si sottomisero al vincitore , odiando esse , 
coni' è dotto , l' aspra signoria di Odoacre , ma perciò nozi andarono 
esenti da molti danni . Teodorìco impiegò sei mesi a riordinare le co- 
re della Venezia da Aquileia sino all'Adige; di poi corse a Verona, 
dove il He Erulo in quel mezzo di tempo aveva raccolta una nuova 
armata . Seguì un secondo conllitlo nelf aperta campagna di Vero- 
na . 



DJ PADOVA. 63 

na , stata già teatro di tante campali battaglie , e toccò ad Odoacre di AH , 47 <s 
restar perdente , ricevuto avendo una percossa peggiore della prima , 
per cui i Goti s' impadronirono di quella città , essendo periti gli Eruli 
fuggitivi in gran numero tra i gorghi delP Adige . Ma non terminò 
così presto la guerra ; altri fatti succedettero eh' io tralascio ; Odoacre 
si chiuse in Ravenna , e quasi tre anni si difese dalle armi di Teodo- 
rico , con tutto che ricevuto avesse un buon rinforzo de' suoi Visi- 
goti ; finalmente a buoni patti si arrese , ma appresso pochi giorni fu 
ucciso per ira del vincitore , che rimase pacifico possessore di tutta F Ita- AW , 49 <> 
Ila . Così a capo di sedici anni siamo passati dai dominio degli Eruli 
a quello de' Goti . 

Dopo tante passate sciagure ebbe qualche sollievo e riposo la nostra 
Venezia . Teo dorico essendo prudentissimo cercò tutti i modi , onde 
farsi amare da' novelli suoi sudditi ; si spogliò delle vesti barbariche , 
e prese la toga Romana , come se fosse anch' egli Italiano , esempio 
imitato da' suoi ; lasciò gli antichi Magistrati , e il Senato di Roma , 
mantenne in vigore le leggi , cui di poco alterò , obbligando i Goti 
ad assoggettarvisi ; promosse gì' Itali alle grandi cariche dello stato , e 
seppe sceglierne i migliori , tra' quali non va taciuto Magno ^Aurelio 
Cassiodoro scrittore di chiaro nome ; ripopolò le disertate provincie traen- 
do di schiaviludine molti Italiani ritenuti oltremonti tra' barbari ; resti- 
tuì loro le terre che prima possedevano : promosse F agricoltura , il com- 
mercio , la navigazione ; e quantunque ignaro tanto di lettere che non 
sapeva né leggere , né scrivere , animò con emolumenti e stipendj le 
arti liberali ; e sebbene addetto alla setta Ariana onorò il Papa , e ri- 
spettò i Vescovi ortodossi , né si mostrò loro avverso che sul fine del- 
la sua vita come diremo . 

Sotto di un tanto Monarca , che non Imperadore , ma Re volle es- 
ser chiamato , benché , oltre F Italia e la Sicilia , da esso dipendessero 
la Dalmazia , il Norico , F Elvezia , ed altre provincie , certamente do- 
vettero rifiorire le Italiche contrade , e rimettersi in buono stato dai sof- 
ferti saccheggi . Sappiamo dalla Storia , eh' ei fece risorgere alcune cit- 
tà dalle loro rovine ; fabbricò de' forti castelli in varj luoghi del suo 
dominio; eresse de' regali palazzi in Ravenna e Verona, dove a vicen- 
da gli piacque di soggiornare , e questa da lui prediletta per F ameno 
suo sito , e per F Adige , bellissimo fiume , che da tre lati la bagna- 
va , circondò di nuove mura , e grandiose fabbriche v' innalzò . E non 
solo queste due , ma Bergamo ancora , e Parma , e forse Padova pro- 
varono gli utili effetti della sua reale munificenza , ond' ebbe il glorio- 
so titolo di ristoratore delle città . Certo è che racconciò le Terme di 
Abano quasi abbandonate e cadenti per le successive incursioni de' bar- 
bari , e scelse a tale uopo un valente architetto di nome Luigi . 

Dalla lettera di Cassiodoro scritta a nome di Teodorico al prefato 
architetto abbiamo primieramente , che quel Monarca frequentava la cit- 
tà di Padova , e visitava le nostre Terme ; e siccome Claudiana le vi- 
de 



64 ANNALI DELLA C 1 T T ^ 

u 490 de 111 compagnia dell'Imperatore Onorio, così Cassiodoro insieme col 
Re , di cui era Segretario ; onde egli è da aggiungersi a que' Sovra- 
ni , dalla cui presenza fu onorata la nostra Città . Comanda pertanto 
Teodorico con quella lettera , che le fabbriche de' Bagni fossero risar- 
cite , e in ispezie il palazzo pubblico , e la piscina Neroniana , così 
detta secondo 1' avviso di un dotto nostro antiquario , non perchè da 
Nerone fosse stata edificata , ma per eccellenza , e per certa somiglian- 
za colla piscina , che , siccome racconta Svetonio , aveva fabbricato quel? 



aw. 498 Imperatore alle Terme di Baia , profusissimo , come ognun sa , nello 
spendere in edificj . Così noi siamo soliti , vedendo qualche fabbrica 
magnifica e ben condotta , di chiamarla Palladiana , benché non sia ope- 
ra di queli' architetto . Del resto io non dubito punto che queli' ampia 
e spaziosa vasca , tutta di finissimi marmi incrostata , già discoperta a 
Montegroto negli anni passati , non fosse appunto la piscina Neronia- 
na , nella quale , come in quella di Baia , le acque bollenti si raffred- 
davano . E ciò tanto più che questa a similitudine dell' altra era forse 
coperta e circondata da un portico , come da non dubbiosi vestigj di 
basi di colonne si potè allora conoscere . Oltracciò volle il Re che fos- 
sero stirpati i vepri e gli spini guastatori delle fabbriche più robuste , 
e rimessi i sotterranei canali di piombo conduttori dell' acque , de' qua- 
li alcuno da me veduto portava il nome di Arria Fa di Ila , che iù 
madre dell' Imperatore T. Aurelio .Antonino , onde abbiamo argomen- 
to di credere , che quella egregia donna sia stata ancor essa benefattri- 
ce de' nostri Bagni , 

Trenta e più anni stettero queti i Veneti sotto il pacifico governo 
di Teo dorico ; e se passò per queste nostre contrade una numerosa ar- 
mata di Gepidi , per severo divieto di lui non inferirono alcun danno 
alle nostre città. Aveva egli, come sopra s'è tocco, sempre rispettato 
i Vescovi Cattolici , onorala la Chiesa Romana con ricchi doni fatti 
alle sue basiliche ; procurata la pace alla Sede apostolica allorché mor- 
to Papa Anastasio nel 498. nacque scisma per le pretese de' due pre- 
ti Simmaco e Lorenzo ; assicurate con solenne decreto alle Chiese 
ortodosse le loro rendite ; né mai disturbò alcuno nel libero esercizio 
del proprio cullo , odiatore delle dispute in materia di religione ; e se 
cancellare si potessero i tre ultimi anni della sua vita , non ci sarebbe 
Jmperadore , né Re , che in valor militare , e in virtù politiche gli an- 
dasse avanti . Ma fatto vecchio , e come è proprio di quell' età , sospet- 
toso e collerico macchiò la gloria acquistata con tiranniche azioni , che 
rendettero odioso il suo nome . Conviene però confessare che un ze- 
lo inconsiderato de' noslri Cattolici ebbe qualche parte nel suo cangia- 
mento . 

Giustino Imperadore d' Oriente avea cominciato a maltrattare gli 
Ariani , affinchè rinunciassero alla loro eresia ; e ciò dispiacque oltre 
modo al Re Goto , che sino a quel dì aveva lasciato in pace i Catto- 
lici . Dovea sapere Giustino , che non colla forza e colle minaccie, ma 

con 



D I P A D o r A.. 65 

con amorevoli e persuasive parole si traggono gli uomini dall' errore . AN . 49 g 
Da tale condotta di lui prese Teodorico motivo di sospettare che gl'Ita- 
liani 1' odiassero come eretico , ed avessero segrete intelligenze colla Cor- 
te di Costantinopoli, e aspirassero alla libertà, ben conoscendo che do- 
veva ad essi scottare 1' aver ceduto ai Goti il terzo de' propri fondi . 
Tolse perciò ogni sorte d' armi ai Romani , o perchè le sette e le fa- 
zioni non avessero occasione di abusarsene , o perchè dubitava della lor 
fedeltà , ma questo rigore alienò da lui gli animi degF Italiani . Que- 
sto primo passo fu seguito da altri peggiori . Imperciocché per sugge- 
stione di un perfido cortigiano tolse di vita ^libino , uomo consolare 
di somma bontà , falsamente imputato di avere scritto a Giustino con- 
tra di lui ; indi punì con pena di esilio , e dipoi di morte Severino 
^Boezio Patrizio già stato Consolo , il maggior letterato che allora aves- 
se l'Italia, venuto a Verona a difendere l'innocenza di ^Libino dalle 
accuse di tre scellerati calunniatori Italiani; ma 1' innocenza e la verità 
trovarono chiuse le orecchie di Teodorico . Stando Boezio in prigione 
compose la sua beli' opera della Consolazione della filosofia . Alla 
morte di lui succedette anche quella di Simmaco suo suocero , Sena- 
tore riputatissimo , e di altre innocenti persone accusate di avere spera- 
ta la libertà Romana . 

Né qui ebbero fine le crudeltà del sedotto E.e . Volle egli che il San- 
to Papa Giovanni andasse a Costantinopoli per ottenere da Giustino la 
rivocazione degli editti contra gli Ariani , e la restituzione delle Chiese 
a loro tolte . Fu d' uopo andarvi , e perchè con grandi onori vi fu ri- 
cevuto , ciò nelP animo sospettoso del Re accrebbe la diffidenza , trave- 
dendo egli in quelle onorificenze segrete leghe , cospirazioni e congiu- 
re . Quindi poiché il Papa tornossi a Ravenna , o perchè secondo il 
JBaronio non impetrò dall' Imperadore quanto bramavasi , o perchè gli 
era sospettissima la persona di lui , lo fece chiudere in una carcere in- 
sieme coi Senatori che lo avevano accompagnato, dove tra gli stenti e 
le miserie morì, posto degnamente nel ruolo de^ Santi . Sempre già ri- 
bollendo 1' ira nell' animo di Teodorico contra i Cattolici , risolse em- 



piamente di demolire le loro chiese , e di perseguitare i Ministri del cul- 
to . I primi a provare i dolorosi effetti dell' ingiusto suo decreto furo- 
no i Veronesi, che piansero atterrato dal furore degli Ariani 1' altare e 
le mura della Basilica di S. Stefano ; e lo stesso si sarebbe eseguito nelle 
altre città , se per buona ventura una improvvisa malattia non toglieva 
la vita in Ravenna al crudele persecutore nell'anno 526. L' odio che 
attizzò gli animi degli Italiani per cotali eccessi contra di esso, inven- 
tò degli strani e assurdi racconti a dispregio e obbrobrio di lui , che 
nelle vecchie Croniche si leggono registrati , ora dalla buona critica de' 
nostri tempi riconosciuti prete baie e favole da vecchierelle . 

Al morto Teodorico fu dato successore da' Goti il fanciullo udtala- 
rìco figlio di udmalasunta . Era essa figliuola del suddetto Re , donna 
di somma prudenza che a racquistare il perduto affetto degl'Italiani fe- 
I ce 



66 ANNALI BELLA CITTA 

ah. $z6 ce tosto cessare la persecuzione delle nostre Chiese , ed educare il gio- 
vanetto Re sotto ottimi maestri , ritenendo per suo Segretario e consi- 
gliatore il dotto Cassiodoro . Godette pace l'Italia per alcuni anni; ma 
non andò guari di tempo , che i Goti cominciarono a tumultuare , sde- 
gnandosi di ubbidire a una donna , che tutto reggeva in nome del fi- 
glio, e vollero a forza, eh' ei fosse educato, non alla foggia Romana , 
ma secondo i costumi della nazione odiatrice delle lettere , e amica del- 
le arti militari soltanto; onde avvenne che lasciato il giovane in sua ba- 
lia si diede in preda ad ogni maniera di vizj , de' quali fu vittima nel 

an. 534 534? ornala sunta perduto il figlio elesse per suo marito Teodato , 
quasi solo tra' Goti , che fosse uomo dotto e adorno di lettere , e asso- 
ciollo al Trono ; ma essendo nate alcune gare , e dissensioni tra loro , 
il perfido Re con ingratissimo animo barbaramente la uccise . Ciò di- 
spiacque grandemente a Giustiniano , che in luogo di Giustino era sa- 
lito all' Imperiale seggio d' Oriente , e gli servì di pretesto per intimare 
la guerra ai Goti , la quale durò più di venti anni con grande estermi- 
nio della povera Italia , e principalmente della nostra Venezia . Aveva 
egli al suo servigio degli eccellenti Generali , fra' quali si conta il ce- 
lebre Belisario , e coli' opra loro aveva ritolta 1' Affrica ai Vandali 
colla Corsica e la Sardegna , e teneva a freno i sempre inquieti Per- 
siani . 

Ben presto tornarono all' ubbidienza di Giustiniano la Dalmazia e 
la Sicilia già smembrate dall' Imperio Orientale , e Belisario sbarcando 
coli' esercito nell'ora detto Reame di Napoli tutto lo conquistò, e pre- 
se anche Roma , intantochè un' altra armata marciando verso l' Italia 
settentrionale occupò parte del Milanese arrivando sino all'Adda. Reg- 
geva allora i Goti W iti gè acclamato Re da quella nazione dopo che 
avea ucciso Teodato mal contenta di lui per la sua dappocaggine e 
inettitudine nelle cose della guerra. Correvano allora per nostra disgra- 
zia tempi stemperatissimi , e insolite meteore , che si videro in cielo 
per lungo tratto di tempo , furono preludio de' gravi mali che sovra- 

a?t. s40 stavano all' Insubria , ed alla Venezia . Mancate per 1' estrema siccità le 
ordinarie ricolte de' grani tale fu la stretta di vittuaglie in alcune pro- 
vincie , che per testimonianza d' Ida ciò Arcivescovo di Milano giunse- 
ro gli uomini a cibarsi di carne umana , e le donne ( cosa orribile a 
dirsi ) divorarono i proprj parti . Tali dolorose circostanze facevano 
progredire lentamente la guerra , mancando agli eserciti i modi di sus- 
sistere e campeggiare . VFitigc però tosto che fu possibile procurò di 
sbandire la carestia dalla nostra Venezia , dove i Goti in gran parte 
stanziavano , e aperti i granai di Trivigi , che di piccola terra negli 
alti secoli era divenuta città , provvide di grani i distretti della Venezia 
Orientale . Celebre è la leltcra di Cassiodoro scritta intorno a questi 
tempi ai Tribuni marittimi della Venezia, della quale tanti Scrittori 
hanno parlato, ma niuno meglio e più acconciamente dell' eruditissimo 
Signor Co. Filiasi, il di cui saggio parere io seguirò volentieri doven- 
do 



DI P A D O V A . 67 

do in questo luogo toccare i primordj di un popolo a noi vicino , che" 
divenne poi tanto potente e nella storia iàmoso . 

Ognuno subito intende eh' io parlo de' Veneziani secondi , de' quali , 
come i primi tempi sono molto oscuri , così gli Cronisti molte favole 
hanno spacciato , da cui si dee purgare la storia . Giova premettere che 
i lidi , e le isolette dell' Estuario Veneto , non erano , come alcuni dot- 
ti uomini furono d' avviso , luoghi deserti ed abbandonati , covacci di 
lupi , o soggiorno solamente di crostacei e di pesci . I monumenti Ro- 
mani , che in qualche sito della Laguna e nelle contigue contrade si 
sono discoperti , 1' elogio che fa Marziale degli ameni e ridenti lidi 
Altinati , emoli di quelli di Baia , P antica strada che camminava lun- 
ghesso il margine dell' Estuario , e altre cose che lascio per amore di 
brevità, sono prove che dimostrano falsa l'opinione di quegli Scrittori. 
Già s' è detto sopra che i Padovani vessati da Pollione si ricoveraro- 
no nelle isole della Laguna , e in tempi ancora posteriori di luttuose 
circostanze cercarono colà un securo asilo . Quando poi cominciarono 
le irruzioni de' Barbari , pericoloso era il fermarsi nella Venezia terre- 
stre , e principalmente alla venuta di Alarico e di Attila da tutte le 
città del continente passarono le più ricche ed agiate famiglie ad abi- 
tare que' lidi e quell' isole ; e sebbene cessato il pericolo e terminato lo 
spavento molti ritornarono alle case loro , alcuni però si elessero quel 
soggiorno per dimorarvi tranquillamente ; e in processo di tempo so- 
pravvenendo i ferocissimi Longobardi , dal Timavo sino alle foci del Po 
la Venezia marittima di abitatori si riempì . E pertanto da tenersi fa- 
voloso il racconto di quegli Scrittori , da' quali abbiamo che nell' anno 
421. i Consoli di Padova edificarono la città di Pualto , quasi città di 
rifugio , e mandarono de' governatori a quell' isole ; e se non falso , è 
incerto e dubbioso assai , che Serenano nostro Vescovo insieme con 
altri Vescovi , i cui nomi in varie Cronache variamente sono registra- 
ti , abbia consecrato la Chiesa di S. Jacopo di Rialto , quantunque io 
creda che col falso vi possa essere mescolata qualche cosa di vero . Ciò 
eh' è certo si è che dopo la metà del Secolo V. era cresciuta molto la 
popolazione dell' Estuario , e che la provincia marittima cominciò a sa- 
lire in riputazione , e appunto ai Tribuni di essa scrisse CassiodoTo a 
nome del Re Witige , che tenessero preste le loro barche per tra- 
sportare a Ravenna i prodotti dell' Istria , onde sovvenire alla penuria 
che pativa quella Città . 

Ora ripigliando Y ordine delle cose dico > che Wìtige per meglio 
potersi difendere dalle armi de' Greci inviò ambasciatori a Teodèberto 
Re de' Franchi ricercandolo di pronti aiuti . Venne in fatti un eserci- 
to di Borgognoni in Italia , che progredì sino a Bergamo , gente mis- 
leale e di mala fede sino da que 5 tempi , che dando buone parole óra 
ai Greci , ed ora ai Goti commise inaudite crudeltà , e scannata dalP 
interesse tutto metteva a ruba ed a sacco . Permise Dio che un' orribi- 
le peste entrasse in quell' armata , e ne consumasse gran parte , sicché 

6 U 



AS. S4<> 



68 ANNALI DELLA CITTA 

>n. 540 gH avanzi di essa costretti furono di ripassare le alpi , e Teodeberio , 
che si credeva di signoreggiare in Italia , dovette con grande suo scor- 
no abbandonare le città conquistate . Mentre ciò seguiva Witige s' era 
chiuso ih Ravenna sperando di potersi tenere , ma Belisario dopo lun- 
go e forte assedio per difetto di vittuaglia lo ebbe a patti , e onore- 
volmente accompagnato mandollo a Costantinopoli. Allora tutte le città 
della Venezia , tranne Verona , si diedero ai Greci , e ognuno arebbe 
creduto che la guerra fosse terminata . 

Ma i Goti fatto cuore , e congregati in Pavia elessero a loro Re 
Uraia nipote di Ti iti gè , il quale vedendo male avviate le cose non 
volle accettare lo scettro offerto , e perciò in luogo di lui innalzarono 
al trono Ildebaldo , valoroso ufficiale , come per le passate cose era ma- 
nifesto , il quale soggiornava in Verona , e per alcuni credesi Verone- 
se . Questi trattò con Belisario di cedergli il regno sotto alcune con- 
dizioni ; ma non essendo state accettate le proposte cominciò ad am- 
ministrare la guerra , essendo già partito Belisario d' Italia , ed ebbe in 
qualche occasione propizia la sorte . Se non che governando egli aspra- 
mente , e avendo fatto uccidere Uraia , al quale era debitore del Tro- 
no , commosse i Goti a tanto odio e malevolenza contra di se , che 
non essendo ancora spirato 1' anno in un convito da' malcontenti fu 
morto . Allora i Rugi stabiliti in Italia diedero la signoria delle città , 
che oltre Po possedevano , ad ^drarico , ma non lo comportarono i 
Goti , e della dignità reale investirono Tolila prode uomo che dimo- 
rava in Trivigi ; Principe vigilantissimo , ardito in ogni cosa ed attivo, 
prudente e generoso , nelle prosperità moderato , . di forte animo ne* 
colpi dell' avversa fortuna , zelatore de' buoni costumi sostenne per un- 
dici anni il traballante regno de' Goti , e se fosse più lungamente vis- 
suto forse lo arebbe ristabilito nel suo primiero splendore . 

Divideva allora il Po i due dominj , essendo tornate le città della 
Venezia sotto la signoria de' Goti dopo eh' essi diedero una rotta ai 
Greci presso Trivigi , quando i Generali di Giustiniano rampognati da 
lui che si stessero oziosi tentarono di sorprendere Verona , dove ave- 
vano intelligenza con .Marciano principale tra' Veronesi . Si mossero 
eglino velocemente , e cheti cheti si fermarono a poca distanza dalla 
città aiutati dal buio di una notte oscurissima , e per una porla loro 
aperta entrarono cento agguerriti soldati sotto il comando di slrtaba- 
zo ufficiale Persiano , che uccise le guardie , s' impadronirono di quel 
posto . Ciò non potè farsi senza qualche rumore e bisbiglio , dal qua- 
le destati i Goti , credendo che la città fosse occupala da tutta l'oste 
nemica , impaurili , poiché le tenebre accrescono lo spavento , fuggiro- 
no per la parte opposta ritirandosi sopra de' vicini colli, dove stallerò 
tremorosi tutta la notte ; e se i capuani Imperiali n0n avessero perdu- 
to lempo contrastando Ira loro su la divisione della preda che doveva- 
no fare , Verona èva spacciala . Venula P alba , e facendosi il cielo ehia 
ro s'avvidero i Coli dello scarso numero de' nemici , e rientrando nel- 

la 



DI PADOVA. 69 

la città per le mal custodite porte , quasi leoni affamati si scagliarono A m. 54© 
sopra de' Greci facendo non battaglia, ma carne. Pochi si ripararono 
su l' alto delle mura , dove si difesero ostinatamente ; ma vedendosi ab- 
bandonati da' loro compagni , che avvicinatisi alla città , poiché la vi- 
dero ben difesa, presero il partito di ritirarsi, si precipitarono dispe- 
ratamente dalle muraglie fiaccandosi il collo , o fracassando le membra, 
e solo ^4rtabazo con alcuno de' suoi si potò felicemente salvare . 

Questo inutile tentativo de' Greci fu quasi come il segnale di nuova 
guerra , alla quale Tot ila con ogni studio si apparecchiò . Io non ter- 
rò dietro ai rapidi passi di lui , che con prospera fortuna guerreggiò 
gl'Imperiali, prese qua e colà alcune fortezze, e giunse a impadro- 
nirsi della medesima Roma , di cui lece spianare le mura , e i Sena- 
tori seco menò. Nò valse che Giustiniano rimandasse Belisario in 
Italia per fargli fronte, poiché ci venne così sprovveduto di denari e 
di forze , che nulla potè intraprendere che corrispondesse alla grandez- 
za della sua fama . In questo mezzo noi siamo restati sempre sotto il 
dominio de 5 Goti . Mentre però la guerra bolliva un numeroso esercito 
di Teodebaldo Re delP Austrasia discese nelle regioni cisalpine sotto co- 
lore di venire in aiuto dell' Italia , ma in effetto colla speranza che tro- 
vando stanche e spossate le due nazioni belligeranti avrebbe potuto vin- 
cerle agevolmente, e insignorirsi de' loro stati. 

Credettero da principio i Goti che quei Franchi fossero venuti a lo- 
ro sussidio , e tale credenza agevolò ad essi i mezzi di occupare Y In- 
subria , e parte della Venezia , per modo che questa infelice provincia 
si trovò in un tempo slesso signoreggiata da tre diversi padroni, de' 
quali non si sarebbe potuto decidere quai l'ossero meno infesti agli abi- 
tatori . Procopio scrittore Greco racconta , che i Romani , col qual no- 1- 3- cap. 
me significa i Greci , spolpavano i sudditi divorando le loro sostanze , \' Gothi- 
si facevano lecita ogni abbominazione di libidinoso ozio, e insolenti- co. 
vano per guisa , che gì' Italiani erano forzati a desiderare il governo 
de' barbari . Ma i Goti medesimi divenuti fieri e sospettosi gli tratta- 
vano crudelmente ; minaccie , mazzate , e ferite continue , non la vita , 
non gli averi securi dalle crude e rapaci lor mani. I Franchi poi era- 
no superbi oltre modo e violenti , efferati ed audaci , non osservanti di 
promesse , inquieti e torbidi , svaligiatori di case e di templi , come con 
suo gran danno provò quasi tutta l'Italia, di che ne fa testimonianza 
Papa Pelagio in un frammento di lettera al Duce Narsete . Pensi og^ Francis 
gimai il benigno lettore qual fosse la condizione misera di que' tempi . stanribus" 

Potila avvedutosi del tradimento de' Franchi, per non avere a com- 
battere con due nemici, tentò di fare un onesto accordo con Giusti- 
niano , 'il quale non solamente non vi diede orecchio , ma spedì in Ita- 
lia Narsete con una poderosa annata per ultimare la guerra. Era egli 
un vecchio Eunuco di Corte, come fu Eutropio ai tempi di j4.rca- 
dio , e la sua scelta a comandante dell' esercito imperiale empiè tutti di 
maraviglia. Straniero, schiavo nel palagio > piccolo della persona e spa- 
ruto , 



70 ANNALI DELLA CITTA 

lN . 54 o ruto , d' inamabile fisonomia niente aveva nel suo esterno , che gli po- 
tesse conciliare l' affetto e la stima degli uomini . Ma Narsete era un 
uomo raro , e fuor delle stampe ordinarie ; e ad onta degl' impedimen- 
ti ed ostacoli , che la natura e la fortuna gli avevano apparecchiati , 
seppe dal più infimo grado sollevarsi ai posti più luminosi . Aveva gran- 
de ingegno , come ne' suoi impieghi fece vedere , facondo parlatore seb- 
bene ignaro di lettere , di animo vigoroso ed attivo , ma prudentissimo ; 
sobrio e frugale tra le smisurate ricchezze , delle quali il suo padrone 
Jo avea colmato ; non le ammassava con avarizia , come i miseri fan- 
no , ma spendevate in donativi e limosine a prò de' poveri e delle chie- 
se , religioso veramente , e nemico degli eretici , rovescio di quel trista 
d' Eutropio , di cui altrove s' è detto . 

Poiché questo Generale ebbe messo in piedi un numeroso esercito di 
Greci e di Barbari d' ogni nazione , e fu ben provveduto di denaro , 
nerbo della guerra , si mosse verso 1' alpi Giulie , poiché i passi di Ve- 
rona erano ben custoditi da Teia valoroso capitano de' Goti ; ma trovò 
che i varchi del Friuli erano guardati anch' essi da' Franchi . Mandò 
pertanto a chiedere il passo a' capitani di quella nazione , che super- 
bamente glielo negarono molto adontati , eh' egli avesse nella sua arma- 
ta alcune schiere di Longobardi popolo loro nemico. Narsete per ta- 
le negativa trovandosi molto angustiato stavasi intra due, né sapeva qual 
partito prendere ; quando uno de' suoi ufficiali pratichissimo di quelle 
contrade ( altri dicono un Italiano ) gli ricordò che si sarebbe potuto 
trasportare quella gente sino a Ravenna , marciando lungo i lidi dell' 
Adriatico non occupati né da' Franchi , né da' Goti , quelli cioè che ii 
mare dalla laguna dividono , e fabbricando pónti di battelli e di bar- 
che , dove i fiumi sboccando nelP acque salse il cammino interrompo- 
no . Piacque ii consiglio , e coli' assistenza degli abitatori dell' Estuario f 
come è assai credibile , condusse il Capitano Imperiale salva la sua gen- 
te a Ravenna . Come ciò seppe Totila rimase attonito non credendo 
praticabile quella via , e poiché non vedeva altro scampo , esortati i suoi 
soldati venne animosamente a giornata con Narsete tra Matetica e Gub- 
bio , la quale fu ostinata e sanguinosissima , e terminò colla morte di 
lui , e grande strage de' suoi . Ma non perciò ebbe fine la crudelissima 
guerra . 

Le reliquie de' Goti scappati dalla perduta battaglia vennero di qua 
dal Po, ed uniti con altri, che in buon numero soggiornavano in que^ 
ste parti , scelsero a loro Re Tela , quel prode Capitano che custodi- 
va gelosamente Verona . Egli ammassato in fretta un esercito , il mi- 
gliore che fu possibile con più animo che fortuna si mosse coraggio- 
so e di se risoluto se ancor fosse tempo di risuscitare le cadute spe- 
ranze de' Goti . Intanto un corpo di Greci passato il Po sotto la con- 
dotta di Valeriana venne a porre il campo intorno a Verona , dove 
essendosi intesa la morte di Totila, che veloce la fama avea divolgata, 
quel presidio stava dubbioso se dovesse arrendersi : ma i Franchi poco 

lon- 



DI PADOVA. 71 

lontani corsero colà per circondare gì' Imperiali , e gli costrinsero a le- AN . ss o 
vare 1' assedio . Procedeva lentamente la guerra , perchè il Duce Cesa- 
reo doveva stare all'erta nelle parti di qua perla malafede de' suddetti 
Franchi , e oltre i molti soldati perduti per diserzioni e per le malat- 
tie , e nel terribile fatto d' armi già riferito si trovò necessitato di ri- 
mandare fuori d' Italia i Longobardi per le nefande enormezze , che 
commettevano in ogni luogo . Né Teia fu meno crudo alla nazione 
Italiana. Trecento e più giovani di nobili famiglie aveva scelto Totila 
da varie città d' Italia vistosi e di bella presenza , i quali caduti nelle 
mani del novello Re furono crudelmente uccisi per suo comando . Con 
tale scelleratezza ei diede principio al suo regno . Oltre a ciò tanti Se- 
natori e patrizj , che come sfatichi erano tenuti da Totila nella Cam- 
pania , mentre dopo la morte di lui tornavano a Roma , dove Narse- 
te era entrato, furono da' Goti tagliati a pezzi, sterminio di tanti illu- 
stri casati . 

Ma già anche ai Goti sovrastava l'ultimo eccidio. Narsete andò in 
traccia di Teia , eh' era colla sua armata ne' contorni di Napoli , e rag- 
giuntolo alle falde dei Vesuvio gli diede battaglia , e lo uccise ; indi 
perseguitando i vinti , che altri capi si avevano eletti , gli ruppe , e di- 
sperse , ed obbligolli ad arrendersi . I Goti accomodandosi alla fortuna de' 
tempi deposero le armi , e si abbandonarono alla mercede del vincito- 
re , il quale ad essi concedette di potere liberamente uscire d' Italia col- 
le loro sostanze . Ma giunti nella Venezia , e trovandovi tanto nu- 
mero de' loro nazionali , a cui dispiaceva di dovere abbandonare le pro- 
prie case , pentiti dell' accordo , levarono fiamma di sedizione , amando AN . S j 5 
meglio una pericolosa guerra che una vituperosa pace ; sommossi an- 
che da' Franchi con promesse d' aiuti , poiché giovava ai maligni loro 
disegni che la guerra si prolungasse . Settanta mille Alemanni erano 
già entrati in Italia , gente barbara e scorrettissima , che .divisi in due 
corpi , de' quali erano capitani Leutari e Bucellino , recarono danni 
sopra danni di ruberie e di mortalità alle sventurate Italiane provincie . 
Narsete non aveva sufficienti forze da opporsi a tanti saccheggiatori , 
ed essendosi doluto co' Franchi , che quella canaglia ad essi soggetta 
chiamata avessero di qua dall' alpi , sentì rispondersi che quegli Ale- 
manni da se stessi si erano mossi senza loro saputa e consentimento . 
Egli dovette ristringersi nelle spalle , e aspettare tempi migliori , i quali 
non tardarono molto a venire . Imperciocché , mentre una parte di quei 
barbari tornava indietro carica di bottino dall' Italia meridionale , prima 
eh' entrasse nella Venezia , ebbe una buona percossa da lui , sicché a 
grande stento potesse passare il Po ; di poi sorpresa da improvvisa e 
mortifera pestilenza quasi tutta perì , castigo , come fu creduto , del cie- 
lo. L'altro esercito capitanato adi Bucellino fu inseguito animosamente 
da Narsete, dopo che l'ebbe cacciato da Lucca, e presso il Volturno 
tagliato a pezzi. 

Passò ancora qualche anno prima che Narsete potesse pacificare in- 

tie- 



72 ANN AZI DELLA CITTA 

n- 553 tieramente l' Italia . I Goti sparsi per varie provincie si assoggettarono 
a lui , non così nella terrestre Venezia , dove erano numerosi e poten- 
ti . limoli re alcune città di questa provincia erano possedute da' Fran- 
chi , i quali non erano disposti a renderle senza sangue ; e fu d' uopo 
che egli ora cogli uni , ora cogli altri venisse a battaglia . Oscure sono 
le memorie di questi tempi , e gli Storici ne parlano confusamente ; 
egli pare nondimeno , che Narsete sia stato battuto da' Franchi , per- 
chè gravi danni i Veneti ne soffersero ; e di poi mutate le vicende 
della guerra abbia egli superati i suoi nemici , e tolte loro alcune del- 
le nostre città, giacché credeva di non essere più tenuto all'osservanza 
de' patti dopo che permessa avevano la venuta in Italia di Leutari e 
JBucellino, In questo articolo di cose calò dall'alpi un nuovo esercito 
Francese guidato da certo udmingo , uomo burbanzoso e millantatore , 
e si accampò presso l' Adige » li Capitano Imperiale non era provve- 
duto di bastevoli forze , e perciò condusse destramente la guerra tem- 
poreggiando , finché fatta più grossa oste si spinse animoso addosso i 
Franchi , gli ruppe , ed obbligò ad abbandonare le loro conquiste . An- 
che dtmuìgo aiutatore de' Goti rimase vinto ed ucciso da lui , e fu 
fatto prigioniero Guidino Conte <le' Goti , possente e riputato tra' suoi , 
che aveva Ribellato all' Imperatore le due importanti città di Verona e 
di Brescia , e radunati tutti gli avanzi della sua dispersa nazione per 
ricominciare le ostilità . Colla presa delle suddette città , le quali si di- 
fesero ostinatamente , ebbe fine la rabbiosa guerra , che quasi ventotto 
anni era durata , e tutta l' Italia fu ridotta sotto la Greca dominazio- 
ne , sessanta quattro anni dacché Teodorico , non ingiusto usurpatore , 
ma autorizzato dall' Imperadore medesimo legittimamente l' aveva con- 
quistata . Così lunga e lenta guerra amministrata con varia fortuna fu 
lo sterminio totale d' Italia , e della nostra Venezia principalmente , do- 
ve più forse che in altra parte per irruzioni e sacchcggiamenti , per 
assedj e per fatti d' arme è stata fiera e terribile . 

In mezzo a tante sciagure non sia chi si maravigli se una univer- 
sale ignoranza occupò le menti degli uomini, e diventarono a poco a 
poco nomi ignoti all'Italia letteratura e filosofia. Non v'ebbe scritto- 
re alcuno di que' tempi nella nostra Venezia , che tanti e tanto egre- 
gj ne aveva dati a migliore stagione . Né i laici solamente erano ignari 
di lettere , ma molti ecclesiastici ancora per dignità riguardevoli , di che 
abbiamo non dubbiose testimonianze . Mancala la scienza che ingenti- 
lisce i costumi , e nodrisce il buon gusto , doveva sottentrare la tene- 
brosa barbarie ad arrozzire e insalvatichire le usanze, sicché non agli 
ameni studj di pace , ma alle cose di guerra gli uomini si rivolsero , 
e le belle arti figlie del genio caddero avvilite nel seno dèli' oblivione . 
Si aggiunga che tante città furono arse o spiantate ; che il ferro ne- 
mico e la fame crudele con.sunsc gran numero di abitatori , onde i ter- 
reni rimaselo abbandonati a produrre Spine ed ortiche; che in tanti 
.-ruppi di guerre le case del pari che le chiese dagli amici ugualmen- 
te 



DI P A D O W A. 73 

te che da' nemici per ferocità naturale, o avidità di preda soffersero AN . S5J 
replicati saccheggiamenti , per cui i cittadini sopravvissuti in gran po- 
vertà di cose dovettero i giorni loro menare . 

In tale miserevole stato era 1' Italia , quando ammorzato F incendio 
di guerra , che le migliori e più belle parti avea messe a fuoco , si 
propose Narsete di riordinare le scomposte cose , e di riparare alle 
passate ruine . Perciò pose mano a ristorare alcune città , e a fortifi- 
carne dell'altre; accrebbe gli abitatori chiamando de' barbari alla coltu- 
ra delle diserte campagne; e procurò di ricondurre il queto e pacifico 
vivere delle provincie . E siccome Giustiniano avido di gloria aveva 
fatto compilare un nuovo Codice di leggi coli' opera principalmente di 
Treboniano , colle quali dovesse regolarsi tutto F Impero ; così Narse- 
te cessati i furori della guerra si adoperò perchè fosse ricevuto univer- 
salmente in Italia , né più avessero vigore i Codici Gregoriano ed Er- 
mogeniano composti nel regno di Diocleziano , né F altro pubblicato 
da Teodosio il giuniore , la cui autorità lungo tempo durò nelle Gal- 
lie . Per questo novello Codice restò abolita ogni precedente compila- 
zione , ed è quello medesimo , che serve di norma ancora a' dì nostri , 
spiegato nelle Università , e illustrato dalle fatiche di tanti dotti giure- 
consulti d' Europa , e dal quale , quasi da fonte di civile giurispruden- 
za , hanno preso di poi le città Italiane ne' loro municipali Statuti . 

Ardeva ancora la guerra tra' Greci e i Goti in Italia , quando scop- 
piò un contrasto di religione , che turbò la pace delle nostre Chiese t 
e le tenne divise dalla prima Sede per lungo tempo . Parlo della fa- 
mosa questione de' Tre Capitoli , nella quale i Vescovi della Venezia 
e della Liguria ebbero tanta parte . Per nome de* tre Capitoli s' inten- 
dono , come è noto , le Opere di Teodoro Mopsuesteno maestro di 
Nestorio , gli scritti di Teodoreto centra gli anatemi di S. Cirillo Ales- 
sandrino , e la lettera d' Iba Vescovo d' Edessa a Mari Persiano . Ognu- 
no poi sa che gli errori di Eutiche sono stati condannati nel Conci- 
lio generale Calcedonese , ma niente s' è trattato in quella assemblea 
de' suddetti Scritti . Giustiniano Imperatore , che voleva essere Teolo- 
go , stuzzicato e sedotto da un astutissimo Prete Greco , segreto par- 
tigiano degli Eutichiani , gli condannò con un regio editto i e perchè 
a motivo di tale condanna grande tumulto era insorto nelF Europa e 
nell'Asia , fece congregare buon numero di Vescovi Orientali, che rau- 
nati in Costantinopoli col disegno di comporre le dissensioni condan- 
narono nel V. Concilio generale i tre suddetti Capitoli . Papa T^igi- 
Ho , che allora soggiornava nella Metropoli Bizantina , dopo essersi op- 
posto al decreto dell' Imperatore \ approvò anch' esso la suddetta con- 
danna , e seguì F esempio di lui il suo successore Pelagio , avendo pe- 
rò dichiarato entrambi che ciò facevano salva sempre la dottrina del AWt $$6 ' 
Concilio di Calcedonia. 

Non sarà creduto per vero che in tale acerbità di tempi , quali al- 
lora correvano , tanti Vescovi Occidentali , e spezialmente ^V Insubri e 
K i Ve- 



«74 ANNALI DELLA CITTA 

T5T35 * Veneti si sieno riscaldati a segno di separarsi dalla comunione di quel- 
li , che accettavano il V. generale Concilio , falsamente persuasi , che 
accettandolo ne restasse intaccata e lesa 1' autorità del Calcedonese . Mol- 
ti Vescovi della Francia e dell' Affrica restarono disingannati dalle let- 
tere di Papa Pelagio , il quale fece loro apertamente vedere , che in 
quella questione non si trattava punto del dogma , ma solamente degli 
scritti di que' tre uomini , sopra de' quali nessun giudicio avevano pro- 
nunciato i Padri Calcedonesi . Paolino però Arcivescovo di Aquileia 
co' suoi suffraganci stette fermo e ostinato ; si separò dalla comunione 
del Papa , cui credeva violatore della Fede ; tenne de' Conciliaboli , a' 
quali intervenne anche Vigilio, o, come in altri testi si legge, Ber- 
gullo nostro Vescovo ; di che giustamente irritalo il Papa scrisse più 
mani di lettere ai Duce Narseie , che usando le vie della forza casti- 
gasse Paolino , e insieme F Arcivescovo di Milano capi di quel par- 
tito . Ricusò prudentemente Narsete , il quale non credette opportuno 
procedere con tanto rigore per non esasperare de' sudditi novellamente 
acquistati , e andò temporeggiando colla fiducia , che quegli ostinati al- 
la fine si sarebbero ricreduti . Tutto fu vano , e il loro errore nacque 
forse da ignoranza piuttosto che da malizia , non intendendo essi l' idio- 
i^j. 565 ma Greco , e avendo sospetta la fede di quella nazione , e le decisio- 
ni di Giustiniano . Ma essendo arrivati gli scismatici a tale di arro- 
ganza e temerilà , che senza riguardo alcuno scomunicarono solenne- 
mente Pelagio, l'Imperatore e Narsete, questi per ordine della Cor- 
te Imperiale processò i nostri Vescovi , e rilegò in Sicilia Vitale di 
Aitino , uno de' principali . La morte accaduta di Giustiniano impe- 
dì , che oltre non si procedesse contra gli scismatici , i quali perseve- 
rarono lungamente nella loro disubbidienza, come diremo. 

Lodevoli, non v'ha dubbio, furono le direzioni di Narsete e nella 
guerra che abbiamo brevemente descriita , e in questo affare ecclesia- 
stico , in cui antipose la dolcezza alla severità ; ma non si saprebbe 
quel grand' uomo lodare, che dopo avere domalo i Goti, e assogget- 
tala l'Italia, abbia rimutato del tutto l'antico governo, che i barbari 
medesimi in qualche modo avevano rispettato . Egli estinse onninamen- 
te il Senato di Roma, e i Magistrati municipali, e tolta via ogni con- 
sueta autori! à sottopose cadauna città all' amministrazione di governatori 
con titolo militare chiamati Duci o Duchi , sicché 1' Italia ridotta a con- 
dizione di provincia riconobbe per supremo Governatore Narsete col 
nome di Esarca o di Viceré . Egli innoltre pose nelle prefate città guar- 
nigioni di soldati barbari tratti dall'Europa e dall'Asia, de' quali era 
formata in gran parte 1' armata Greca , ospiti certamente incomodi a' 
nostri Italiani; e latto vecchio, ciò che prima aveva abbonito , si die- 
de ad ammassare ricchezze , per la qual cosa ei non pensava gran fat- 
to a tenere in freno i Duchi posti da lui qua. e colà al governo, ar- 
pie divoratrici de' beni de' sudditi . Quindi per parte de' Romani arri- 
varono alle preoch» di Giustino successore di Giustiniano, giuste o 

no 



DJ JP A D O 1? A . 75 

no che fossero , acerbe querele e lamenti contra di lui , protestandosi A n. $ó 5 
quegl' inquieti spiriti che , se egli non avesse rimosso quel malvagio mi- 
nistro , eglino da se stessi ai casi loro avrebbero provveduto . A tale 
avviso montato in collera Giustino , soffiando in Corte contra Narse- 
te il maniaco dell' invidia , tostamente lo richiamò , e spedì Longino 
al governo d' Italia ; onde vedendo quegli di aver perduto il favore di 
Augusto , e innoltre irritato da un pungente motto di Sofia consorte 
di Giustino meditò quella memorabile vendetta , che costò tante lagrime 
e tanto sangue alla sventuratissima Italia . 

Sogliono i gravi disastri , che soprastano a qualche regno o provin- 
cia , essere preceduti alcune volte da qualche segno che li presagisce . 
Videro i nostri Italiani , o almeno parve loro di vedere arme luccican- 
ti , schiere combattenti nel cielo , e di udire il suono di trombe guer- 
riere verso la parte settentrionale , siccome narrasi che accadesse a' Giu- 
dei , quando era imminente lo sterminio di Gerosoìima nelf assedio fatto 
da Tito . Ma o che in effetto que' segni vedessero i nostri , o che la 
riscaldata lor fantasia prendesse per prodigj alcuni effetti naturali dell' 
aria , egli è certo che una morlalissima pestilenza , la quale disertò quasi A x. 568 
tutta l' Italia per guisa che le campagne rimasero inabitate , precedette 
la venuta de' Longobardi . Questa feroce nazione nota anche ai Roma- 
ni uscì ancor essa dalla Tartaria Asiatica , donde vennero tante altre bar- 
bare generazioni , e al tempo della guerra Gotica aveva Alboino a suo 
Re , il quale spedì de' soccorsi a Narsete , onde dalle sue genti ritor- 
nate nella Pannonia potè avere notizie della fertilità di questa regione, 
e invogliarsi di farne 1' acquisto senza credere che lo sdegnato Eunuco 
gli abbia mandato a tal fine frutta Italiche , e vini nostrali , come fu 
scritto. Non toccò a lui di vedere la desolazione dell'Italia per la ve- 
nuta di que' barbari , sia vero o falso , da esso chiamati per vendicarsi 
dell' Augusta Sofia ; poiché morì decrepito in Roma , mentre Papa Gio- 
vanni si disponeva di andare alla Corte di Costantinopoli per giustificarlo 
dalle accuse che gli erano date . 

Alboino di efferata natura avendo trovata briga con Cunimondo Re 
de' Gepidi , altro popolo Germanico , si unì cogli Avari , e in una bat- 
taglia sterminò quella nazione , ne uccise il Re , ne distrusse la fami- 
glia , e trovando nella preda JRosmunda figliuola di Cunimondo le sal- 
vò la vita , e innamorato della bellezza di lei , essendogli morta Clot- 
sinda figlia di Lotario Re de' Franchi , la prese per moglie . Riso- 
luto pertanto di conquistare l' Italia cedette i suoi stati agli Avari a con- 
dizione che dovessero restituirli , dove , se fosse male riuscita l' impre- 
sa , fosse egli costretto a tornare indietro ; raccolse tutta la sua gente uo- 
mini e donne , vecchi e fanciulli colle reliquie de' vinti Gepidi , e con 
altri barbari di strane e diverse nazioni , e giunse con tutta questa bar- 
barica oste alle alpi Friulane nella primavera dell' anno 568 . L' Esar- 
ca Longino successore di Narsete pose buone guardie in alcune città , 
ma non aveva forze bastevoli per fare argine all' impetuoso torrente di 

tan- 



76 ANNALI DELLA CITTA 

AN# Jó 8 tanti armati ; l' Italia , e spezialmente la nostra Venezia spaventata ag- 
ghiacciò ; molti de' nostri corsero al solito asilo delle lagune , e F Arci- 
vescovo di Aquileia Paolino sì riparò neh" Isola di Grado co' tesori del- 
la sua Chiesa . 

Trovati senza custodia i passi dell' Alpi venne innanzi Alboino , ed 
occupò il Foro di Giulio , ora Cividale , capo in que' tempi della pro- 
vincia dopo la rovina di Aquileia , e lutto assoggettò il moderno Friu- 
li piano e montuoso » Ivi con saggia politica piantò una colonia de' suoi 
Longobardi mettendovi governatore con titolo di Duca Gisolfo suo ni- 
pote , ond' ebbe origine il Ducato Friulano popolato di poi delle più 
nobili famiglie di quella nazione . Quando arrivò alla Piave gli si pre- 
sentò ossequioso Felice Vescovo di Trivigi , che gli raccomandò il suo 
popolo , ed egli umanamente lo accolse , e gli confermò con regio di- 
ploma i beni della sua Chiesa . Con pari prontezza gli apersero le por- 
te Vicenza e Verona con altri luoghi della Venezia , ma Padova e 
Monseliee guarnite di sufficiente presidio fecero fronte alle armi di lui. 
Conviene credere che Padova , come sopra osservai , sia slata ristorata 
da Teoclerico , e munita poi da Narsete di validi e forti ripari termi- 
nata la guerra Gotica : che quanto a Monseliee di cui ora per la pri- 
ma volta si sente il nome , sebbene anche al tempo dell' Imperio Ro- 
mano fosse forse abitato , come da antiche iscrizioni apparisce , la sua 
positura medesima lo rendeva difficile ad espugnarsi . Rimasero ezian- 
dio in potere de' Greci Concordia , Opitergio , Aitino , e Mantova , e 
se l' Imperadore Giustino , Principe voluttuoso e dappoco, non avesse 
abbandonato le cose d' Italia per attendere unicamente ai piaceri , avreb- 
be potuto impedire i progressi de' Longobardi r i quali nulla avendo 
a temere di Longino r che a gran pena potea difendere Ravenna , e i 
luoghi vicini , dilatarono le loro conquiste in altre parti d' Italia , e do- 
po tre anni di assedio s' impadronirono ancor di Pavia scelta da essi 
a metropoli del nuovo regno ► 

Poco prima che questa feroce nazione entrasse in Italia, Venanzio 
Fortunato nato in Valdobiadene , luogo del Trivigiano , ma soggetto 
almeno da sette secoli alla nostra Chiesa , venne a Padova per andare 
in Francia a venerare le Reliquie di S. Martino , come abbiamo da 
Paolo Diacono (a) che lo chiama uomo venerabile e sapientissimo . 

1. IV. Ora egli nella Vita di S. Martino nomina la nostra Brenta e il Re- 
ttone con altri fiumi , ed esso è il primo autore che usò questo nome 
parlando del Medoaco maggiore , giacché la Brentesia della Tavola Peu- 
tingeriana , lavoro d' incerta età , pare certamente cosa diversa assai dal- 
la Brenta . Ma ciò che meglio merita di essere osservato , è quello che 
scrive della Chiesa di S. Giustina dipinta nelle pareli colle gesta di S. 

Mar- 



(a) lib. 2. cap. 17. 



DI PAD Ù P* A. 77 

Martino , e della venerazione che si portava al sepolcro della S. Mar- AN , S d8 
tire , e de' voti che vi si appendevano . Questa è un' assai pregievole 
testimonianza del culto che nel sesto secolo godeva la Santa presso di 
noi ; ond' è da maravigliarsi che il P. Cavacio elegante Storico del 
Monistero di S. Giustina non ne abbia fatto alcun motto . Aggiunge 
Venanzio nel 1. 8. de' suoi versi , che siccome Aquileia gloriavasi di 
Fortunato f Vicenza di Felice, Calcedonia di Eufemia, così Padova 
di Giustina. Nel luogo poi sopra citato, nomina un Giovanni co' suoi 
figli , il quale sembra essere stato, nostro Duca e Governatore ,. la qual 
cosa non ho voluto lasciar di dire , perchè m questi oscuri tempi, de' 
quali ora scriviamo, di agni anche picco-la notizia si dee tener conto. 
Né va taciuto che il Sagomino Cronista dell' undecimo secolo ci rac- 
conta , che per questa irruzione medesima de' Longobardi i nostri Pa- 
dovani rifuggiti nell' isole dell' estuario fabbricarono una Chiesa a & 
Giustina, ciò che viene ripetuta nella Leggenda antichissima di S> 
Magna - 

Ma tornando- ad Alboino per poco tempo ei godette il frutto di 
tanti suoi subiti acquisti, ucciso in Verona per opera della moglie Ros- 
munda . Imperciocché in un festoso convito che diede a' suoi primarj 
ufficiali per celebrare le sue vittorie si fece recare innanzi il cranio di 
Cunimondo legato in aro , che teneva ad uso di tazza ne' dì solenni , 
e riscaldata dal vino con brutale ferocia invitò la moglie a bere allegra- 
mente- nel medesimo nappa, dicendole per ischerno che arebbe bevu- 
ta insieme col padre ; di che la fiera donna , che mal suo grado lo 
avea sposato , inorridita e sdegnata giurò nel suo cuore di farne proni- 
tà vendetta . E noto per le penne di tanti scrittori , e perciò lascierò 
di contare quali mezzi essa impiegò per mandare a fine il suo pravo 
disegno . Divolgatosi nella città l' inopinato accidente nacque gran com- 
mozione nel popolo, e spezialmente tra' Longobardi , che piansero a 
cald' occhi la perdita del bellicoso loro Signore . E come riseppero da 
qual parte era venuto il colpo , montati in furia volevano ammazzare 
Rosmunda 9 ed Elmigiso autore e consigliatore del delitto , e da lei 
scelto a marito colla speranza che la nazione lo avrebbe acclamato Re; 
né mancava in vera tra gli stessi Longobardi chi secondava i disegni 
di lei , essendo Elmigiso fratello di latte del trucidato Alboino . Ma 
crescendo il tumulto, e non si tenendo sicura in Verona fuggì occul- 
tamente Rosmunda a Ravenna col novello marito , e ^.Ibsninda inno- 
cente figlia del Re tradito , e portò seco tutto il regio tesoro . Ivi fu 
ben accolta dall' Esarca Longino , che sino all' Adige per agevolare lo 
scampo le avea mandato una barca, ma poco stante preso dalla bel- 
lezza di lei , Q più innamorato delle sue ricchezze cominciò , e non 
invano, a sollecitarla, che prendesse lui per marito, liberandosi d' El- 
migiso >, perchè ciò facendo le sarebbe stato agevole diventare Regina AN# 579 
d' Italia . La donna avvezza ai delitti e dominata dall' ambizione tentò 
levar di vita il marito porgendoli una tazza di vino avvelenato , men- 
tre 



78 ANNALI DELLA CITTA 

an* 579 tre assetato usciva del bagno ; ma da lui , che a non dubbj segni s v 
era avveduto del tradimento , forzata colla spada alla gola a bere il re- 
sto di quel veleno poco appresso cadde morta insieme con esso por- 
tando la giusta pena del suo misfatto . Longino , perduta ogni speran- 
za d' ingrandimento , inviò a Costantinopoli all' Imperatore il regale te- 
soro in una coli' orfanella ^dlbsuinda . 

In questo mezzo i Capi della nazione Longobarda radunati in Pa- 
via elessero a loro R.e Clefo , o Clefone > uno tra' più riguardevoli di 
quella gente , che per alcuni viene creduto Duca di Bergamo , uomo 
crudele e sanguinolento, flagello degP Italiani, e particolarmente de' no- 
bili , altri de' quali uccise , altri cacciò in esilio per ingoiarsi le loro so- 
stanze . Oppresse anche i suoi , e li perseguitò nella vita e nella roba 
per guisa , che venuto in odio all' universale dopo un anno e sei mesi 
di tirannico regno fu ammazzato da un suo famiglio . Morto lui non 
procedettero i Longobardi all' elezione di un nuovo Re , ma per dieci 
anni stette la nazione sotto il governo di trentasei Duchi , ciascuno de' 
quali indipendente dagli altri signoreggiava il proprio Ducato , con ob- 
bligo di concorrere colle sue forze alla difesa comune . In questo pe- 
riodo di tempo , grandissime furono le calamità eh' ebbe a soffrire P 
Italia , poiché durando la guerra co' Greci ogni Duca procurò di am- 
pliare il suo dominio ; e avvenne appunto allora in quel torno , che i 
Longobardi si estesero per la Toscana, e per l'Umbria sino all'odier- 
no regno di Napoli : e guai a chi volle far testa ; parlano le storie di 
città distrutte , di villani impiccati , di chiese spogliate , di monisteri in- 
ceneriti , di sacerdoti uccisi . Né maraviglia di ciò ; tra' Longobardi e' 
erano ancora molti pagani , e quelli che professavano il Cristianesimo , 
erano , siccome i Goti , dell' Ariana pece macchiati * Noi pero stettimo 
saldi sotto l' impero de' Greci con Monselice , e qualche città marittima 
della Venezia , ma circondati da guarnigioni nemiche , e perciò dee 
credersi , che almeno il nostro distretto avrà provato i tristi effetti che 
nascono dalla guerra » 

Qui è bene narrare , che mentre succedevano tali cose , Giustiniano 
Imperatore sentendosi indebolito per le infermità figlie della sua intem- 
peranza , e bisognoso di chi 1' aiutasse a portare il peso del governo , 
elesse Tiberio suo successore , e gli diede il titolo , e le insegne di 
Cesare , e il soprannome di Costantino . Era egli nato nella Tracia di 
oscura famiglia , ma bellissimo della persona , alto di statura , e ciò che 
dee più stimarsi , sebbene educato e cresciuto in una corrottissima Cor- 
te , dotato di grandi virtù e veramente degno di quelP eminente posto , 
al quale è salito. Ma implicato nella guerra co' Persiani assai poco po- 
tè pensare alle cose d'Italia; e passati appena quattro anni dacché era 

an. 583 stato crealo Cesare , fu da Giustino , che vedeva soprastante il suo 
line, dichiarato Imperatore ; della qual dignità godette soltanto tre anni 
e dieci mesi , intento sempre alla felicità dell' Impero , e al bene de' 
sudditi , cui riputava suoi proprj figli . Prima di morire , dovendo prov- 

ve- 



DI PADOVA. 7Q 

vedere alla sicurezza dello Stato, gettò gli occhi sopra di Maurizio A #. S 8 3 
Comandante della guardia imperiale , valoroso del pari che saggio e 
prudente , di vita sobria ed austera , e d' incorrotti costumi , e alla pre- 
senza del Senato e del Clero di Costantinopoli lo vestì della porpora, 
e gli pose la gemmata corona sul capo , elezione universalmente applau- 
dita , che potè scemare il giusto cordoglio , e rasciugare le lagrime di 
tutti i Romani afflittissimi per la perdita di quelP ottimo Principe . 

Mentrechè in Oriente si festeggiava per 1' esaltazione di Maurizio 
al Trono , i Longobardi in Italia stanchi della tirannia dei loro Du- 
chi , e forse mossi ancora da' continui lamenti degl' Italiani ritornaro- 
no dopo un decennio allo slato regio , ed elessero Re ylutari figli- 
uolo di Clefo , giovane Principe , che colla sua saviezza riparò ai di- 
sordini del passato governo , e col suo valore domò alcuni Duchi , i 
quali per essere stati liberi ricalcitravano ad ubbidire , e gli sottomise 
ad una ragionevole dipendenza . 

Maurizio in guerra co' Persiani , e molestato dagli Avari , popolo 
Tartaro , che soggiornava nella Pannonia , non poteva rivolgere le sue 
armi a liberare l' Italia dal giogo straniero , come desiderava , impo- 
tente contra tanti nemici . Egli avea mandato a Ravenna il Patrizio an. $$f 
Smaragdo con alcuni soccorsi , meglio intelligente di guerra che non 
era stato 1' Esarca Longino ; ma ciò era poco al bisogno . Non avendo 
pertanto bastevole esercito per tale impresa trattò per mezzo di amba- 
sciatori con Chidelberto Re de' Franchi , e gli regalò molto oro , per- 
chè discendesse in Italia in aiuto de' Greci . Convennero agevolmente ; 
venne Chidelberto con grossa armata ; i Longobardi si tennero chiusi 
nelle loro città non potendo osteggiare , e i Franchi rimasero padroni 
della campagna . udutari in tale articolo di cose ricorre al possente mez- 
zo della pecunia , offrendo a Chidelberto tanto denaro , che gli fece 
scordare, solita lealtà di quella nazione, quello che ricevuto avea da 
Maurizio . I Franchi ripassarono l' alpi , e sebbene vi tornassero di 
poi, essendo que' casi succeduti lunge da noi, io li passo sotto silenzio , 
tanto meglio che per essersi avveduto 1' Esarca della mala fede di quel- 
la nazione intesa unicamente al proprio interesse , conchiuse una tre- 
gua di tre anni con udutari , per la quale respirarono un poco le no- 
stre afflitte città . 

Seguirono poco appresso le nozze del Re Longobardo con Teode- 
linda figlia di Garibaldo Duca di Baviera , piissima Principessa , le 
quali nella campagna di Verona furono celebrate con molta pompa il 
dì i5. di maggio l'anno 589., e questo matrimonio giovò non poco 
agli affari de' Cattolici . Ma neh" ottobre di quesf anno medesimo ac- 
cadde in Italia uno straordinario diluvio d' acque forse non più vedu- 
to . Per le dirotte continue pioggie con lampi e orribili tuoni , e per 
la susseguita liquefazione delle nevi sull' alpi e sull' apennino tutti i fiu- 
mi si gonfiarono in modo , che rotti argini e sponde allagarono le pia- 
nure ; i bellissimi piani della Insubria e della Venezia divennero lagu- 
ne , 



80 ANNALI BELLA CITTA" 

r . 589 ne , gli abituri de' villici non meno che i palagj de' Grandi furono por- 
tati via dalla corrente dell' acque , si confusero i confini de' poderi , le 
strade si distrussero , e ne seguì grande mortalità d" uomini e d' ani- 
mali . Allora nella Chiesa di S. Zenone fuor di Verona avvenne il ce- 
lebre fatto riferito da S. Gregorio M, e da altri , che le acque dell' 
Adige uscite del proprio letto , comechè s' inalzassero sino alle finestre 
della suddetta Chiesa , non ebbero ardire di entrarvi . Effetto di que- 
sta sformata piena si fu , che l' Adige cangiò il suo letto , e non più 
corse , come soleva , per le Lupie di Montagnana ad Este , e di là per 
il basso Padovano a Brondolo , ma per alcuni secoli andò senza legge 
e senza opposizione vagando per le campagne del Veronese e del Pa- 
dovano , onde ne seguirono grandissime alterazioni in ambidue i ter- 
ritorj , diventando valli e stagni alcune possessioni , e per contrario al- 
cune terre in prima basse e paludose per le continue torbide colman- 
dosi in guisa che poi di ottima coltura furon capaci . 

elitari avrebbe potuto rimediare al disordine riconducendo quél fiu- 
me all' antico suo alyeo ; giacché non è da presumersi , che in quel 
secolo , sebbene barbaro , non ci fossero persone atte a simile impre- 
sa : quando sappiamo che regnando Teodelinda fiorivano artefici , i 
quali seppero inalzare magnifiche fabbriche , se non corrette ed elegan- 
ti , come le nostre sono , certamente di tale solidità , che i moderni ar- 
chitetti non hanno saputo uguagliare . Ma oltreché una fierissima pe- 
stilenza ^ che privò di vita innumerabili mortali , tenne dietro alla pre- 
detta inondazione , e potè impedire il disegno , credesi per alcuni , che 
Autari operando da politico abbia trascurato di por mano all' opera , 
perchè restando allagato principalmente quel tratto di paese , che ora 
l'orma il Polesine , e parte del Padovano , che dipendeva ancora dagli 
Esarchi di Ravenna suoi nemici , nel tempo stesso che assicurava il 
suo stato dai loro insulti , recava ad essi un indicibile danno . Intanto 
l'Adige col corso degli anni si andò scavando un nuovo alveo , dove 
trovò maggior la pendenza , né più è stato possibile incanalarlo nel 
vecchio letto. Cessò allora un ramo di esso di scorrere per la valle 
Calaona alle radici de' nostri monti , e per conseguenza nuova altera- 
zione s' è fatta su la superficie del nostro contado . Non abbiamo an- 
tichi documenti di ciò che possa essere accaduto in quella straordinaria 
piena ai due nostri Medoaci . Ma quanto alla nostra Brenta egli è cer- 
to che aveva altro corso, e chi ha veduto i terreni adiacenti a quel 
fiume nelle parti superiori , che sono tutti coperti di ghiaia e di ciot- 
toli a qualche profondità , conosce tosto , che esso è corso un tempo 
senza legge e ritegno dove vollero le sue acque ; costume che non ha 
ancora potuto disimparare del tutto . Se poi questo sia accaduto in im- 
motissime età, o ne' tempi, de' quali parliamo, non è cosa da potersi 
decidere facilmente . 

Autari ebbe un regno assai turbolento , e si trovò a stretto partito 
nella nuova guerra che gli mossero i Franchi , ed eziandio per la ri- 
bel- 



DI PADOVA. 8l 

bellione di alcuni de' suoi ; e forse era spacciato, se i suoi nemici aves- Aìl . $b 9 
sero operato colla debita sincerila ; ma il loro segreto fine era d' inde- 
bolire in Italia i Longobardi insieme ed i Greci per impadronirsi dei 
loro stati . Essi dopo avere aiutato l' Esarca a ricuperare alcune città 
posero 1' assedio a Verona già prima per un fortuito fuoco incendia- 
ta , e 1' arebbono presa , poiché non v' era il Re alla difesa , che s' era 
ritirato a Pavia; ma improvvisamente levarono le tende, retrocedettero, 
e tornarono in Francia pieni , ma non sazj di preda , conducendo se- 
co in ischiavitudine grande numero d' Italiani . Mentre u^Lutari col mez- 
zo di ambasciatori procurava che Chidelberto deposti gli odj si paci- 
ficasse con lui , venne a morte in Pavia , e la regina Teodelinda coli' 
assenso de' Primati Longobardi scelse a nuovo marito slgilolfo Duca 
di Torino , parente del Re defunto , Principe guerriero di beli' aspetto , 
e di mente ancora più bella. 

Tra le prime cure di questo novello Re quella fu certamente di ri- 
scattare dalle mani de' Franchi tanti prigionieri Italiani , e poi d' indur- 
re Chidelberto ad un trattato di pace , come gli venne fatto felicemen- 
te , onde potè proseguire con più di calore la guerra contra de' Gre- 
ci . Questi avevano guadagnato al loro partito Ulfari Duca di Trivi- 
gi^ ma Agilulfo avendolo prontamente assediato lo costrinse alla resa, 
e punillo della sua fellonia . Noi soggetti all' Imperadore colla guerra 
così vicina non saremo andati esenti da timori e pericoli . Lascio altri 
fatti del Re Longobardo , che con grosso esercito ricuperò Perugia a 
lui ribellatasi , e portò lo spavento alle mura di Roma ; se non che 
scorgendo la difficoltà della impresa , e mosso come credesi , dalle pre- 
ghiere del S. Pontefice Gregorio M. , dopo molti danni inferiti, siri- 
tiro da quelle parli , e lasciò in pace i Romani . Funesti furono que- 
sti giorni all' Italia , imperciocché , oltre i mali della guerra , una osti- 
nata siccità di otto mesi annientò la ricolta , e stormi di locuste divo- 
ratrici infestarono i monti Veronesi , e i Tarlali Avari insieme cogli 
Slavi saccheggiarono la Venezia Orientale , e più innanzi ancora sa- 
rebbono venuti predando , se Agilulfo col possente mezzo dell' oro non 
gli avesse persuasi a tornare indietro . Succedette poi una mortifera pe- 
ste , la quale corse mietendo vite dall' Istria sino alle rive del Tevere e 
condusse l' Italia ad estrema miseria . 

Il prefato S. Pontefice oltre modo sollecito del pubblico bene pro- 
curava in ogni guisa di ammorzare il fuoco che ardeva l' Italia , e non 
fìnava di tempestare con messi e con lettere l' Esarca Romano , perchè 



conchiudesse tregua o pace co' Longobardi . Ma costui avaro in pri- an. 590 
vaio , superbo e arrogante in pubblico non sapea vivere che di guer- 
ra , satollando la sua fame dell' oro colle imposizioni che dovevano ser- 
vire a mantenere 1' armata , e perciò sempre si oppose ostinatamente , 
e rendette vani i disegni del Papa , finché essendo morto trovò egli 
nel suo successore Callinico un uomo più arrendevole , e meglio dis- 
posto alla pace , onde dopo otto anni di cruda guerra , di cui la no- 
JL stra 



82 ANNALI DELLA CITTA" 

u 59 o stra Venezia è stata spesso il teatro , si potè stabilire una tregua tra i 
Longobardi ed i Greci . 

Un altro oggetto delle paterne sollecitudini del suddetto S. Pontefice 
era quello di estinguere lo scisma della Chiesa di Aquileia , cosa ten- 
tata inutilmente da' suoi precessori . Molto si era affaticato Pelagio II. 
per ricondurre i Vescovi della Venezia e dell' Istria all' unità della Chie- 
sa Cattolica , ma essi avendo fatto ricorso all' Imperadore Maurizio , 
ottennero da lui un rescritto , in vigor del quale non dovessero essere 
molestati . Contultociò l' Esarca Smeraldo non curando gli ordini del 
Sovrano andò a Grado con una flotta , e strappò violentemente dalla 
sua basilica Severo successore di Elia con altri Vescovi , e li condus- 
se seco a Ravenna , dove tenuto in dura custodia , e con ogni manie- 
ra d' ingiurie aspreggiato ed oppresso fu costretto a condannare i tre 
Capitoli , e riconoscere 1' autorità del V. generale Concilio . Ma dopo 
un anno ritornato alla sua Chiesa , e venuto in odio a' suoi SufFraga- 
nei , perchè non seppe resistere , ritrattò la sua confessione estorta vio- 
lentemente , e tenne un Conciliabolo di dieci Vescovi in Marano , ca- 
stello situato in riva dell' Adriatico , per deliberare qual via si dovesse te- 
nere nelle circostanze presenti . S. Gregorio innalzato alla cattedra di 
S. Pietro 1' anno 5go. volendo spegnere il fuoco della discordia chiamò 
Severo a Roma con amorevoli lettere , ma quantunque vi concorresse 
coi suo comando 1' Imperatore , egli ricusò di andarvi , ed accordò co' 
Vescovi della Venezia e della Rezia seconda , inviò supplichevoli let- 
tere a Maurizio , esponendogli quanto avea ingiustamente sofferto per 
la causa della religione , eh' ei difendeva . Maurizio , che non era Teo- 
logo , senza aver prima posto in esame 1' affare , prese la protezione 
degli Scismatici , e scrisse in loro favore all' Esarca ed al Papa . 

Non si perdette d' animo Gregorio , e procurò d' illuminare 1' Impe- 
radore , e gli stessi Vescovi, ma poco o nulla ottenne sino a tanto che 
visse Y Esarca Romano . Ebbe del resto la consolazione di vedere , che 
mediami le sue paterne ammonizioni la Regina Teodolinda , la quale 
sedotta dagli Scismatici non voleva comunicare coli' Arcivescovo di Mi- 
lano Costanzo condannatola de Tre Capitoli , riconobbe il suo erro- 
re , e accettò il V. generale Concilio. L'esempio di quella piissima 
Principessa giovò a richiamare alla bramata unione non pochi erranti , 
quantunque altri persistessero ostinatamente nel loro scisma , che durò 
settant' anni , onde il buon Pontefice non potò vederne la fine . Non 
sappiamo per alcun certo documento chi fosse nostro Vescovo in que- 

j Jgjj sti turbolentissimi tempi , perchè nel ricordato Sinodo di Marano si 
sottoscrivono i Vescovi di Vicenza , di Verona ec. , ma il nome del 
nostro non vi si vede . Gioverà aver brevemente parlato di un l'atto ce- 
lebre della storia Ecclesiastica, nel quale abbiamo avuto parte anche noi, 
e servirà a far conoscere , come l errore getta da prima piccoli se- 
mi , poi a poco a poco mette" gran foglie, e produce in fine pestiferi 
frutti . 

La 



DI PADOVA. 83 

La tregua stabilita tra' Greci e Longobardi ebbe corta durata, colpa AN . && 
dell' Esarca Callinico . Questi sorprese Parma , dove era la figliuola di 
Agilulfo col suo marito Godescalco , e condusse entrambi a Ravenna . 
Irritalo il Re Longobardo di tale affronto riprese le armi , e chiama- 
te a se alcune schiere di Avari venne all' assedio di Padova , che stava 
ancora , come dissi , sotto la dominazione de' Greci . La nostra Città 
dopo le rovine sofferte al tempo degli Unni era stata ristorata da Teo- 
dorico , e poi dagli Esarchi fortificata , e avendo un buon presidio po- 
tè resistere per qualche tempo alle armi nemiche . Ma i Barbari co- 
gliendo 1' occasione di un vento impetuoso scagliarono dentro la città 
un nembo di saette incendiatrici , per le quali si apprese il fuoco alle 
case , eh' erano in gran parte di legno e coperte di paglia , sicché ne 
restarono incenerite . Allora la guarnigione si arrese ad Agilulfo a buo- 
ni patti di guerra , ed ebbe libertà di andare co' suoi bagagli a Raven- 
na : i cittadini si dispersero , e molti passarono all' Isole dell' Estua- 
rio . Questa disgrazia si crede comunemente accaduta nell' anno 600. in 
circa . 

Paolo Diacono racconta che Agilulfo spianò la nostra Città , e gli 
storici che venner dopo , giusta loro costume accrescendo , aggiungono 
che per lungo corso di anni rimase abbandonata e diserta ; fra' quali an- 
che il March. Majfei (ci) . Ma non sarà difficile provare che ciò non 
è vero . E primieramente è da notarsi che gli Storici d' ordinario , quan- 
do raccontano sovversioni e sfacimenti di città , adoprano colori carica- 
ti , e termini esageranti per eccitare compassione in chi legge , ovvero 
odio contra gli autori di tanti mali , ossia per una cotale inclinazione 
degli uomini, onde sono portati ad amplificare ed aggrandire le cose. 
Qual più memorabile eccidio di quello che sofferse Milano dallo sde- 
gno di Federigo Barbarossa ? Se ascoltiamo gli storici di que' tempi , 
quella sventurata città fu demolita per modo che pietra sopra pietra non 
vi rimase . Con tutto ciò la loro narrazione si dee credere esagerata , 
imperciocché è certissimo che molte fabbriche , così sacre come pro- 
fane , restarono in piedi , e in breve spazio di tempo la città fu re- 
staurata e popolata di nuovo . 

Ma senza partirsi da Paolo , abbiamo in lui medesimo qualche esem- 
pio dell' accennata esagerazione (Z>) . Egli narra che Agilulfo pose l' as- 
sedio a Cremona y la costrinse alla resa , e ad solum usque destruxit . 
Sopra il qual passo nota il dottissimo Sig. Canonico Lupi (e) , che ciò 
va inteso con qualche restrizione , e probabilmente delle sole fortifica- 
zioni in quel modo che Fredegario si spiega ad altro proposito. Im- 
perciocché avendo questi oratoriamente descritto il distruggimento fatto 

da 



(*) L. XI. della Storia . 

{b) L. IV. cap. 34. 

CO Cod. dipi. Prodr, c.X. 



84 ANNALI BELLA CITTA 

an. óoo da Rotavi delle città marittime della Liguria colla prigionia de' Citta- 
dini , segue a dire (a) , murosque earum usque ad fundarnentum de- 
struens , vicos has civitales vocari pnecepit . Lo stesso Paolo (b) rac- 
conta , che Oderzo fu occupato e distrutto da Rotari : e (e) poi scri- 
ve in altro luogo , che dal Re Grimoaldo quasi trent' anni dopo fu 
del tutto a distruzione recato , e privato del suo distretto . Dunque la 
prima volta non avea sofferto tanta calamità . Similmente per mio av- 
viso si può dire di Padova , la quale concederò che sia andata sogget- 
ta , ne' tempi di cui parliamo , a gravi disastri d' incendj , e dirocca- 
menti , e concederò ancora la demolizione delle sue fortificazioni ; ma 
non so persuadermi che sia stata ragguagliata col suolo , e lasciata in 
abbandono per lunga età. 

Ma comunque si vogliano intendere le allegate parole ài Paolo , al- 
tre ragioni mi persuadono, che la nostra Città non sia lungamente gia- 
ciuta tra le ceneri e le rovine , come , oltre il Metffei , anche F Orsa- 
to , ed altri Autori hanno scritto. Imperciocché vivente Rotari, che 
cominciò a regnare nel 636. v'erano due Vescovi in Padova, un Cat- 
tolico ed un Ariano , come diremo poi . E questo prova che e' era 
Clero e popolo numeroso, e conseguentemente più Chiese ed abitazio- 
ni : giacché , oltre i Longobardi , che soli , benché non tutti , professa- 
vano la fede Ariana, vi si trovava ancora tanta gente cattolica , che ba- 
stava ad occupare le zelanti cure di un Vescovo . Nò è da concedersi 
così facilmente al Maffei , che i cittadini abbiano evacuato la Città per 
rifuggirsi alle vicine lagune . Perchè pognam caso che i più ricchi e i 
più nobili si sieno colà messi in salvo colle migliori loro sostanze ( ciò 
eh' è credibile ) non è da dirsi lo stesso della bassa gente e della po- 
vera plebe y che fanno il maggior numero; e molto meno degli uomini 
del contado, i quali dovettero attendere all'agricoltura, arte negletta da' 
Longobardi , a' quali bastò che fosse loro ogni anno per tributo paga- 
ta la terza parte delle rendite de' terreni . 

Innoltre quegli Autori medesimi , quasi contraddicendosi , fanno Ve- 
scovo di Padova Tricilio in questo VII. Secolo ; altri nel 620 , altri 
nel 25, altri nel 3o, giacché fra loro non vanno d' accordo . Buon per 
noi che si conserva ancora la Iscrizione sepolcrale di Tricidio , che 
esisteva nell'antica Sottoconfessione della Cattedrale a' tempi del no- 
stro Cronista Ongarello , cioè alla metà del secolo XV , anzi nel se- 
colo susseguente , come attesta il Canonico Scardeone (d) . Da essa im- 
pariamo che Tricidio tenne il Vescovado ventisei anni, e otto mesi . 
Pertanto se Berguardo immediato successore di lui trasferi permanen- 

te- 



(a) In Chronico. 

(6) Lib. IV. cap. XXIX. 

0) Cap.XLVII. 

(d) De Antiq. Par. pag. 26. 



DI P A B O V sì >. 85 



temente, concessi credono, la sede Vescovile di Padova- a Malamocco AS . too 
nel 638. o nel 641. , ne segue che Tricidio abbia cominciato 1' episco- 
pale suo governo ne' primi anni dopo la Longobardica distruzione . E 
se noi in quel tempo avevamo Vescovo e Clero e Cattedrale , si dee 
inferire che Padova non fu intieramente distrutta, o si riebbe assai pre- 
sto dalle< sue passate calamità . Né si dica che Tricidio stette a Mala- 
mocco sino alla morte di Agilulfo , la quale accadde , secondo i più 
accurati Cronologi, nell'anno 61 5. poiché per le cose dette da quest' 
anno in circa si dee pigliare il principio del suo Vescovado . Concederò 
di buon- grado , che Felice antecessore di lui , il quale verisimilmente 
teneva la sedia episcopale, quando Padova fu assediata da' Longobarda, 
possa essersi rifuggito per breve tempo in quell' Isola , ma non a Chiog- 
gia, come con inescusabile errore a' nostri giorni ha scritto chi antici- 
pa P incendio di Padova di alcuni anni , e la sommersione di Malamoc- 
co di alcuni secoli . Dissi per breve tempo giacché abbiamo da Pao- 
lo (a) , che avendo Agilulfo Re , alle efficaci insinuazioni della buona 
Regina Teodelinda sua moglie, abbracciata la Religione Cattolica, do- 
nò molti poderi alle Chiese , e* i Vescovi dallo stato di abbiezione in 
cui erano allo splendore della primiera dignità ritornò . Ed essendo se- 
guita la conversione di lui poco appresso il fatto di Padova , è ragio- 
nevole il credere che Felice all'annunzio di tal cambiamento, e alla 
lama delie opere di pietà , nelle quali Agilulfo si esercitava , alla sua 
Padovana sede abbia fatto ritorno . 

E giacché s' è parlato del Vescovo Tricidio , non posso lasciar di 
dire esser falso , s' io non m' inganno indigrosso , che egli abbia fab- 
bricato la Cattedrale nel sito dove ora si trova , e peggio ancora fal- 
lar coloro, ì quali scrissero che ciò seguì nel fine dell' undecimo se- 



colo per opera di un altro Vescovo . Sarebbe ornai tempo che la no- AN * ó02 
stra storia fosse depurata da tante favolose e malfondate opinioni , che 
la ignoranza de' secoli, e il difetto di critica vi hanno sparso a larga 
mano per entro . Io nel mio libro del Corso de' Fiumi ho recato al- 
cune ragioni, per le quali non si dee credere in questa p.rte agli At- 
ti di S. Prosdocimo , unica e sola difesa di chi sostiene la Cattedralità 
di S. Sofia . Ma le mie ragioni non ebbero verun peso presso di al- 
cuni , che prevenuti dalla tradizione popolaresca non si lasciarono svol- 
gere dalla loro antica credenza : verificando col fatto quel detto cele- 
bre di un antico: quod qziisquam perperam didicit , in senectute con- 
fituri non mlt . Contuttociò cercando io donde possa aver avuto origi- 
ne quella opinione , eh' è destituta di fondamento , e volendo dare qual- 
che peso alla tradizione , vo pensando che probabilmente sia nata da 
qualche insigne risarcimento fatto da Tricidio alla sua Cattedrale o, 

gua- 



C.0 Lib. IV. cap. IV. 



86 ANNALI DELLA CITTA 

ah. 6q% guasta dal tempo , o malconcia <Jal furore de' barbari . Non è nuovo , 
né inusitato negli Scrittori , e ne' documenti del Medio Evo il vedere 
attribuita f erezione di un edifìcio a chi ne fu solamente ristoratore ; 
e se uopo ci fosse potrei portarne non pochi esempj , e qualcuno e- 
ziandio , che le nostre antiche carte mi somministrano . E appunto 
nelF età; di Tricidio regnando Teodelinda con Adoloaldo suo figlio , 
molte Chiese furono risarcite e rifatte , di che abbiamo la testimonian- 
za di Paolo . 

Ma tornando all' ordine de' tempi , presa che fu Padova da Agi- 
lulfo cadde anche Monselice nelle mani de' Longobardi, benché non 
si sappia il preciso tempo , né se per accordo , o per forza . Egli pa- 
re tuttavia che ciò possa essere accaduto o negli ultimi mesi di Mau- 
rizio , il quale morì ucciso con tutta la sua (amiglia da Foca nell' an- 
no 602. o sotto il medesimo Foca che usurpò l' Imperio . Ornai non 
restavano a' Greci nella Venezia, che Oderzo, Aitino, e Concordia, 
quando Callinico rompilore della tregua e cagione di tanti mali fu ri- 
chiamato , e tornò a Ravenna Smura gdo in luogo di lui , il quale coir 
autorevole mediazione di S. Gregorio ottenne una sospensione d' armi 
co' Longobardi . Avrebbe frattanto potuto respirare V Italia sotto il pa- 
cifico regno di Agilulfo , che divenuto Cattolico , come s' è detto , 
attendeva a render felici i suoi sudditi , ma fu afflitta intorno a questi 
tempi, e spezialmente la nostra Venezia , da una grandissima carestia, 
avendo un freddo non ordinario uccise le viti, e nella state un vento 
abbruciarne consunte le spighe de' grani . E ad accrescere i guai di que- 
sta nostra, provincia avvenne che i Tartari Avari col loro Kan alla te- 
sta, gente rapacissima, e d'ogni pietà ignuda del tutto, discesero nel 
Friuli , saccheggiando le terre v sverginando le donne , e menando in 
ischiavitudine gli uomini , non senza grande spavento delle nostre cit- 
tà . Gisolfo Duca del Friuli che volle ad essi far fronte , restò morto 
in battaglia , e la traditrice sua moglie aperse loro le porte di Civida- 
le . A ragione temevasi che venissero innanzi , ma carichi di preda , 

an. 610 cosi volente Iddio , uscirono della Venezia , e poiché alquanto si furo- 
no dilungati , scannarono barbaramente i prigionieri maschi , le donne 
e i fanciulli partirono, andando a portare il terrore quasi alle porte del- 
ta metropoli dell' Impero . Era questo bersagliato da potenti nemici al 
di fiuoì'i , che le più belle provineie avevano occupate , e tiranneggiato 
al di dentro da Foca, vero mostro di crudeltà, per guisa che stanchi 
e disperali i Grandi del Regno chiamarono Frac/io Governatore dell' 
Africa , e lo elessero Imperatore , togliendo di vita il tiranno . 

In questo mezzo venne a morte Agilulfo Principe di gran valore 
dopa un regno assai lurido e felice , e gli succedette Adoloaldo suo 
figlio- sotto la tutela dell'egregia donna Teodelinda sua madre. Anche 
in Ravenna s'era cambiato l'Esarca, poiché Eraclio invece di Sma- 
ni «db vi aveva mandato Giovanni Lemigio , il quale poco tempo ap- 
presso fu ucciso da' Ravignani , cui colla sua alterezza , e con indebi- 
te 



DI PADOVA. 87 

te estorsioni aveva esasperati fuor di misura . L' Eunuco Eleuterio spe- AN , èia 
dito dalla Corte col titolo di Esarca venne a processare i rei , che trat- 
tò con estremo rigore , ma egli appresso di avere estinto una ribelliò 
ne in Napoli colla morte de' capi , invanito di se medesimo, e tenen- 
dosi da molto più che non era , poiché vedeva le cose dell' Imperio 
andare di giorno in giorno di male in peggio , si fece proclamare Im- 
peratore in Ravenna ; i soldati però , mentre ei pieno di speranze mar- 
ciava verso di Roma , vergognandosi di dover ubbidire ad un vile Eu- 
nuco , lo ammazzarono , e ne spedirono la testa a Costantinopoli . E 
qui è bene osservare j che se i Longobardi fossero stati quella nefan- 
da e malvagia gente , come si spaccia da' lor nemici , arebbono potu- 
to prevalersi delle favorevoli circostanze , e spogliare i Greci d' ogni 
dominio in Italia . Ma essi per contrario stettero cheti , e non prese- 
ro alcuna parte o nella sollevazione de' Ravennati , o nella ribellione di 
Napoli , intenti unicamente a conservare la pace e la tranquillità de' 
popoli a loro soggetti . La dimora di tanti anni in Italia , la bontà del 
clima , la continua conversazione cogl' Italiani , i matrimonj tra le due 
nazioni avevano mansuefatto e raddolcito gli acerbi loro costumi ; gran 
parte di essi, lasciato l'Arianismo, aveva abbracciato la fede Cattolica , 
e gareggiava co' nostri nelle opere di pietà. Chiese risarcite, o fonda- 
te , spedali eretti , monisterj dotati sono monumenti della loro religio- 
ne ; per le quali cose tutte vivevano più contenti i sudditi del regno* 
Longobardico che i signoreggiati da' Greci . 

D' altra parte non può negarsi , che i Longobardi contribuirono assai 
a mantenere ed accrescere la universale ignoranza , che già molto innan- 
zi avea cominciato a distendere F oscuro suo velo sopra le ménti Ita- 
liane , come altrove s' è detto . Essi erano venuti tra noi senza usò al- 
cuno di scrittura 7 e senza notizia veruna di caratteri , e passarono mol- 
ti anni , prima che la pratica dello scrivere diventasse tra essi comune . 
Essi non coltivavano nò le lettere , né le scienze , contenti alle sole ar- 
ti di guerra : non ricchezze , non dignità , potentissime molle de' cuo- 
ri umani , a chi avesse voluto applicatisi . Mancò allora F uso de' no- * 
mi gentilizj , ossia de' cognomi , onde grande oscurità s' è introdotta , 
e somma incertezza nelle antiche genealogie . Barbariche usanze e pra- 
tiche superstiziose per definire le controversie r per indovinare F avve- 
nire , o per iscoprire la verità f non ancora estinte del tutto y non al- 
tronde ci vennero che da loro . L' idioma latino r che da' nostri Ve- 
neti avea ricevuto tanto splendore , per lo miscuglio di tante lingue 
straniere s' imbarberì T e per la scorretta pronuncia degF ignoranti po- 
poli perdette le sue antiche inflessioni , e nuovi barbari sopravvenendo 
degenerò in un altro rozzo linguaggio , che ripulito col corso de' se- 
coli diventò uno de' più belli d' Europa ; ricco e abbondante ( lo dirà 
colle parole di un Accademico Francese ) energico del pari che ele- 
gante ; fecondo di grandi Scrittori ; conforme al gustò dell' antichità 4 
e della natura ; pieghevole a prendere qualunque giro t acconcio ad as- 
pri- 



88 ANNALI BELLA CITTA 

an. 6 io primere ogni maniera d'idee; trasparente carne un bel vetro, che la- 
scia vedere gli obbietti senza alterarli , e senza tignerli di un colore 
straniero . E ciò vaglia aver detto a disinganno di quegl' Italiani , che 
poco apprezzano la loro lingua . 

^Ldoaldo nostro Sovrano perdette la madre all' età di 23. anni , e 
per le saggie direzioni di lei mantenne sempre la pace co' Greci , sic- 
ché per dieci anni noi godemmo uno stato pacifico . Ma rimaso solo 
e privo de' suoi consigli non potè sostenersi sul trono oontra l' amb 



an. 629 zione di A.rioaldo suo cognato Duca di Torino . Egli per un beve- 
rone che gli fu dato , sgraziatamente impazzì , e divenuto sospettoso 
fece cose crudeli , che irritarono la nazione , sicché fu da essa depo- 
sto , e a lui sostituito il Cognato . Fuggito a Ravenna f infelice Prin- 
cipe trovò presso l' Esarca Isacco protezione e ricovero ; ma mentre 
questi a petizione di Papa Onorio si disponeva a rimetterlo nel suo gra- 
do , il veleno , che gli aveva infievolito lo spirito , gli tolse anche la 
vita . Allora ^4rioaldo fu riconosciuto da tutti , e divenne pacifico pos- 
sessore della Corona; e poiché Eraclio era occupato nella guerra di 
Persia, nò agli affari d'Italia poteva attendere, 1' Esarca ratificò la pace 
già fatta con Agilulfo . Il Papa medesimo si acchetò , che chiamava 
^rioaldo ribelle ed usurpatore , e voleva punire secondo il rigore de' 
Canoni i Vescovi di queste parli , i quali seguivano il partito del nuo- 
vo Re . 

Avvenne regnando Arioaldo , che morto essendo Cipriano intorno alP 
anno 629. fu eletto Fortunato Patriarca di Grado , tenuto buon Catto- 
lico , ma occultamente Scismatico, Non potendo egli lungamente il suo 
errore dissimulare si fece scorgere , e perciò i Vescovi dell' Istria e del- 
la Venezia uniti alla Chiesa Romana scrissero a Papa Onorio contra di 
lui , ond' egli temendo che l' Esarca di Ravenna , il quale secondava a 
quel tempo le pie intenzioni del suddetto Pontefice , non mandasse per 
avventura gente armata in quell' Isola ad arrestarlo , dopo avere spo- 

" N . 636 gliata la sua cattedrale de' sacri preziosi arredi passò nelP Istria , ed ivi 
ancora saccheggiò varie chiese e spedali , e fatto dì ogni cosa fardello 
fuggì a Cormons castello del Friuli sotto il dominio de' Longobardi . 
Onorio -avvertilo delle cose accadute elesse Patriarca di Grado Primige- 
nio Suddiacono e Regionario della Chiesa Romana , decorandolo del pal- 
lio arcivescovile . Il nuovo eletto fece caldissime istanze al Re Longo- 
bardo , perchè le cose tolte gli fossero restituite, ma nulla potè otte- 
nere , oonciossiachè non passava buona intelligenza tra lui e Trasonc 
Duca del Friuli , nel cui stato lo scismatico Patriarca s' era rifuggito . 
Ricorse allora Primigenio al piissimo Imperatore Eraclio , il quale non 
volendo rompere la pace co' Longobardi , quantunque avesse terminalo 
con gloriose vittorie la guerra Persiana, gli mandò tanto oro ed argen- 
to , che di mollo sorpassava il valore de' tesori alla sua Chiesa rapiti : 
e da questo l'atto, non so con quanta ragione, alcuni inferiscono , die 
quell'Isola dipendesse dall'Imperio Orientale . Ebbe fine in questo tem- 
po 



DI V A D O V A . 89 

pò il deplorabile scisma, che durato avea sertanf anni, e fu paragona AN . 636 
to negli scritti di quella età alla cattività Babilonica; e lo ebbe princi- 
palmente per opera di Papa Onorio , di che gli danno gran lode alcu- 
ni antichi Epigrammi . 

Poco visse Arioaldo nel regno , essendo venuto a morte nelP anno 
636 . La nazione Longobarda fece a Gondeberga vedova di lui quel 
medesimo onore che fatto aveva a Teodolinda sua madre , cioè le per- 
mise che sceglksse a marito colui , che le fosse meglio piaciuto , e que- an. 64» 
gli sarebbe Re . Cadde la scelta di lei sopra di Rotori Duca di Brescia f 
ma se n' ebbe assai presto a pentire # poiché ingrato alla sua benefat- 
trice la tenne per lungo tempo quasi prigioniera in una stanza del suo 
regale palazzo , Del resto questo Principe insieme con molti vizj ebbe 
grandi virtù ; immerso ne 5 piaceli non lasciò d' essere valoroso guerrie-* 
ro , e saggio politico . Vedendo egli dopo la morie di Eraclio avvenu- 
ta nell'anno 641. l'Imperio d'Oriente in preda a funestissime rivolu- 
zioni , e Isacco Esarca -di Ravenna screditato ed avuto in odio , ruppe 
la tregua co' Greci , distrusse la loro armata presso il Panaro , e tolse 
loro Genova , Albenga , Savona , e altre città della Liguria , e nelle no- 
stre parti Opitergio , nella quale occasione fi S. Vescovo Magno , co- 
me racconta il Dandolo, passò, ad Eraclea, piccola città situata sui 
margine della laguna . 

Rotori era seguace dell' Arianismo , e durante il suo regno v' ebbe- 
ro in ogni città episcopale due Vescovi, uno cattolico, e l'altro Aria- 
no , che in diverse Chiese esercitavano il loro ufficio . Non mancano 
però gravi autori, i quali sono d'avviso, che molto prima ciò sia suc- 
ceduto in Italia , allora quando cioè il maggior numero de' Longobar- 
di era macchiato o'egli errori di Ario . E veramente egli pare che que- 
sta opinione resti confermata da ciò che scrive S, Gregorio M. ne' suoi 
Dialoghi , i quali , come dotti Critici osservano , furono composti nel 
5g4 . Ma comunque stato sia , due cose sono da notarsi , che Rotori 
lasciò a' Cattolici il libero esercizio della loro religione , né per motivo 
del culto alcuna persona inquietò, e che i Vescovi Ariani non occu- 
parono le Chiese Cattedrali , contenti di qualche altra Chiesa minore . 
Erano le Chiese Cattedrali a quel tempo situate fuori della città , e ciò 
anche della nostra dee dirsi , se si consideri che il presente sito , dove 
essa è posta , assai tardi cominciò ad essere abitato , poiché Padova a' 
vecchi tempi stava più verso Oriente , dove vestigj di grandiose fabbri- 
che ancora si trovano . In questa Chiesa maggiore ufficiava il Vescovo 
col suo Clero Cattolico , mentre in un' altra presiedeva ai seguaci della 
sua setta il Vescovo Ariano , Se non fossero perite le nostre più vec- 
chie memorie , forse noi potremmo sapere qual essa fosse ; ma se in 
tanta oscurità di cose è lecito far uso di conghietture , io inclino a cre- 
dere che sia stata la Chiesa di S. Sofia posta quasi nel mezzo dell' an- 
tica città , e rifabbricata di poi sul principio del dodicesimo secolo ; e 
che forse quindi , oltre gli Atti di S. Prosdocimo , che in questo punto 
M non 



gO ANNALI BELILA CITTA 

"~ANr*4t~non si meritano alcuna fede , sia nata la popolare credenza , che quel- 
la sia stata V antichissima Cattedrale . Ma lasciando le conghietture , è 
certo che al tempo di Rotari vivevano in pace nella nostra Città due 
Vescovi , uno Ariano , e V altro Cattolico , ne più né meno che ora vi- 
vono in qualche luogo un Latino ed un Greco : e perciò non è veri- 
simile che il Vescovo Padovano per non comunicare cogli Ariani ab- 
bia abbandonato la nostra Città, e trasportata a Malamocco la Sede Ve- 
scovile , come per alcuni si dice, su di che non mi fermerò ,. avendo- 
an. 643 ne ampiamente parlato altrove (a) . Aggiungerò solamente a maggior 
prova delle cose (Jette in quel luogo , che di tre nostri Vescovi , i qua- 
li vissero in questa età , due certamente furono sepolti in Padova , Tri- 
cidio nel Duomo, come abbiamo detto , e Vitale presso S.Giustina, 
il di cui sepolcro fu veduto dall' Ongarello nell'anno 14.10. prima che 
fosse demolito per fabbricare il luogo della Confraternita del Nome di 
Gesù, onde è ragionevole il credere , che JBergualdo ancora, il quale 
sedette tra 1' uno e 1' altro , qui sia morto e seppellito , benché più non 
esista , colpa di tante nostre sovversioni e distruggimenti , alcuna me- 
moria di lui . 

Il regno di Rotari , più che per le vittorie di lui , è memorabile 

1 per la pubblicazione delle leggi Longobardiche . Questa illiterata nazio- 

ne non aveva le leggi scritte , e né meno altra storia , che quella , la 
quale per tradizione passava di bocca in bocca . Il solo gius conosciu- 
to in Italia era quello di Giustiniano , la qual cosa al politico Rotari 
non piaceva, parendo a lui che gì' Imperadori d'Oriente signoreggias- 
sero in certo modo i suoi stati colle loro leggi . Si aggiunga che ne' 
dieci anni del turbolento governo de' Conti gravi disordini avevano get- 
tate così profonde radici, che né militari, né Agilulfo , saggi Prin- 
cipi , poterono del tutto stirparli . Egli pertanto volendo poni rimedio 
nell' ottavo anno del suo regno convocò in Pavia i principali della na- 
zione Nobili e Magistrati , non si sa se anche il Clero ed il Terzo Sta- 
to , e in quella piena adunanza si proposero ed esaminarono tutti gli 
articoli maturamente , e si stabilì tutto ciò che parve più conforme alla 
giustizia e alla pubblica utilità . Il dì 22. di novembre del 640. pro- 
mulgò un corpo di leggi chiamato Editto , al quale in processo di tem- 
po il Re Grimoaldo ne aggiunse dell' altre molte , e tutte insieme fu- 
rono di poi raccolte ed esaminate novellamente dal Re Liutprando , il 
quale supplì con nuovi provvedimenti a ciò che per avviso della nazio- 
ne in quella collezione mancava . Questo è il Codice Longobardo , che 
per molti secoli si mantenne in Italia , e servì di norma alla civil di- 
sciplina anche sotto la dominazione de' Franchi , che con nuovi statuti 
lo accrebbero ; codice eh' ebbe anch' esso i suoi glosalori e commenta- 
tori , 



(a) Saggi dell' Acc. di Pad. Tom.}. P.z. 



DI PADOVA* 91 

tori , e da cui ci venne il gius feudale eh' è in uso presso di tutte le AN . 643 
nazioni d' Europa , non che molti riti e costumanze che si leggono 
negli antichi Statuti delie Italiane città. I vocaboli barbari, co' quali è 
dettato , punto non iscemano il merito delle saggie ordinazioni in quel- 
lo contenute , che a ragione da dotti uomini sono lodate in quella par- 
te almeno che alle civili materie appartiene , e dimostrano che basta la 
naturale cognizion delle cose senza tanta scienza a fare de' buoni le- 
gislatori : poiché quanto alle leggi criminali vi si trovano delle barbari- 
che usanze conformi al genio di quella feroce nazione, che a comune 
disavventura anche da' posteri furono per ignoranza adottate. 

Pubblicate le leggi il Re obbligò i suoi sudditi ad osservarle , e ne 
esentò le sole genti Italiche , alle quali permise di vivere secondo la lèg- 
ge Romana ; e ciò fece con finissimo accorgimento . Primieramente co- 
tale concessione valeva a tener queti e tranquilli gl'Italiani, che attac- 
cati alle antiche pratiche a malincorpo si sarebbero assoggettati a stra- 
veri editti ; di poi questo indulto potea richiamare in Italia quelle fa- 
miglie , che fuori di essa si erano rifuggite . Ai Cherici concedette che 
per onore del Sacerdozio potessero professare la legge Romana , e alle 
donne quella del marito : né era lecito , almeno nelle prime età , chec- 
ché sia stato scritto in contrario , di abbandonare la propria legge per 
seguirne un' altra , salvochè in alcuni casi particolari . In progresso di 
tempo essendo discese d' oltremonti altre nazioni a por sede in Italia, 
nuove leggi cominciarono aver corso tra noi , la Salica , t Alemanni- 
ca, l la Ripuaria ec. le due però Longobarda e Romana prevalsero. Que- 
sta ebbe sempre vigore , né si dee credere che almeno in queste con- 
trade fosse perduto il Codice di Giustiniano , poiché ho veduto alcu- 
ne scritture anteriori al creduto scoprimento delle Pandette in Amalfi, 
nelle quali grande uso vien fatto delle leggi Romane . La Longobar- 
dica poi durò lungamente , e ne trovai fatta menzione in alcune carte 
del Secolo XIV. e XV. spezialmente rogate da notai Bergamaschi, 
nella qual Città solamente nel 1451. con decreto di quel Comune il 
gius Longobardico fu solennemente abolito . Per ciascheduna di queste 
Leggi v' ebbero i propri Giudici in esse periti , che rendevano ragione , 
e senza tante forensi cavillazoni diihnivano le nascenti controversie , e 
nelle stipulazioni de' contratti esigevasi che i testimonj fossero, quanto 
era possibile , della nazione medesima de' contraenti . Oltracciò i notai 
dovevano registrare ne' loro rogiti la legge professata dalle persone, ciò 
che vale a conoscere ■ 1' origine delle antiche famiglie, se da' Longobar- 
di , o da' Romani , o da altre genti sieno derivate . Presso di noi le 
più' nobili e Vetuste case , quasi tutte ora spente , come potei osserva- 
re , discendevano da' Longobardi . E in vero non è da Vergognarsi di 
avere avuto originamento da quella nazione, presso cui era tanto in 
pregio la nobiltà : è da vergognarsi piuttosto di volere spacciare per ve- 
re e certe fallaci e sognate genealogie , che ascendono sino ai tempi 
favolosi ed oscuri. Furono i Longobardi un popolo libero e valoroso, 

che 



92 ANNALI DELLA CITTA 



in. ó4j ohe regnò per due secoli con molta gloria in Italia , e diede il suo no- 
me a buona parte di essa ; caduto poi sotto la dominazione de' Fran- 
chi non perdette il suo lustro, poiché essi furono ammessi a tutti gli 
onori dello Stato da Carlo M. , che Re de' Longobardi intitolare si 
volle . La nostra Venezia , dove da prima vennero , fu quella provin- 
cia , dove posero piede , e stabile soggiorno i più nobili e potenti tra 
essi, forse allettati dall' amenità delle sue ridenti campagne; perciò non 
è maraviglia se le nostre più antiche schiatte professarono la legge Lon- 
gobarda , non dubbio indizio della loro origine . Al contrario assai po- 
che sono quelle, che professavano la legge Romana, né altrimenti po- 
teva essere . Imperciocché le nobili famiglie di quella nazione erano in 
gran parte perite o nel tempo della lunga guerra Gotica , o per la cru- 
deltà di Clefone , e de' Duchi a lui succeduti , o per la pestilenza che- 
fece più Rate d' ogni generazione infinita mortalità , o erano per istra- 
ni accidenti scadute , e a grande miseria condotte , o rifuggite ne' lidi 
e nelF isole della Laguna , dove è notabile che conservarono i loro co- 
gnomi , o le prime in Italia gli riassunsero . 

Dopo le cose sopra narrate fino che Rotari visse non ci fu alcun tu- 
multo di guerra nelle nostre contrade , conservando egli la tregua se- 
gnata co' Greci , e tenendo lontane da' suoi stati o col maneggio , o 
colla fama del suo valore le armi de' barbari settentrionali sempre as- 
piranti ad invader l' Italia . Ma può dubitarsi che 1' eresia de' Monote- 
isti , i quali non ammettevano in Cristo che una sola volontà, ed una 
sola operazione , abbia turbato la pace delle nostre Chiese y avendosi non 
leggieri indizj che queli' errore abbia tentato d' intrudersi nella Verone- 
se . E certo che l'Imperadore Eraclio sedotto da Sergio Patriarca di 
Costantinopoli con gran calore lo difendeva , come apparisce dall' Ecte- 
si , ossia esposizione di Fede da lui pubblicata . Ma Papa Martino elet- 
to nel 649. in luogo di Teodoro volendo ovviare al nascente male ten- 
ne in Roma un Concilio di molti Vescovi di Occidente , al quale in- 
tervenne Massimo Patriarca di Grado co' suoi SufFraganei , e vi fu con- 

i». 649 dannata l' eresia do' Monoteliti insieme coll'Ectesi di Eraclio già mor- 
to, e il Tipo di Costante, ossia Costantino nipote e successore di lui. 
A ciò bene intendere conviene notare 7 che 1' Imperadore Eraclio ave- 
va lasciato di vivere nelP anno 641 , e per suo volere gli succedettero 
Eraclio detto Costantino a lui nato d' Eudocia augusta sua prima mo- 
glie , ed Eracleona eh' ebbe da Martina sua seconda consorte . Ma il 
primo ben presto morì avvelenato , come allor fu creduto , per ordine 
della matrigna , affinchè solo Eracleona regnasse . Di che indegnato il 
popolo di Costantinopoli si mosse a rumore , e obbligò il suddetto a 
dichiarare Augusto Costante figliuolo di suo fratello ; né andò lungo 
tempo che novellamente irritato cacciò Eracleona e la Madre in esilio , 
dopo ch r ebbe a quello taglialo il naso , a questa la lingua , onde il gio- 
vane Costante rimase solo sul trono. Ora questi ad istigazione di Pao- 
lo succeditore di Pirro nella Sede Costantinopolitana , sotto colore di 

quo- 



DI JP A D O r A '.. q3 

quetare le discordie nate nella Chiesa, pubblicò il suo Tipo, nei qua- TsTT^f 
le ordinò sotto gravi pene, che a nessuno fosse lecito di dispulare se 
una o due volontà fossero in Gesù Cristo ; e questo è il decreto che 
condannò Papa Martino . La prigionia , gli schernf , e gli strazj , che 
per tale condanna dovette soffrire il S". Pontefice , gli meritarono la co- 
rona di Martire . Fosse piaciuto a Dio che sì crudele esempio non ve- 
dessimo a' nostri dì rinovato ! Parrà incredibile a chi legge , e pure è 
verissimo, che gì' Jmperadori d'Oriente, mentre gli Arabi usciti dalle 
loro infeconde sabbie , e abbracciati i fafsi dògmi dell' impostore Mao- AN , 652, 
metto, toglievano ad essi la Palestina, la Siria, e l'Egitto , invece di 
opporsi con valide e robuste forze a quegP invasori, impiegavano le lo- 
ro maggiori cure nelle dispute di religione . Ma tale era f indole del- 
la Greca nazione , come sopra abbiamo veduto . Non si legge che al 
citato Concilio Romano il Vescovo di Padova sia intervenuto , imper- 
ciocché fu dimostrato da dotti uomini , che quel Paolo ,, il quale nelle 
sottoscrizioni si dice nostro Vescovo , tale certamente non era . 

Neil' anno 65s. succedette la morte di Rotari , che sebbene Ariano 
fu seppellito presso la Basilica di S. Giovanbatista in Monza, ed ebbe 
a successore Garibaldo suo figlio , il quale dopo sei mesi per la sua 
incontinenza fu trucidato . Passò allora la corona de' Longobardi sopra 
il capo- di ^4riberto Duca di Asti , di nazione Bavarese , figliuolo di 
un fratello dell' ottima regina Teodelinda , e morto lui appresso nove 
anni divisero il reame tra loro Bertarido e Godeberto suoi figliuoli 
secondo la testamentaria disposizione del padre , seme pessimo di tur- 
bolenze e di guerre . Uno di essi pose la sua sede in Pavia , e V al- 
tro m Milano , e noi , secondo che si racconta , fummo sudditi di Ber- 
tando . Ma entrata ben presto la discordia tra' due novelli Re , ven- 
nero all' armi , e Godeberto , che si credeva men forte e bisognoso dì 
aiuto ebbe ricorso a Grinoaldo potente Duca di Benevento , il quale 
venuto con grossa oste a Pavia traditorescamente lo uccise , e costrinse 
1' altro fratello ad abbandonare Milano , e ricoverarsi oltremonti . Ri- 
maso solo padrone della Lombardia fu proclamato Re , e appresso no- 
ve anni mori : principe gagliardo di corpo , di gran cuore , di somma 
accortezza, e di non minore ambizione, degno della corona se non l' a- 
vesse acquistata con un esecrabil delitto. Lasciò erede del regno il gio- 
vane Garibaldo suo figlio , che lo godette per breve tempo , poiché 
Bertarido tornato dal suo esilio in Italia col favore de' Longobardi lo 
depose dal trono , sopra il quale ei di nuovo salì . Era Bertarido ze- 
lante Cattolico, osservatore della giustizia, soccorritore de' poveri, mi- 
sericordioso e benigno ; non alterezza in lui , non fasto da Re , non 
odio , non maligno spirito di vendetta ; e per le passate sue disavven- 
ture aveva ancor migliorato . Regnò lungamente pacifico , sempre ama- 
to da' suoi , e di loro consenso dichiarò suo collega Cuniberto suo fi- 
glio , che gli succedette . 

Correva 1' anno decimo in circa del regno di Bertarido che insieme 

col 



94 ANNALI DELLA' CITTA 

ln. d5* col figliuolo governava amorosamente i suoi popoli, quando Alachiso 
Duca di Trento montato in superbia per una vittoria ottenuta contra 
de' Bavaresi osò cozzare col suo medesimo Re. Si fortificò in Trento , 
dove assediato ruppe in una sortita le genti di JBertarido : e allora a 
petizione del buon Cuniberto , che lo amava pel suo valore , non so- 
lamente ottenne il perdono dal padre , ma anche il Ducato di Brescia ; 
benché ciò a malincuore abbia fatto il buon Vecchio , siccome quegli 



an. 68? che ben addentro conoscendo lo spirito inquieto e torbido di alachiso 
temeva del male che ne sarebbe avvenuto . Né s' ingannò ne' suoi pre- 
sagì 1' esperto Re . Imperciocché morto lui nel 687. secondo la più 
certa opinione , il perfido e spergiuro Alachiso usurpò il trono , trat- 
tò crudelmente il Clero , e costrinse le nostre città a dichiararsi per 
lui ; ma dopo varie vicende finalmente in una battaglia campale , che 
ad entrambe le parti costò gran sangue , trafitto da più colpi perdette 
la vita , e il male occupato soglio . Procelloso fu il regno di Cuniber- 
to quanto queto e tranquillo era stato quello del padre , dappoiché Io 
ricuperò . Sotto di lui si Ribellò un altro Longobardo chiamato Ans- 
frido , uomo fiero di mano e di lingua, il quale dopo di essersi insi- 
gnorito del Ducato Friulano passò armato per le nostre contrade , sfor- 
zando tutti a seguirlo , e vi passò a intendimento di occupare Vero- 
na , e accrescere le forze del suo partito coli' acquisto di quella impor- 
tante città . Il disegno gli andò fallito ; invece fu preso e condotto a 
Pavia , dove essendogli tratti gli occhi fu condannato ad un esilio per- 
petuo . 

Tutti i regni del mondo hanno le loro vicende , come le altre uma- 
ne cose, né alcuno se ne troverà nella storia o antica o moderna, che 
dal sangue delle guerre civili non sia stato tinto e bruttato. Ciò ac- 
cadde anche al regno de' Longobardi , come , oltre ciò che s' è detto , 
si vedrà meglio dalle cose che ora dirò . Morì 1' ottimo Re Cuniber- 
to nell' anno settecento dell' era volgare , e lasciò erede della Corona il 
giovinetto Liutberto suo figliuolo sotto la tutela di Ansprando uomo 
prudente , e di grandissima riputazione . Raginberto figlio di Codi- 
berto ucciso da Grimoaldo , come sopra dicemmo , tornato in Italia 
era stato creato Duca di Torino da Bertarido suo zio . Vivente Cu- 
niberto egli si slette cheto , o perchè sapesse lui essere grandemente ama- 
to da' Longobardi per le premiabili sue qualità, o perchè la sua ambi- 
zione fosse tenuta in freno dalla gratitudine. IVJa morto lui levossi la 
maschera , e secondato da alcuni Duchi in un latto d' armi favorevole 
a' suoi disegni spogliò il Re pupillo del regno, e lo costrinse a sal- 
varsi colla fuga insieme col suo tutore . Non passò un anno intero , 
ch'egli morendo ebbe a successore Ariberto IL suo figlio; e in que- 
sto mezzo il giovanetto Luitbcrlo sludiando in un col suo aio di ri- 
cuperare il reame paterno andò con un buon corpo di truppe sino a 
Pavia ; ma quivi ebbe la sorte nemica , e perduta una battaglia emide 
nelle mani dell' emolo , che lo fece inumanamente morire , benché fos- 
se 



DI PADOVA. g5 

se suo stretto parente . udnsprando ebbe di tarilo la fortuna propizia , AN . 6 g 7 
che potò mettersi in salvo ; la moglie però , e i suoi figli furono in 
barbare guise straziati per comando del crudele .Ariberto ; tranne Liut- 
pronao il minore de' figliuoli , a cui era riserbato dal cielo lo scettro 
de' Longobardi . E come ciò fosse brevemente dirò . Andato udns- 
prando in Alemagna colf aiuto de' Bavaresi raccolse una grossa arma- 
ta, e calato con essa in Italia si scontrò con udriberto : fiera fu la bat- 
taglia , e con grande uccisione di una parte e dell' altra , ma dubbiosa 
pendette . I Longobardi però discontenti del loro Re erano per rivol- 
tarsi contra di lui , di che egli avvedutosi , mentre fuggiva in Francia 
col regio tesoro , sgraziatamente si affogò nel Ticino . Essendo vuoto 
il trono la nazione scelse sAnsprando a suo Re , assai meritevole di 
tanto onore ; se non che dopo tre soli mesi di regno immatura mor- 
te lo colse , e in luogo di lui fu gridato il figliuolo suo Liutprando . 

Ho dovuto toccare leggiermente questi fatti , perchè i Re Longobar- 
di erano nostri Sovrani ; nò mi sono perciò discostato dalla nostra Sto- 
ria , avendo noi ne' loro casi avuto di necessità qualche parte , benché 
per la scarsità degli storici, che scrissero di questi tempi, poco o nul- 
la di particolare alla nostra memoria sia giunto. Seguiremo pertanto a 
dire brevemente degli altri Re , che signoreggiarono questa parte d' Ita- 
lia , dove noi siamo , e primamente di Liutprando . Questi è stato il 
più glorioso Principe di quella nazione . Saggio e prudente , di pron- 
to ed acuto ingegno , benché nescio di lettere col suo buon naturale 
uguagliava il giusto e retto discernimento degli stessi filosofi . Amava la 
pace , e negli affari dello stato preferiva i maneggi e le pratiche alla for- 
za dell' armi ; ma se d' uopo è stato fece comprendere quanto ei fosse 
d' animo vigoroso ed attivo , quanto prode della persona . In lui si vi- 
de castità senza esempio , liberalità senza pari , bontà e clemenza più 
che ordinaria . Egli mantenne nel suo popolo 1' abbondanza , e il pa- 
cifico vivere ; provvide alla pubblica sicurezza ; e promulgò nuove leg- 
gi in varie epoche del suo regno approvate nella Dieta generale della 
nazione . Restavano ancora tra' suoi Longobardi alcune reliquie dell' an- 
tica superstizione pagana , ed egli zelatore della cattolica religione le di- 
vietò sotto gravissime pene, volendo estirpare quelle prave consuetudi- 
ni inveterate , e raffrenò, quanto fu possibile, il pazzo uso de' duelli, 
dietro il quale andavano perduti i popoli settentrionali . Alcune delle 
sue leggi hanno servito di norma a quelle che sono oggi in vigore, ed 
altre non meno saggie che utili alla disciplina esteriore della Chiesa ap- 
partengono . Quindi si dee conchiudere che sotto di un tal regnatore 
i nostri saranno stati felici . 

Tra le altre cose degne di memoria , che fece Liutprando , si dee 
toccare 1' accordo da lui fatto co' marittimi Veneti . Questo popolo for- 
mato , e a poco a poco cresciuto co' fuggiaschi delle città della conter- 
mina terraferma, era lungamente vissuto contento sotto il governo de' 
Tribuni marittimi , che ciascuna delle maggiori Isole si eleggeva , ben- 
ché 



$6 ANNALI DELLA CITTA 

an. 687 che per la oscurila de' tempi nulla si sappia della loro durata , né del 
modo della loro elezione , né della parte che forse vi aveva la Corte 
di Costantinopoli col mezzo del suo Esarca in Italia . Ma fatti gì' Iso- 

an. 700 lani più numerosi , e più opulenti traiEcalori , scorrendo i mari co' lo- 
ro navigli , e per contrario scaduti essendo i Greci Augusti per 1' ester- 
ne guerre , che impiccolirono il loro dominio , e per le interne suc- 
cessive rivoluzioni , onde d' uno in altro capo trasportavasi la corona 
imperiale ; a meglio difendersi da' continui pericoli a lor soprastanti per 
F odio de* barbari , che circondavano le lagune , e a togliere le discor- 
die , che non di raro per emulazione tra i Tribuni insorgevano , uni- 
tamente deliberarono di scegliersi un capo , che con autorità tutte le 
isole governasse , e lui Duca , o secondo la molle loro pronuncia , 
Dose chiamarono . Non è senza controversia 1' anno di tele elezione ; 
ma è ben certo che congregatasi la nazione in Eraclea con Cristofo- 
ro Patriarca di Grado , e col Clero , di cui grande a que' tempi era 
l'autorità, scelse a tal grado Paulicione, o Paolo ALnafesto di nobi- 
lissima origine abitante in quella città . 

Ora Paulicione prudente uomo trattò con Luitprando , ed ottenne 
che fossero posti i confini tra il Ducato Veneto , ed il Regno Italico . 
Questi furono stabiliti e distinti con fossi e canali , principalmente ver- 
so Eraclea sede del Doge , la qual città , anzi che all' Estuario , appar- 
teneva alla Terraferma , poiché cinque miglia era discosta dal mare : e 
tali confini si vedono ricordati ne' patti posteriori coi Sovrani d' Italia . 
Non si legge in veruna Cronaca , che allora sieno stati segnati verso la 
Brenta , 1' Adige , e il Po , allo sbocco de' quali fiumi qualche luogo 
possedevano gì' Isolani ; e il trovarsi nell' età posteriori , che i nostri eb- 
bero di molte brighe con quei di Chioggia , ci fa credere, che <o i li- 
miti non furono in quella occasione fissali ., o che mutatosi il corso 
della Brenta , e cambiatasi la superficie de' luoghi , ciò diede occasione 
a querele e contrasti tra' due popoli confinanti . Fu stabilito oltracciò 
quali esenzioni ed immunità goder dovessero i trafficatoli Veneziani , 
che portavano le loro mercatanzie alle terre del Begno Italico . Già si- 
no da quel tempo avevano cominciato non pure a navigare que' fiumi, 
che mettevano foce nella laguna , ma a scorrere co' loro navigli 1' am- 
pio mare mediterraneo, approdando a Costantinopoli , e alle coste d'E- 
gitto , donde trasportavano i frutti dell' Asiatica industria e i prodotti 
dell' Indie . Utile a 9 Padovani dovette essere questo trattato , poiché in 
vigore di esso col mezzo della nostra Brenta liberamente potevano a' 
Veneti somministrare legna e grani , de' quali molto abbisognavano , e 
permutarli con altri generi o necessarj , o piacevoli . Il commercio sino 
dall'età de' Romani non era ignoto ai nostri, di che coli' autorità di 
S trabone in altro luogo s' è detto . 

Abbiamo intorno a questi tempi la memoria di un nostro Padovano 
chiamato Antonio , od Antonino , che dalla condizione di Monaco 
passò ad essere Patriarca di Grado. Egli vestì la cocolla monastica nel 

Mo- 



DI PADOVA* 97 

Monastero della Santissima Trinità , o di S. Michele di Brondolo , luo- AM . 73l 
go che nelle vecchie carte è detto JBrintalis dalla Brinta , o Brenta , 
che colà presso si scaricava nell' acque salse ; al qual Monistero o per 
motivo di religione , o per acquistare dottrina nell' età posteriori i no- 
bili nostri giovani si trasferivano . Questo Cenobio dalla pietà de' fede- 
li arricchito di grosse rendite dalle mani de' Benedettini passò a quelle 
de' Cisterciensi , e al tempo della guerra di Ghioggia fu demolito . II 
nostro Antonio eletto Abbate per la sua pietà fu innalzato alla Sede 
Patriarcale di Grado , che nel 732. vivente Liutprando intervenne co* 
suoi Suffragane! al Concilio congregato in Roma da Gregorio III. con- 
tra l' errore degl' Iconoclasti sostenuto con forza dall' Imperatore Leone 
Isauro , e primo fra tutti i Vescovi dell' Occidente si sottoscrisse . Era 
uomo di retta fede , come dice la storia , e seppe guardare e difende- 
re la sua greggia dalle pestilenti dottrine , che infettavano qualche parte 
d' Italia , e venuto a morte dopo quasi ventitré anni di patriarcato la- 
sciò erede la sua Chiesa . 

E poiché dell' eresia degl' Iconomachi s' è fatta menzione , è da sa- 
pere che Leone Augusto pei mali consigli d'un perfido rinnegato , che 
aveva abbracciato la setta Maomettana , pubblicò un Editto , in cut or- 
dinava , che si togliessero dalle Chiese le Imagini de' Santi m tutte le 
Terre del suo Dominio , chiamando idolatrico il culto , coi quale dai 
Fedeli erano venerate . Non può in vero negarsi , che tra l' ignorante 
popolo non si fossero introdotti de' gravi abusi su tal proposito , ma né 
questi dovevano fare , che fossero abolite le sacre imagini , la di cui 
venerazione , quando sia ben regolata , non solamente è lecita , ma uti- 
le ancora alla plebe Cristiana ; né egli senza ascoltare il parere de' Ve- 
scovi , a' quali soli è raccomandato il deposito della Fede , ciò poteva 
ordinare . Alla notizia dell' empio divieto gran commozione levossi ne* 
popoli sudditi di Leone in Italia ed in Grecia , mormoreggiando tutti 
di lui , come di un eretico , e maomettano ; e tanto più che fu credu- 
to universalmente , eh' egli detestasse insieme colle Imagini anche le Re- 
liquie, e negasse la intercessione de' Santi. Tanto furono esasperati gli 
animi degl' Italiani da tali inique massime del loro Sovrano , che , se il 
piissimo Papa Gregorio II. non lo avesse prudentemente impedito , era- 
no disposti ad eleggere un nuovo Imperadore invece di lui . Non è del 
mio assunto narrare le persecuzioni e gli strazj , che dalla crudeltà ài 
Leone, e di Costantino Copiammo suo figliuolo soffersero i Cattoli- 
ci , spezialmente in Oriente f per difendere le verità della Chiesa ; né 
dire qual parte prendesse in questo affare il nostro Re Liutprando , 
dopo esserne stato per alcuni anni spettatore indolente . Dirò solo es- 
sere credibile , che a questi tempi si debba riferire la traslazione delle 
Reliquie di S. Luca e di S. Mattia da Costantinopoli alla nostra Chie- 
sa di S, Giustina , e di quella miracolosa Imagine di Nostra Donna , 
che da molti secoli colà si venera . So che vecchie Leggende , non pe- 
rò anteriori al secolo XIV» , raccontano , che ciò sia succeduto regnan- 
N do 



98 ANNALI DELLA CITTA 

"^"Tdo Giuliano V apostata , ma tale racconto è contraddetto da testimo- 
nianze incontrovertibili di autorevoli antichi scrittori . 

Potrebbe ora chiedermi alcuno se a tale stagione fosse annesso alla 
Chiesa di S. Giustina un Convento di Monaci , ed io rispondo fran- 
camente che sì . Credette il Ch. Muratori , che questo celebre moni- 
stero abbia avuto principio molto dopo la distruzione del Longobardi- 
co Regno , ma egli o non vide , o non esaminò diligentemente le car- 
te di quell' archivio . In esso trovasi un' antica memoria di un livello che 
fece Flavio Ildebrando eccellentissimo Re coi beni di S. Giustina . Era 
questi nipote di Liutprando , e nella occasione , in cui questo Re fu 
sorpreso da una mortale malattia , per la quale si credette che di ne- 
cessità dovesse morire , la nazione lo elesse in luogo dell' avolo . Si ri- 
ebbe Liutprando , e quantunque gli dispiacesse ciò che fatto avevano 
i suoi Longobardi , nondimeno come saggio e prudente accettò per suo 
collega il nipote , e otto anni ancora regnò insieme con esso . Ma sul 
finire dell' anno 743. egli venne a morte , e gli succedette il nipote , 
che soli sette mesi tenne lo scettro , poiché avendosi per la sua inetti- 
tudine , e per malvagie azioni tirato addosso il disprezzo e 1' odio co- 
mune , fu deposto dalla nazione . Pertanto ne' primi mesi del 744. si 
dee credere fatto il livello co' Monaci di S. Giustina , il quale secon- 
do il costume di que' tempi di due maniere potette essere . Impercioc- 



an. 744 che o Ildebrando si tolse i beni donati da altri a S. Giustina , obbli- 
gandosi di pagare un' annua pensione a quel Monistero , o egli donò 
de' fondi suoi proprj a que' Monaci , e con altra carta se gli ritenne 
a titolo di livello pagando un lieve censo ai suddetti. Comunque però 
sia stato non v' ha dubbio che alla metà del secolo Vili, era piantato 
il Monistero di S. Giustina, e la sua fondazione, la quale è involta 
nella caligine de' secoli , non dovette essere così recente , e ciò torna a 
molta gloria di questa Città : poiché la miglior parte de' più antichi mo- 
nisterj che esistono in questa parte d' Italia , si riconoscono fondati o 
negli estremi tempi de' Longobardi , o sotto la dominazione de' Fran- 
chi , o de' Germanici Imperatori . Non ci sia pertanto chi dica più es- 
sere giaciuta la Città nostra per lunghissimo tempo dopo Agilulfo tra 
le ceneri e le rovine , quando , oltre ciò che s' è detto sopra , aveva an- 
cora un nobilissimo Monistero . 

Detronizzato , come testé dicemmo , Ildebrando , scelsero i Longo- 
bardi a loro Pve Rachis Duca del Friuli , Principe dotato di grande 
virtù . Di lui si ha qualche giunta al Codice Longobardo , o piuttosto 
una correzione di quelle leggi , che per le nuove circostanze de' lem- 
pi richiedevano qualche riforma. Esso rinnovò la tregua co' Greci, ma 
la ruppe di poi , non senza giusta cagione irritato , come dee credersi , 
atlesa la benigna sua indole , e portò la guerra alle città dipendenti dal 
Greco Imperio . Papa Zaccaria , che per la debolezza de' Greci Au- 

\tt. 749 gusti cominciava a maggioreggiare nel Ducato Romano, né vedeva di 
buon occhio l'ingrandimento de' Longobardi , andato a Perugia con al- 
cuni 



DI P A D O V A . gg 

cimi riguardevoli soggetti ecclesiastici e secolari non solamente ottenne T^Tj^ 
con caldi prieghi , che Rachis levasse 1' assedio di quella città , ma con 
tanta efficacia gli parlò della vanità delle cose terrene , e del dispregio 
del mondo , che quel Re inclinatissimo alla pietà deliberò infiammato 
da religioso entusiasmo di vestire la cocolla monastica ad esempio di 
Carlomanno potente principe in Francia , di Anselmo Duca del Friu- 
li , fondatore della celebre Badia di Nonantola , e di altre cospicue per- 
sone , che di que' giorni avevano abbracciata la vita claustrale . Depose 
egli lo scettro e la porpora , che cinque anni aveva portata , e si riti- 
rò nel Monistero di Montecasino , dove il suddetto Carlomanno sotto 
la direzione dell' Abbate Petrowce , cittadino Bresciano , e ristoratore 
di quell' insigne cenobio si esercitava in opere di pietà . 

Astolfo fratello di Rachis fu dalla nazione surrogato in suo luogo 
nel mese di Luglio del 749. Questi era dissimilissimo a suo fratello 
di costumi , e di vita ; uomo ardimentoso e feroce , d' animo inquieto , 
voglioloso di dilatare il suo dominio , non osservante di promesse , non 
de' suoi detti mantenitore . Vedendo le deboli forze dell' Imperio in Ita- 
lia gli ruppe guerra, prese Ravenna, e le città della Pentapoli , e as- 
sediò la medesima Roma , dove a Papa Zacheria era succeduto Ste- 
jano II. Composte le cose, non si sa come, Astolfo tornò a Pavia , 
dove fu visitato dal Papa , che s' industriò in tutte guise di persuader- 
lo a restituire i paesi occupati , ma non ci fu verso di nulla ottenere, 
quantunque i prieghi di lui fossero avvalorati dalle istanze dell' amba- 
sciatore Imperiale , che gli presentò lettere esortatorie del suo padrone . 
Allora il Papa dopo avere regalato il Re , ottenutane a grande stento 
licenza , partissi di là , e andò in Francia a trovare Pipino . Egli di 
Maggiordomo della Corona , nelle cui mani stava la somma di tutto il 
potere , divenuto Re di quell' ampio Regno , aveva indotto , o costret- 
to Childerico unico avanzo della schiatta reale di Clodoveo a chiudersi 
in un monistero ; nel qual cambiamento sotto colore di pubblica utilità 
ebbe gran parte Papa Zacheria , il quale colla sua rispettabile autorità 
ha molto contribuito all' innalzamento di Pipino , concordandosi a di 
lui favore i voti della nazione . __„ 

Giunto il Papa in Francia , e accolto con grande solennità vi unse a». 754 
Pipino Re insieme colla Regina , e co' figli , il quale si obbligò per 
gratitudine di assisterlo con tutte le forze del regno . Perciò , dappoi- 
ché i maneggi di lui per indurre Astolfo alla desiderata restituzione 
erano tornati vani , radunati gli Stati si dispose a volerla ottenere coli' 
armi . Era il mese di settembre dell' anno 754. , quando egli con ag- 
guerrito esercito giunse alle alpi guardate dalle truppe di Astolfo , che 
in un fatto d' armi restarono vinte e disperse , onde il Re Longobardo 
dovette rifuggirsi a Pavia . Racconta il Continuatore di Fredegario scrit- 
tore di que' tempi , che Pipino saccomanno ferocemente quelle contra- 
de , arse ville e borgate , rovinò castella , tesori e begli ornamenti del- 
le città con rapace mano involò . Da ciò e da altre cose per noi so- 
pra 



100 ANNALI DELLA CITTA 

an. 754 pra narrate chiaro si vede qual' era a que' tempi P indole di quel po- 
polo ; quale sia a' dì nostri sgraziatamente lo conobbimo per esperien- 
za . Astolfo chiuso in Pavia vedendo di aver pigliata una impresa che 
avanzava le sue forze , domandò la pace , e P ottenne promettendo di 
restituire il mai tolto . Ma ritornato in Francia Pipino , e il Papa a Ro- 
ma , sotto varie scuse andava differendo P esecuzione del trattato , e in 
questo mezzo faceva massa di genti girando per le città del suo Sta- 
to ; e siccome sappiamo che nel mese di Luglio era nel territorio di 
Bergamo , così è molto probabile , che sia venuto ancora ne' nostri fini 
per ingrossare P esercito . Quando egli si credette forte bastevolmente , 
nelP ultimo mese di quelP anno si avvicinò a Roma , e il primo dì di 

ah. 756 Gennaio del 756. con ogni maniera di macchine vi pose P assedio , 
avendo seco i Longobardi di Spoleti e di Benevento . Il Papa inviò 
spacciatamente i suoi messi a chiedere aiuto a Pipino , ed esso volò 
coli' armata verso P Italia , e fugate come dianzi dai passi dell' alpi le 
genti di Astolfo lo assediò di nuovo in Pavia , dove al primo annun- 
zio delle mosse del Re Franco si era ricoverato . Nuove pratiche di ac- 
cordo ebbero luogo ; Astolfo promise tutto , diede ostaggi , e molto 
oro a Pipino , che ritornò nel suo regno ; ma prima che desse piena 
esecuzione al trattato caduto di cavallo nel mezzo di una caccia dopo 
tre giorni morì , spirando tra le braccia de' Monaci , de' quali y giusta 
P Anonimo Salernitano , era intimo amico . 

Questo Re non lasciò figli maschi della regina sua moglie sorella dell' 
Abate Anselmo , di cui sopra s' è detto . Essendo pertanto vuoto il tro- 
no reale, Rachis forse pentito del suo stato monastico, e mosso dall' 
ambizione di novellamente regnare , confortato ancora , come si dice , 
dal suddetto Abate di Nonantola , corse sollecitamente a Pavia , ed oc- 
cupò il regio palazzo , intitolandosi servo del Signore e Principe de' 
Longobardi . In questo mezzo Desiderio Duca d' Istria aspirava al me- 
desimo Regno , ed era spalleggiato da molti de' principali della nazio- 
ne , tra' quali è credibile che ci fossero i Magnati di queste parti , tal- 
ché pareva che dovesse accendersi il fuoco di una guerra civile , poi- 
ché anche Rachis aveva i suoi partigiani e fautori . Nuovo spettacolo 
sarà stato agli occhi degP Italiani vedere un Monaco dimentico de' suoi 
voti sollevare la Toscana , assoldare genti , guidare eserciti per risalire 
sul Trono, che aveva lascialo. Se non che Desiderio più accorto dì 
lui ebbe ricorso al Papa , il quale amico de' Francesi , e per loro do- 
no- divenuto Principe temporale poteva colla sua autorità dare il tratto 
alla bilancia , e avendogli promesso in iscritto e con suo giuramento la 

AJf# 7J - restituzione di quattro città , che Astolfo si avea ritenute T e di altri 
beni e patrimonj allodiali , lo trasse agevolmente nel suo partito . Al- 
lora il Papa , acconsentendovi Pipino , intimò a Rachis , che tornasse 
al suo chiostro, ciò che fece dopo qualche inutile resistenza, e Desi- 
derio ne' primi giorni di marzo dell' anno 757. fu proclamalo Re nel- 
la Dieta della nazione .. 

Frat- 



DI P A D O V A . TOT 



Frattanto si andava lentamente apparecchiando una nuova rivoluzio- AN . 737 
ne in Italia , la quale non tardò molti anni a succedere . Desiderio si 
dimenticò presto delle sue giurate promesse , pronto a fare accordi del 
pari che a romperli; quindi i lamenti de' Papi, e le loro patetiche istan- 
ze a Pipino , le quali abbiamo nelle lettere del Codice Carolino, che 
molto servono alla storia di questo secolo. A Stefano Papa era suc- 
ceduto Paolo I. di lui fratello, col quale il Re Lombardo , se non del 
tutto , almeno in molte c©se convenne . In tanto venne a morte Pipi- 
no , e lasciò diviso il suo regno tra' due figliuoli , Carlo detto poi Ma- 
gno , e Carlomanno . Ciò accadde nel 768., e due anni appresso nac- 
que discordia tra' due fratelli , come è raro che non avvenga , la qua- 
le fu composta per la- saggezza di B^rta loro madre . Fermata la pa- 
ce al di dentro parve a questa Regina consiglio utilissimo stabilirla an- 
che al di fuori legando insieme i regni de' Franchi e de' Longobardi 
co ? vincoli di vicendevoli parentadi: perciò venne in Italia, e propose 
Gisla sua figliuola ad ^Ldelgiso già associato al regno da Desiderio 
suo- padre , e domandò pe 1 suoi figli le due figliuole del suddetto Re 
Longobardo . 

Fu gratissimo a Desiderio potersi imparentare con due potentissimi A x. 77* 
Re, de' quali soli poteva temere; ma ciò non piaceva al Papa Stefa- 
no III erede delle massime politiche de' suoi precessori * Fa maravi- 
glia il vedere con quali studiate lettere , adoperando tutti i colori retto*- 
rici, procurò di dissuadere i Re Franchi da tali nozze ; e in parte gli 
venne fatto : Carlo però ad esortazione di Berta sua madre sposò De- 
siderata una delle due sorelle . Ma poco appresso la ripudiò , e riman- 
dolla alla casa paterna , né- mai se ne seppe il vero e giusto motivo ; 
ed essendo morto improvvisamente Carlomanno »•, spoglia i due inno- 
centi pupilli degli stati paterni , e tirati avendo al suo partito i magna- 
ti di quel regno , ne prese il possesso . La vedova Gilberga temendo 
della vita de' suoi figliuoli se ne fuggì con essi , e coli' aio loro in Ita- 
lia cercando asilo e ricovero nella Corte del Re Longobardo , che amo- 
rosamente ne prese la protezione . Infatti egli adoperò non pure F ef- 
ficacia delle parole , ma la forza ancora dell' armi , affinchè Papa Adria- 
no successore di Stefano III. ugnesse Regi i due sventurati pupilli. 
Tutto fu vano , e nulla ottenne da lui , roon volendo egli inimicarsi il 
Re Carlo ; e cotale sua sconsigliata premura gli accelerò V estremo suq 
danno e rovina . 

Imperciocché il Re Franco mosso dalle reiterate suppliche di Papa 
r Adriano y avendo prima inutilmente sperimentate le vie del maneggio , 
venne all' alpi d' Italia con poderosissima armata , dove si era attenda- 
to Desiderio per contrastargli il passaggio . E Carlo fu per tornarsene 
quando vide il fiorito esercito de' Longobardi , se non che gli venne 
additata una insolita e non praticata via , per la quale potè spignere in- 
nanzi una parte de' suoi soldati, onde avvenne che temendo Deside*- 
rio di essere assalito alle spalle , abbandonato il campo , si ritirò pre- 

cipi- 



102 ANNALI BELLA CITTA* 

Att, 77Z cipit osamente a Pavia. Né qui c'intervenne un miracoloso terrore, che 
lo costrinse a fuggire , come per alcuni si spaccia ; poiché oltre il ti- 
more di essere accerchiato da' nemici senza ricorrrere ai prodigj del cie- 
lo , un' altra non lieve cagione si puote assegnare^ della sua fuga , e que- 
sta fu la ribellione della sua medesima armata . È certo che tra' Lon- 
gobardi e' erano de' malcontenti , e i segreti maneggi del Papa , e le 
occulte pratiche dell' Abate Anselmo ne accrebbero il numero . Questi 
in favore di Rachis si era opposto all' esaltazione di Desiderio , per la 
qua! cosa divenuto Re lo perseguitò spogliandolo di beni e di privile- 
gi , e finalmente lo bandì da' suoi stati , perchè dovette andare ramin- 
go e pellegrinante , finché si ridusse a Montecasino , dove soggiornò 
alcuni anni . Esso non per desio di vendetta , che ciò non dee dirsi , 
ma perchè forse credette così richiedere il bene della Chiesa , e la quie- 
te della sede Apostolica , mosse gli animi de' principali Lombardi contra 
del Re , la qual cosa agevolmente gli venne fatta , godendo egli concet- 
to di santità , ed essendo stato cognato del Re Astolfo , e imparenta- 
to colle primarie famiglie della nazione . Certo è che Carlo lo rimu- 
nerò largamente donandogli fondi e poderi , e non è inverisimile che 
sieno stati di questo numero quelli ancora che da antichissimi tempi pos- 
sedeva nel nostro territorio la Badia di Nonantola . All' approssimarsi per- 
tanto dell' oste Franca buona parte di que' Signori corrotti mancò di fe- 
de , sicché Desiderio abbandonato da' suoi dovette rifuggirsi a Pavia , 
e Adelgiso a Verona le due più forti piazze del regno Lombardo . 

Si difesero lungamente i due Re , ma essendo entrata la pesto, in Pa- 
via Desiderio fu costretto ad arrendersi , e da Carlo mandato in Fran- 
cia con alcuni magnati della nazione a lui più fedeli terminò santamen- 
te i suoi giorni in un Monistero insieme colla Regina Ansa sua mo- 
glie ; e secondo alcuni storici fu privato della luce degli occhi * Questo 
imprudente Principe è stato vittima della sua ambizione , per cui era 
pronto del pari a fare accordi che a romperli . Del resto ne' tempi suoi 
felici diede non poche prove di religione e pietà: edificò molte Chiese, 
e le arricchì di sacre preziose suppellettili , fondò insigni Monisterj do- 
tandoli di possessioni , fra' quali sono celebri quei di Brescia sua patria , 
e aiutò con forte braccio la Chiesa Romana per liberarla dall' usurpa- 
tore Costantino . Adalgiso poi vedendosi mal secondato da' suoi Lon- 
gobardi nella difesa di Verona , per non cadere nelle mani del vinci- 
tore , fuggì nottetempo , e andonne a Costantinopoli , dove dopo vane 
speranze di ricuperare il perduto dominio visse e morì da privato . A 
questo modo ebbe fine la signoria de' Longobardi in Italia dugento e 
sette anni incirca dacché avevano cominciato a regnare . Non abbiamo 
dalla storia qual fosse il fine de' nipoti di Carlo rinchiusi in Verona 
colla madre , e col loro aio , tacendone i Cronichisti Francesi , e anche 
gli Scrii lori Pxomani , forse perchè il favellarne poteva denigrare la fama 
di quel Sovrano, di cui sono encomiatori perpetui . 

Prima di proseguire la storia di Carlo non voglio lasciar di dire # che 

par- 



DJ PADOVA. 103 

parlando di Desiderio m'era quasi dimentico di un favoloso racconto , AN . 7?z 
che leggesi presso il nostro Andrea di Zanbono de 1 Favafoschi , il qua- 
le scriveva intorno il i33o. Egli narra che Obizzo de 1 Rogati di no- 
bile e antica famiglia , che diede il nome ad un borgo della nostra Cit- 
tà , avendo militato con molto valore negli eserciti del Re Lombardo , 
ottenne de' privilegi da lui , e quello infra gli altri di portare per arme 
gentilizia un' aquila d' oro in campo verde , come se non fosse certo , 
che a que' tempi non v' erano cognomi , e che solamente dopo il se- 
colo X. anzi T XI. s' introdusse a poco a poco ne' sigilli , nelle mo- 
nete , nelle bandiere , negli scudi 1' uso dell' armi quali oggidì le abbia- 
mo . Contuttociò i nostri Storici , che vennero dietro al Favafoschi 
riportarono come vero quel latto , ed altri non meno falsi e ridicoli . 
Anche la famiglia nobilissima Malaspina , secondo il suo illustratore 
Tommaso Forcacela, ebbe in dono da Carlo M. l' aquila d' oro : di 
tale fumo si pascevano ne' tempi addietro i nostri Italiani prima che la 
face della buona Critica diradando la caligine della menzogna mettesse 
in chiaro la vera origine delle famiglie . Del resto ciò che soggiunge il 
suddetto Andrea , che Desiderio cioè abbia visitato più fiate la nostra 
Città , è cosa credibilissima , essendo essa posta in su la via , che da Ve- 
rona conduce a Trivigi , e in Friuli , uno de' principali Ducati della 
nazione . 

Torno a Carlo , e mi perdonerà il benigno lettore , se mi fermo 
più forse che non conviene a questo Compendio storico , sopra l' in- 
gresso di lui in Italia , perchè facendo professione di candida verità non 
debbo omettere alcune cose , per le quali non si meritò certamente il 
nome di Grande . Già s' è detto che gli Annalisti Francesi passano sot- 
to silenzio tutto ciò che puote oscurare la gloria di quel Regnante ; non 
cosi gli antichi sinceri nostri Italiani . Racconta Prete Andrea da Ber- 
gamo , che la discesa di quel Re è stata per l' Italia una grandissima 
tribolazione , avendovi egli portato stragi , disertamene , e rovine , qua- 
li gli altri Re nelle antecedenti loro invasioni , e forse più gravi anco- 
ra : poiché Carlo , oltre i Franchi , gli animi efferati de' quali per te- 
stimonianza di Nitardo suo nipote non aveva egli potuto ammollire , 
condusse nel suo esercito Alamanni , Borgognoni , Sassoni , ed altre bar- 
bare genti , che uccisero e saccheggiarono senza pietà , E lasciando al- 
tre Cronache per amore di brevità citerò solamente 1' antica Cronichet- 
ta di Rodolfo notaio pubblicata dal Biemmi (a) , nella quale la venu- 
ta del Re Franco è similmente chiamata tribolazione , e secondo la cre- 
dulità di que' tempi dicesi presagita due anni avanti da un turbine im- 
petuosissimo , di cui il territorio Bresciano , e i luoghi vicini provaro- 
no i terribili effetti . In essa si leggono atti tanto inumani e crudeli di 

un 



(*) Storia di Brescia voi. i. 



104 ANNALI DELLA CITTA 

~ hH z un Generale dì Carlo davanti Brescia , che fanno fremere e inorridi- 
re . Niente di più disumano e brutale hanno fatto Attila ed Alarico . 
Non si dee pertanto dar fede intera al Sigonio là dove narra, che le 
città d' Italia andarono incontra al Re con festevoli acclamazioni , chia- 
mandolo loro conservatore e liberatore . Ciò potè esser vero di alcuni 
luoghi , dove soggiornavano de' Longobardi nemici di Desiderio , o gua- 
dagnati dai maneggi di Anselmo; ma è credibile, che non poche cit- 
tà gii abbiano chiuse le porte , e spezialmente queKe della nostra Ve- 
nezia , e che gli abitatori della campagna sieno qua e colà fuggiti per 
sottrarsi alla ferocità de' soldati omicidi e devastatori . E certo che Ber- 
gamo , prima città della Venezia alla parte di Occidente , resistette al- 
cun tempo dopo la caduta di Pavia ; che Brescia non prima si arrese 
che da [rodolenti patti fosse ingannata ; e che su le rive «iella Livenza 
dal Duca del Friuli unito Gol Vicentino fu fatta grande strage de' Fran- 
chi . Di Padova niente sappiamo , perchè tutte le antiche memorie so- 
no perdute , ma si può conghiettmare che avrà seguito 1' esempio delle 
vicine città . Taccio altre cose per le quali resta provato quanto sk 
esagerato e ampolloso il racconto degli Annalisti Francesi , i quali vor- 
rebbero farci credere che facilmente e m brevissimo tempo abbia con- 
quistato il Be Carlo tutta l'Italia; non molto dissomiglianti dagli odier- 
ni Francesi compilatori delle Gazzette , che vendono all' illuso popolo 
di quel regno le perdite per guadagni , le sconfitte per vittorie , le fu- 
ghe per trionfi . 

Come Ottaviano divenuto Imperadore sì fattamente migliorò, che fe- 
ce dimenticare ai Romani le spietate proscrizioni del Triumvirato , e per 
le sue lodevoli azioni ebbe il soprannome di Augusto; così Carlo per 
le sue vittorie contra i Sassoni e i Saracini , e per altri faustissimi av- 
venimenti fece obbliare le sue passate ingiustizie , acquistò il nome di 
Grande, e di Eroe, e aggiunse agli altri suoi titoli quello dì Re de' 
Longobardi, ciò che piacque grandemente all'Italia. Una delle sue pri- 
me azioni fu quella di confermare a Papa Adriano il patto , che Pi- 
pino suo padre aveva fatto venti anni avanti col Pontefice Stefano, di 
dividere cioè tra loro le provincie d' Italia : patto ricordato da Ottone I. 
Imperatore nel suo editto 962. da Enrico similmente /. nel 1014. , e 
da altri posteriormente , e conservato a perpetua memoria ne' tomi della 
Biblioteca Lateranese , donde Io trasse nel Secolo XII. Pietro Diacono 
Casinese . So che gravi autori hanno declamato contra cotesto patto , 
e lo riputarono falso e inventato a capriccio , perchè ingiusto , non po- 
tendosi , dicon essi , senza manifesta ingiustizia spogliare de' loro stati 
né l' Imperatore Greco , né i Re Longobardi legittimi possessori . Sia 
stato pur esso ingiusto, che io noi contrasto, ma certamente fu vero. 
Non è stala forse meno ingiusta la deposizione di Childcrico Sovrano 
di Francia , e l' innalzamento di Pipino a quel regio trono , che fu con- 
certato ed eseguito a quo* di tra Papa Stefano e lui ; e non v' ha al- 
cuno perciò che questo fatto accusi di falsità ? Quanti patti ingiusti si 

fan- 



DI PADOVA. I0& 



fanno , e nondimeno si tengono buone le carte , dove si leggono re- AN . 77Z 
gistrati , e quanti se ne trovano nelle storie , che poi adempiuti non 
lùrono ! Le reiterate istanze di Papa Adriano al Re Carlo (a) , per- 
chè dia esecuzione alle sue promesse , fanno prova evidente , che re- 
almente e di fatto sopra di questo articolo insieme erano convenuti . 
ContuUociò , qualunque sia stato il motivo , Carlo si ritenne la mag- 
gior parte di quelle provincie , -che a tenore del patto di suo padre li- 
berale della roba altrui aveva promesso di donare a S. Pietro , e le riu- 
nì al Regno Longobardico . Ma lasciando questo argomento , nel qua- 
le sono entrato , perchè nella parte del Papa era compreso il nostro 
Monselice , castello assai riguardevole , seguiterò a parlare brevemente 
dei fatti di Carlo , di cui diventammo sudditi , 

Prima che questo Re possedesse senza opposizione alcuna il reame 
de' Longobardi dovette reprimere la ribellione di Rotgando Duca del 
Friuli , che restò morto in una battaglia , e in luogo di lui elesse un 
altro Duca a se più fedele , ampliandone la dignità e la giurisdizione , 
ond' ebbe poi origine la marca del Friuli , di Verona , di Trevigi suc- 
cessivamente chiamata . Egli volendo riordinare V Italia , e insieme gua- 
dagnarsi T affezione de' popoli non fece grandi mutazioni neh" antico 
governo , lasciando in sede con accortezza politica molti Duchi , e so- 
stituendo ad essi in altre città Conti e Marchesi , i quali comandavano 
ai prefati Conti , e presiedevano alla custodia de' limiti . La Città no- 



stra ebbe anch' essa i suoi Conti , o Governatori , benché si cominci an, 780 
assai tardi a trovarne nominato qualcuno , per difetto di antiche carte; e 
questa carica durò anche fra noi lungamente , e diede il cognome ad 
una illustre famiglia . Pubblicò innoltre il Re Carlo i suoi famosi Capi- 
tolari , eh' ebbero vigore di leggi , e furono aggiunti al Codice Longo- 
bardo , e ordinò nuove gabelle conosciute dagli eruditi sotto gli strani 
nomi di parata , fodro , e mansionatìco . Andò più fiate in Francia 
ed in Alemagna chiamatovi dal sempre rinascente ammutinamento de' 
Sassoni , cui finalmente domò ; e tornato in Italia ( -ciò fu nel 780. ) 
insieme colla moglie e co' figli , nella primavera seguente se n' è gito 
a Roma , dove ricevuto a grande onore da Papa Adriano fece ugnere 
da lui Re d' Italia Pipino suo primogenito , benché fanciullo , affinchè , 
essendo egli in altri gravissimi affari occupato oltremonti , mantenesse il 
popolo Italiano a se fedele e divoto; e gli diede per consigliere e di- 
rettore Angilberto Monaco . Era già scorso qualche tempo , dacché gli 
Abati ed i Monaci avevano cominciato , abbandonata la solitudine , e la vita 
contemplativa , ad entrare nelle romorose Corti de' Prìncipi , ed immer- 
gersi nelle temporali faccende , onde si videro in questo secolo politici 
raggiratori usciti dal silenzio de' chiostri farsi arbitri delle cose di stato. 

Pi- 



io) Codice Carolino 

o 



I06 ANNALI DELLA CITTA 

*"7n7~78o Pipino scelse per suo soggiorno la città di Verona degna sede di 
un Re , di cui il vincitore suo padre aveva fatto ristorare le torri e le 

mura , affinchè servissero di frontiere contra le invasioni de' barbari , e 

an, 794 tenessero in freno i novelli sudditi , se nulla di nuovo osassero . Promul- 
gò ancor esso molti regolamenti indiritti a togliere alcuni abusi , e a 
migliorare il sistema civile , i quali ebbero luogo tra' Capitolari del pa- 
dre , e , come leggesi nel loro proemio , furono approvati dagli Aba- 
ti , Vescovi , e Conti insieme coadunati , di cui era grande 1' autorità . 
Stava Carlo intanlo oltremonti implicato in un' asprissima guerra con- 
tra gli Ungri od Ungheri abitatori della Pannonia , ma non lasciava ad 
un tempo stesso di attendere agli affari ecclesiastici , e di proteggere la 
Religione . Imperciocché andò al Concilio di Francfort tenuto nel 794. 
in cui furono condannati Felice Vescovo Urgelitano , ed Elipando di 
Toledo , i quali avevano rinovato i pestiferi errori di N estorio ; al qual 
Concilio intervennero Pietro Arcivescovo di Milano , e il dotto Pao- 
lino Metropolitano di Aquileia co' loro Vescovi suffraganei , e se i no- 
stri Dittici dicono il vero, Liutaldo era in quel tempo Vescovo Pa- 
dovano . Nella suddetta guerra Ungarica , che durò otto anni , e fu 
terminata felicemente , ebbe parte ancora Pipino , giovane avido di glo- 
ria e valoroso nell' armi , avendo egli battuti e respinti nelP Istria que' 
barbari , che a' nostri confini si erano avvicinati ; siccome ancora nell' 
altra contra il Duca Bavaro Tassilone . Tranne questi moti di guerra i 
la nostra provincia sotto il governo di Pipino stette lungamente tran- 
quilla . 

Un grande e memorabile avvenimento di poi succedette in Italia che 
non giunse né improvviso né innaspettato agli accorti conoscitori delle 
cose mondane , e questo fu la traslazione dell' Imperiale dignità in Oc- 
cidente . E acciocché si sappia da quai principj ebbe origine , dirò che 
P Imperio Orientale andava ogni dì più declinando , e perdendo di quel- 
la sovranità goduta in Italia sino da quel tempo che Costantino ne ave- 
va trasferita la sede a Costantinopoli . Dopo alcuni secoli una gran par- 
te di questa bella penisola era caduta nelle mani de' Longobardi , e di- 
poi de' Franchi , sicché a' Greci Imperadori non restava altra signoria , 
che quella dell' odierno regno di Napoli , o poco più , essendo stata 
ceduta da Pipino ai Papi Ravenna , già sede degli Esarchi , colle città 
della Pentapoli . Era poi quella Corte divenuta quasi un teatro , dove 
seguivano di continuo mutazioni di scena , e si vedevano assai spesso i 
Regnanti passare dalla Reggia al Chiostro , e cambiare forzatamente 
colla cocolla il manto reale . Interne dissensioni , ed esterne guerre ave- 
vano affievolito di molto la potenza e la forza, al qual diletto si vo- 
leva supplire colla cabala e col raggiro : Roma non poteva più aspet- 
tarsi né protezione, nò difesa. Anzi, poiché quegl' imperadori ostina- 
tamente protessero 1' eresia , prima de' Monoteliti , poi degli Iconocla- 
sti , ne avvenne che in varie guise furono afflitti i Papi sostenitori del- 
la vera Fede, per la qual cosa si tirarono addosso l'odio e 1' indigna 

zione 



DI JP A D O V si . 107 

zione degF Italiani , che li riguardavano come tiranni e sacrileghi , e per~V N . 794 
ie gravi imposte , onde opprimevano i loro sudditi , come smugnitori 
delle provincie . Per contrario la costanza de' Pontefici , e 1' eminenti 
virtù , ehe si videro successivamente risplendere in essi , quanto accre- - — 

, n • » rr • t 1 ti 1 • 1 l * ■ p ti . AN. 800 

scevano 1 ossequio, e 1 affezione de Romani verso de sommi Pastori, 
tanto più alienavano gli animi loro dalla debita suggezione ai Monarchi 
d' Oriente. Si aggiunga che colla santità della vita , e la sublimità del 
carattere accoppiavano i Papi una fina prudenza , per cui neh" ordine 
civile una grande autorità si acquistarono . Quindi è venuto che sicco- 
me col mezzo de' Franchi distrussero il regno de' Longobardi a Roma 
sovente infesti , e dell' Imperio nemici , così ora col medesimo mezzo si 
sottrassero del tutto ai dominio Imperiale. Carlo era già stato investi- 
to della dignità di Patrizio di Roma , che non era semplice titolo di ono- 
ranza , come da dotti uomini fu osservalo : ed ora Leone I1L perve- 
nuto al Papato , e successore di .Adriano , dopo essere gito in Francia 
ad implorare l' aiuto di lui contra di alcuni suoi nemici , e tornato a 
Roma con esso e col figlio Pipino , nel dì di Natale dell' anno 800. 
tra gli applausi del popolo lo fregiò della corona Imperiale, e nel tempo 
stesso unse e incoronò Re d' Italia il suddetto Pipino . 

Sublimato Cario a sì eminente dignità , padrone d' immensi stati , 
dotato di naturali talenti rivolse le cure del suo grand' animo a pro- 
muovere la felicità de' suoi sudditi . Benché ignaro di lettere egli ben 
conosceva eh' era d' uopo sgombrare dalle menti degli uomini la tene- 
brosa ignoranza generatrice di tanti mali , e perciò così in Italia , come 
nella Gallia e nella Germania procurò di ravvivare gli studj scegliendo 
a precettori e maestri i Ministri della Religione , ne' quali solamente a 
que' ferrei tempi restava qualche favilla di uman sapere . Non si creda 
però ch'egli abbia fondato Università, come di quella di Bologna, di 
Pavia , e di Padova in Italia , di Parigi in Francia alcuni scrittori sogna- 
rono : assai più tardi le suddette pubbliche scuole ebbero cominciamen- 
to . Troppe cose a dir vero si sono attribuite dagli Storici a quel Mo- 
narca . E certo in quanto agli studj , quantunque sia stato lodevolissimo 
il suo pensiero , poco frutto ne trasse l' Italia , ossia che 1' ignoranza get- 
tate avesse così salde radici nelle menti imbarberite de' mortali , che ogni 
sforzo a stirparle era inutile , ossia che grandissima fosse la penuria de' 
libri , ossia finalmente che i Maestri o poco addottrinati , o per difetto 
di metodo non sapessero ispirare a' loro alunni altro affetto per le let- 
tere , che quello di apprendere un po' di latino . L' ignoranza tenne forte 
il suo regno , e vedremo che Lotario nipote di Carlo fece nuovi prov- 
vedimenti per 1' oggetto medesimo . 

Ben più di vantaggio ci ridondò dalla parte eh' ebbero i Monaci e 1 
Vescovi nelP amministrazione del temporale governo al quale pareva che 
non dovessero essere molto acconci , e pure qui fu dove i loro talenti 
riuscirono a bene . Essi nella formazione di nuove leggi , alla quale in- 
tervenivano insieme co' Magistrati secolari , come più scienziati degli al- 
tri, 



I08 ANNALI BELLA CITTA 

a*. 800 tri, ebbero sempre dinanzi gli occbi la giustizia e il pubblico bene : essi 
colla loro prudenza e rettitudine tennero sudditi ubbidienti al Sovrano , 
sì cbe né tumulti , né fazioni scoppiassero , né ribellioni si suscitassero 
a turbare la quiete della provincia , avendo gran forza su gli animi della 
moltitudine il sacro carattere di cui erano rivestiti . Né di ciò solamen- 
te fummo debitori all' opera salutare degli Ecclesiastici . Perchè anche 
allora avveniva , come a' dì nostri , che qualche giudice spinto dagli sti- 
moli dell' amore , o dell' odio , o di altra passione deviava dal diritto tra- 
mite della ragione , perchè i deboli e meno potenti da' più forti e "più 
poderosi restavano oppressi , saggiamente determinò Carlo M. che a quan- 
do a quando uomini presti d' ingegno e di gran giudicio visitassero le 
provincie con* autorità superiore ai Duchi , Marchesi , e Conti , ascol- 
tassero le querele de' ricorrenti , e dove uopo fosse , mettessero riparo 
ai disordini ; e questi furono chiamali Missi regii , o Missi Domini- 
si . Ad un ufficio tanto importante destinali furono frequentemente gli 
Abati ed i Vescovi . La Repubblica Veneziana , le di cui prudentissime 
}eggi non si potrebbero bastevolmente lodare, aveva anch' essa una somi- 
gliante osservanza , mandando di tempo in tempo i suoi Sindici Inquisi- 
tori alle città della Terraferma.. 

Carlo M. che seppe utilmente impiegare a beneficio dello Stato i 
Ministri della Religione, fu molto liberale e generoso con essi, conce- 
dendo immunità ed esenzioni da pubblici aggravj alle loro Chiese . An- 
che la Padovana ottenne de' privilegi da lui , di che abbiamo non dubbia 
prova in un diploma di Lodovico II., che gli conferma . Non si dee pe- 
rò credere che quel Sovrano nel 781. quando ancora era Re d'Italia, 
abbia donato al nostro Vescovo il dominio della Città, , come scrive 1' 0/2- 
garello, affermando di aver veduto 1' istrumento della donazione . Que- 
sto Cronista del Secolo XV. non vano , né indiligente del tutto sovente 
ha mescolato delle favole con monumenti, sinceri , come il fatto dimo- 
stra ; e non credo già che abbia voluto mentire , ma. puote aver vedu- 
to una carta da lui creduta buona- e legittima , quando era falsa e di niun 
valore . Non erano ancora arrivati i tempi , ne' quali gì' Imperadori do- 
navano ai Vescovi castella e città , tranne sempre la Chiesa Romana ; e 
per giudicio del Muratori scientissimo di queste materie si denno ripu- 
tare falsi tutti i diplomi , che all' età di Carlo e de' suoi figliuoli somi- 
glianti donazioni contengono . Io non dirò poi qual fede si meriti Gio- 
vanni Naone scrittore del secolo XIV , il quale profeta delle cose pas- 
sate annuncia nella sua Visione , che la Chiesa di S. Egidio in Pado- 
va sarebbe fabbricata da Carlo M. : dirò bensì che dubbiosi e incerti , 
anzi , parlando liberamente , sono da riputarsi falsissimi quegl' istrumen- 
ti col nome del suddetto Regnante , che vantano alcune famiglie, le qua- 
li nobilissime per origine , e chiare per le memorabili azioni degli Avoli 
non hanno bisogno' di onorificenze inventate dalla menzogna , e bona- 
riamente accettate dalla ignorante credulità. 

Dispiaceva forte ai Sovrani di Costantinopoli dover dividere con Car- 
lo 



DI P A ' B O V A*. IC9 

Io Al, il tìtolo cF Imperadore , che consideravano come loro proprio , AN , s*a 
e convenne che passasse lungo tempo innanzi che vi si avvezzassero; 
e forse ciò ad essi maggiormente increbbe che la perdita di Roma, e 
de' loro antichi diritti in. Italia . Contuttociò tra le due Corti non s' in- 
terruppe il commercio di scambievoli ambascerie, e prima con Irene, 
poi con Niceforo ,. che la spogliò della corona e del trono, v'ebbero 
dei trattati , e si venne finalmente ad una divisione tra' due Imper) . 
La nuova Repubblica de' Veneziani viveva sotto la- protezione del Mo- 
narca d'Oriente, ma c'era un partito favorevole a' Franchi fomentato 
da Fortunato Patriarca di Grado , e ligio di Carlo 31. I piccoli sta^ 
ti , massimamente se si accende in essi la face della discordia , corrono 
pericolo di restar preda de' vicini potenti ., Pipino eh' era accampato con 
numeroso esercito non lungi dalle lagune, ottenne che i Veneti rinun- 
ciassero ad ogni> commercio co' Greci; ma non andò guari di tempo 
che pentiti dell'accordo lo ruppero,, e si riconciliarono con quella Cor- 
te - Essi sino dall' infanzia della loro Repubblica coltivando il traffico e 
la. mercatura, unica fonte donde traevasi il loro sostentamento, non po- 
tevano far senza P amicizia de' Greci . Quindi irritato Pipino mosse loro 
queH' aspra guerra , in cui assistito dalle forze de' popoli Italici assalse 
da- varie parli il Ducato Venetico ; prese Grado , distrusse Eraclea , ed 
Equilio; abbruciò Fossone , Capodargine , Brondolo, le due Chioggie, 
e Malamocco , costringendo gli abitanti a rifuggirsi' nell' isole interne. 
Ma. mentre egli imbaldanzito pei felici successi si spinge innanzi dal 
lido di Palestrina per superare l'antico porto di Albiola , la sua flot- 
tiglia divenuta trastullo de' venti nelP aperta laguna fu distrutta dalle bar- 
che leggiere de' Veneziani pratichissimi di quell'acque. Sei mesi durò 
la guerra ; Pipino all' avvicinarsi di un' armata Greca si ritirò ; ed es- 
sendo entrato di mezzo il Papa ad istanza di Carlo, che voleva sal- 
vare 1' onore del figlio , fu conclusa la pace . Il Re d' Italia fu conten- 
to , che i Repubblicani gli pagassero trentasei libbre di argento puro , 
che secondo il computo- del Co. Carli (a) non eccedevano la somma 
di 3oò* zecchini ; regalo che pagarono ogni anno di poi ai Re d' Ita- 
lia y ed Imperadori di Occidente per que' beni , che possedevano nel 
Regno Italico, e per la libertà di trafficarvi liberamente. 

Nessuna fede dee darsi ai Cronisti Francesi , i quali secondo il co- 
stume di quella nazione perpetuato sino a dì nostri ampollosamente ma- 
gnificando la impresa di Pipino raccontano, eh' ei soggiogò Venezia, 
quasiché ci fosse allora questa città , eh' ebbe origine molto dopo ; e 
se intesero parlare di Rialto, egli è certo che non, vi posero piede . 
Ma lasciando cotesti millantatori dirò che o sia stata 1' afflizione della 
mal riuscita impresa , o la dimora su la nuda spiaggia marittima ne' 

ca^ 



(*) Ant. Ital. Tom. IT. 



no . annali Della citt^l 

an. 810 calori della state, o altra cagione finalmente, il Re d'Italia infermò 
gravemente in Milano , mentre andava oltremonti , e nella verde età di 
trentaquattr' anni morì . Il suo cadavere fu trasportato a Verona , ed 
ebbe onorevole sepoltura nella Basilica di S. Zenone da lui rinnovata. 
Accadde la sua morte a' dieci di agosto dell'anno 810, Questa guerra 
succeduta ne' nostri confini , e alla quale anche Padova dovette forse 
contribuire armi e soldati , non si doveva da me ommettere . 

Nessun cambiamento portò la morte di Pipino nel governo d' Ita- 
lia , restando nelle mani di <Adelardo Abate di Corbeia , e di altri Ec- 
clesiastici . Quando giunta a Carlo M. la notizia, che i Saraceni di 
Spagna e di Africa apparecchiavano una flotta per venire a saccheg- 

an. 812 giare l'Italia, mandò in Lombardia l'anno ottocento e dodici Bernar- 
do figliuolo di Pipino di non legittime nozze , dichiarandolo Re d' Ita- 
lia , e attesa la sua tenera età gli diede per aio il suddetto ^Idelardo 
stato già consigliere del morto suo genitore , e compagno neh" ammi- 
nistrazione un fratello di lui detto TV ala , di cui variamente parla la 
Storia . L' elezione di Bernardo è stata poi confermala in una Dieta 

a*. 813 tenuta in Aquisgrana neh' 81 3 . Grandissima carestia affliggeva le no- 
stre contrade, quando egli venne di Francia, alla quale per attestato 
di Prete Andrea fece prontamente succedere 1' abbondanza . Nella me- 
desima Dieta Carlo afflitto per la perdita di due figliuoli , e stanco dal 
peso degli anni e delle fatiche associò all' Impero Lodovico Pio suo 



an. 814 figliuolo Re di Aquitania , e addì 28. di Gennaio dell'anno seguente 
morì, seppellito in Aquisgrana con preziosissime vesti, come abbiamo 
dal Monaco Egolismense . 

Questo Monarca , di cui non ho dissimulato i difetti , ebbe molte e 
segnalate virtù. Erede di un amplissimo regno ne dilatò grandemente 
i confini , pel suo valor militare rispettato da' Greci , temuto da' Sara- 
ceni . Le sue belliche imprese cantate nelle piazze e ne' cerchi dalla 
posterità diedero argomento a poemi, e romanzi , che sebbene pieni di 
favole ne onorano la sua memoria . Egli ripulì i costumi rozzi e sel- 
vaggi de' Franchi , e di altre nazioni da lui soggiogate , e v' introdus- 
se 1' amor delle lettere , eh' egli stesso divenuto Re ad esempio degli 
altri non senza molla fatica apparò dal famoso jdLlcuino . Ebbe alla 
sua Corte dottissimi uomini , pregiatore e raccoglitore di libri , cui mo- 
rendo insieme co' suoi tesori lasciò in dono alle Chiese principali del 
suo Dominio in tante guise da lui protette e favoreggiate . Le sue leg- 
gi spirano saggezza e giustizia ; e i C#ncil; da lui ordinati a far rivi- 
vere la scaduta ecclesiastica disciplina fanno fede dell' animato suo zelo, 
le larghe limosine , e le assidue orazioni, massimamente invecchiando, 
della sua fervorosa pietà . L' Italia è debitrice a lui della istituzione de' 
Canonici nelle Basiliche Cattedrali . Imperciocché sebbene sino da' tem- 
pi di S. Eusebio di Vercelli si trova qualche esempio dell' Ordine Ca- 
nonicale , non si propagò per le Chiese Italiche: Pipino lo promosse, 
Carlo lo dilatò in Francia e in Italia , prescrivendo ai Canonici la re- 
gola 



DI PADOVA. Ili 

gola di Crodegango Vescovo di Metz approvata nel Concilio di Ma- AN . 814 
gonza , per cui dovevano essi menare vita comune , e come i Monaci 
di que' tempi notte e giorno salmeggiare nel Coro . Noi dobbiamo per- 
tanto riconoscere da lui , e da Lodovico , che seguì i disegni del pa- 
dre , la istituzione di quell' illustre Capitolo , eh' è uno de' principa- 
li ornamenti della nostra Città , chiamato a ragione Seminario di Ve- 
scovi . 

Dopo la morte di Carlo M. si oscurò la gloria del nome France- 
se , e cadde quel regno in preda alle discordie e alle guerre civili . 
^.delardo e Wala accusati di tentar cose nuove da Lodovico cogno- 
minato il Pio loro stretto parente furono mandati in esilio ; e Ber- 
nardo Re d' Italia sommosso da malvagi consigliatori si ribellò dall' Im- 
peradore suo Zio , né più volle riconoscerne l' autorità . Nò pretesti di 
ciò fare gli sono mancati . Egli era figliuolo del primogenito di Carlo 
suo avolo, e forse credeva di esser legittimo, come lo credono alcuni 
moderni Scrittori , i quali provano che Berta sua madre , sebbene con- 
sanguinea , fu da Pipino sposata . Apparteneva dunque a lui la corona 
Imperiale , che Lodovico aveva messa sul capo di Lotario suo figlio 
anzinato . Gli facevano animo alcuni Prelati a" Italia e di Francia ac- 
cenditori alla guerra , e la loro autorità a que' giorni era di molto pe- 
so. Non aveva ancora Bernardo messe in ordine le sue forze, quan- 
do , essendo stata scoperta la cospirazione , seppe che Lodovico con po- 
tente esercito s' era mosso contra di lui . Sospeso d'animo, ma non in- 
vilito , con molto cuore e poca prudenza passò le alpi per tentare la 
sua fortuna . Se non che abbandonato da' suoi , che voltarono bandie- 
ra , e ingannato dalie infinte parole della Imperadrice Ermengarda > 
che gli promise grazia e perdono , andò V infelice giovane a' piedi di 
Lodovico , da cui , dopo di essere stato costretto a palesare i suoi com- 
plici, puniti poi coli' esigi io , fu rinchiuso in oscura prigione y e con- 
dannato ad essergli strappati gli occhi, nel mezzo del qual crudele ga- 
stigo morì di spasimo ; fatto dolentissimo macchiato ò" infamia e di po- 
ca fede . 

Intorno a questi tempi era Doge di Venezia agnello Participa- 

zio , uomo di un merito singolare , e di una squisita prudenza , che an. Szq 
trasferì a Rialto la sede Ducale , come a luogo di maggior sicurezza t 
benché la pace tra' due Imperj , e poi la morte di Carlo 31, tranquil- 
lato avea la nazione . E lasciando di dire , come cose non appartenen- 
ti , ciò che questo Doge operò di grande per la felicità della Repub- 
blica , accennerò solamente , eh' egli fece rifabbricare la Badia di S. Mi- 
chele di Brondolo, di cui si è sopra parlato, stata incendiata da' Fran- 
chi , e trasportò i Monaci di S. Servolo , isoletta della laguna , al ca- 
sale di S. Ilario . Era situato questo luogo quasi sul margine dell' estua- 
rio poco lungi da Lizza Fusina , e da' nostri confini , bagnato da un 
ramo della Brenta chiamato Una , per cui solevano le nostre barche 
navigare da Padova all' acque salse . Divenne celebre la Badia , e alcu- 
ni 



112 ANNALI DELLA CITTA 

ah. 8zo ni de' primi Dogi v' ebbero sepoltura ; fu arricchita secondo il pio co- 
stume di que' tempi di fondi e di possessioni , e può contare tra' suoi 
benefattori il medesimo Carlo M. , il quale anche prima che vi fosse- 
ro introdotti i Monaci fece ampie donazioni alla Chiesa de' Santi Ila- 
rio e Benedetto, come si ha da un diploma de' nipoti di lui, che pri- 
mo di tutti scoperse un diligentissimo nostro Antiquario (a) . Ne' tem- 
pi che verranno si avrà ancora a parlare del suddetto Monistero ; ba- 
sterà intanto questo poco aver detto . 

AN , 822 Lotario nostro Re fu mandato dal padre in Italia nell' 822. e nella 
Pasqua dell' anno seguente fu coronato in Roma da Papa Pasquale . 
Ripassato in Francia ci ritornò due anni appresso, e vi si trattenne al- 
cun tempo forse visitando le città del suo regno . Fu allora che pro- 
mulgò alcune leggi , ^d una principalmente che riguardava l' istruzione 
dell'Italica gioventù. Quasi infruttuose, come ho detto, riuscirono le 
soWecitudini di Carte M. per debellare la ignoranza , e perciò Lotario 
istituì alcune scuole , nelle <juali si dovesse insegnare l' arte , cioè la 
grammatica , come interpreta il Muratori . Sotto questo nome però a 
parere di lui non vanno intesi i soli rudimenti della lingua latina, ma 
la spiegazione ancora e 1' intelligenza degli antichi Scrittori . E per di- 
re di ciò che alla nostra Venezia appartiene , stabilì Lotario , che i 
giovani di Trento e di Mantova andassero alle scuole di Verona, quelli 
di Padova, di Trevigi , di Feltre, di Ceneda, e di Asolo a Vicenza, 
quei dell' altre città a Forogiulio , detta poi Città d' Austria , ora Civi- 
dale . riddar do , e Tf r ala fattosi Monaco dopo la sua disavventura vi 
comparirono anch'essi in Italia con estrema maraviglia di tutti , che ca- 
duti in disgrazia gli videro ribanditi non solamente , ma direttori e com- 
pagni del nuovo Re e Imperatore , e quasi arbitri delle due Corti di 
Francia e d' Italia - 

Contrastavano insieme da qualche tempo i due Patriarchi di Aqui- 
leia e di Grado per la giurisdizione , che l' uno e 1' altro pretendevano 
sopra i Vescovi dell' Istria . Leone III. aveva ottenuto da Carlo 31. 
nella dieta di Aquisgrana , che quelli dovessero star soggetti al Prima- 
te di Grado: ma ciò non poterono patire i Metropolitani di Aquileia 
Orso, e di poi Massenzio , che reclamavano esser lesi i loro diritti . 
Per comando di Lodovico e di Lotario fu portala la causa dinanzi alla 
Sede apostolica, ma 1' Aquileiese conoscendo esser favorevole la Corte 
di Roma al Gradense sfuggì il giudicio del Papa , ed impetrò che la 
controversia fosse decisa in un Concilio . Appunto nell' anno 827. si 
tenne il Concilio in Mantova , al quale intervennero i Legati del Pa- 
pa , i Messi Imperiali, gli Arcivescovi di Ravenna, e di Milano, i Ve- 
scovi dell' Emilia , della Liguria , e della Venezia . Ventilata la mate- 
ria 



(*) Brunacci Cod. dipi. Pad. 



DI P A D O jr *4. Ii3 

ria in quella sacra Adunanza i Padri congregali approvarono le supplì-' AN 8 
che di Massenzio . Fra Vescovi di queste parti è nominato anche Do- 
menico nostro Vescovo . Manca per verità questo nome ne' nostri Dit- 
tici , ma intorno a quegli anni registrano Diverto, che in altre copie 
si dice Diuto ; ed è plausibile conghie ttura dell' Ab. Brunacci (a) , che 
il nome di Domenico scritto in abbreviatura abbia dato ai copisti ca- 
gione di errare ; ovvero che sia corso errore negli Atti stessi del Sino- 
do , non essendo l' esemplare veduto e citato dal Baronio anteriore 
all'anno 1460. So che qualche recente autore ha mosso gravi diffi- 
coltà contra il suddetto Concilio , ma il dottissimo P. de Rubeis (ti) lo 
difende validamente . Comunque però sia , che io non sono da tanto 
che possa entrare .giudice di tale quistione, parai! che siccome in que- 
gli Atti è nominato Ratoldo Vescovo di Verona che realmente in quel 
tempo viveva , per tacere degli altri , così si abbia a credere che Do- 
menico tenesse allora la Sede Vescovile di Padova . 

I casi che andavano succedendo , facevano chiaro vedere , che la Mo- 
narchia di Francia non era più governata da Carlo M. L' esercito Fran- 
co in Catalogna ebbe qualche percossa da' Mori di Spagna, e ne re- 
stò svergognato ; e 1' armata d' Italia andata nella Carintia contro de' 
Bulgari, i quali avevano dato il sacco a molte terre nell'Istria non ne 
uscì a bene , e con poco onore si ritirò , Per la qual cosa Lodovico an. 8z8 
nelP anno 828. tenne una dieta in Aquisgrana , e giustamente irritato 
cassò con ignominia gli ufficiali di guerra , e tolse al Marchese Bal- 
drico la Marca del Friuli , dividendola in quattro Conti , i quali secon- 
do il Muratori furono probabilmente quelli di Cividal del Friuli , di 
Trivigi , di Padova , e di Vicenza . Ma meglio assai che le mal riu- 
scite imprese dimostrano lo scadimento del reame di Francia le guerre 
civili , dalle quali aspramente fu lacerato . Lodovico aveva tre figliuòli : 
a Lotario diede P Italia , e il nome di Augusto , a Lodovico P Aqui- 
tania , a Pipino la Baviera : ma essendosi rimaritato n' ebbe un altro 
dall' Imperadrice Giuditta , che divenne poi noto col nome di Carlo 
Calvo , a cui volendo la madre procurare uno stato , ciò non potè farsi 
senza scemare il patrimonio assegnato agli altri fratelli . Quindi prese 
origine quella scandalosa guerra , che mossero unitamente i tre fratelli 
contra del padre, attizzando il fuoco della discordia Vescovi e Abati, 
ed altri perversi consigliatori del Re Lotario ; per la qual guerra se 
pianse la Germania e la Gallia , non andò esente né meno P Italia da 
gravi mali . Imperciocché Lotario nostro Re il più inferocito de' tre 
snaturati figliuoli vi fece continue leve di soldati , aggravando gì' Italia- 
ni rozzi per lunga pace negli ufficj della milizia ? e costringendo anche 

i Ve- 



a) Cod. Dipi. Pat. 
\b) Mon. Ecc. Aqu, 

P 



114 ANNALI BELLA CITTA 

AN , 8 2 g ì Vescovi di andare al campo , e di militare al dispetto de' Canoni , on- 
de avvenne che , abbandonata la loro greggia nelle mani di prezzolati 
ministri , mille disordini di ogni guisa ne succedettero . Si aggiungano 
le gravi imposte che per alimentare gli eserciti dovettero pagare i popo- 
li Italici , e i tumulti , e la incertezza , e la torbida confusione , che se- 
condo la varia fortuna delle parti belligeranti si suscitava nelle soggette 
città , e si dovrà confessare che in tale occasione molto sofTerse anche 
la nostra provincia . 

Io non parlerò delle svariate vicende di questa guerra descritta dalle 
penne di tanti Storici , nella quale vinto Lodovico in un latto d' armi 
da' suoi figliuoli fu condannato all' esilio di un Chiostro , essendogli per 
maggior suo dolore strappata dal fianco l' Imperadrice sua moglie , co- 
stretta a prendere il velo monastico , e dopo varj casi rinchiusa in un 
monistero d' Italia dal superbo Lotario : Principessa non d' altro colpe- 
vole che di aver partorito un fratello ai malcontenti figliastri . Dirò que- 
sto solo , che per una fortunata rivoluzione Lodovico strazio della for- 
tuna rimontò sul Trono , quando ecco il contumace Lotario muoversi 
di nuovo contro del padre , dichiararlo reo di gravi delitti col consenso 
di alcuni Vescovi suoi partigiani , tenerlo quasi prigione , e disporre a 
suo senno di tutti gli affari della Monarchia . Se non che mosso in fine 
dalle efficaci preghiere de' suoi fratelli armati a favore del maltrattato e 
vilipeso lor genitore , e ravvedutosi de' suoi errori , cacciati in bando , o 
fatti uccidere i malvagj suoi consiglieri , ascoltò proposizioni di pace , 
si riconciliò col padre giurando a lui fedeltà, e gli rimandò egli stesso 
per testimonianza di Prete Andrea la matrigna Giuditta , i di cui vo- 
ti monastici furono poi dichiarati nulli dal Papa : nella serie delle quali 
cose non si potrebbe decidere se sia stata maggiore la sfrenata insolenza 
dei figlio , o la bontà e pazienza del padre . 

Non si creda però che sieno stati tranquilli e sereni i seguenti anni 

ak, 840 della vita di Lodovico, Principe sfortunato ne' suoi figliuoli del primo 
letto : fàstidj , perturbazioni , e travagli per colpa loro non gli sono man- 
cati finche la morte troncò lo stame della sua vita nel dì 20. di giugno 
dell' 840. Rare ed eminenti virtù ebbe questo Augusto . Zelante difen- 
dere della Religione promosse la disciplina ecclesiastica, amante della giu- 
stizia tenne in vigore le leggi , e ne corresse i soperchialori , costante 
nelle avversità , liberale co' poveri , munifico colle Chiese e col Clero , 
e sopra ogni credere mansueto e clemente, onde si meritò il sopran- 
nome di Pio. Lotario era allora in Italia, e abbiamo di lui, che nel 
febbraio di quest' anno stando in Pavia rinnovò i Patti con Pietro Tra- 
donico Doge di Venezia, confermandoli per cinque anni, e distinguen- 
do i confini del Ducato Venefico da quelli del Regno Italico giusta i 
palti precedenti fatti in Ravenna, che non arrivarono sino a noi. Tra' 
popoli di quel Regno , co' quali era conceduto a' Veneti di trafficare , 
sono nominati anche quelli di Monselice, e si tace de' Padovani , sic- 
come ancora de' Veronesi ; uè io sopra di tale silenzio oserò di fare 

con- 



DI PADOVA. 1 1 5 

conghietlure . PJacemi di osservare piuilosto , che Monsellce in quell* AN . # 40 " 
età era un luogo assai riguardevole , che estendeva il suo territorio sino 
alla Vangadizza su 1' Adige , intorno a che sono da leggersi le belle Me- 
morie di quella Terra , che ci diede di fresco il Sig. Ab. Cognolato 
Canonico di quel!a illustre Collegiata. 

Lotario intesa la morte del padre se ne andò frettoloso in Francia 
colla comitiva di dieciotto tra Arcivescovi e Vescovi d'Italia, sperando 
colla loro autorità di trarre al suo partito gli animi della nazione. Egli 
come primogenito di Lodovico voleva impadronirsi di tutta la Monar- 
chia , dimentico delle convenzioni già fatte e fermate con giuramento; 
tanto era inquieto , e di grandezza desideroso ; e poiché tornò infrut- 
tuosa la via de' maneggi , e nulla ottennero i nostri Vescovi , ricorse 
all' armi , e accese il fuoco della guerra civile . Trovò valida resistenza 
ne' suoi fratelli , che raccozzarono insieme le loro forze ; corse il san- 
gue a rivi , e vi perì il fiore delle genti Francesi , sicché quel regno ne 
rimase illanguidito e spossato ; e alla fine fu d' uopo che Lotario ve- 
nisse a un accordo . In mezzo a tanti gruppi di guerre egli mandò 
Lodovico suo figlio a reggere l' Italia con amplissima autorità ; che di 
poi fu coronato in Roma Re de' Longobardi da Papa Sergio IL 1' an- AN . 843 

no 843. non essendosi ancora introdotto 1' uso della corona ferrea di 

Monza . Questo nostro Re fu di poi unto Imperadore da Leone IV, an. 850 
in Roma 1' anno 85o , e cinque anni appresso perdette il padre , il qua- 
le prima di morire si ritirò ira' Monaci di Prumia , vestì 1' abito Mo- 
nastico , e pianse per pochi giorni i disordini della sua vita passata. 

Ne' secoli oscuri , de' quali ci tocca ora parlare , assai poco potrem- 
mo dire , se lasciassimo indietro alcune memorie ecclesiastiche fortuna- 
tamente sottratte ai denti distruggitori del tempo . Pochi scrittori ci so- 
no , e questi tacciono delle cose di Lombardia , intenti solamente a nar- 
rarci le guerre sostenute da Lodovico negli ultimi fini d' Italia contra 
i Saraceni , o contra i Duchi e Principi di quelle rimote contrade , o 
le sempre ripullulanti vertenze tra esso Re ed i Papi . E certo eh' ei 
pubblicò degli Editti , perchè tutta l' Italia accorresse a seguire le sue 
bandiere, non eccettuando dal militare servigio ne Abati, né Vescovi, 
né Magistrati , e obbligò città e castella a contribuire denari per le sue 
spedizioni , quando felicemente , e quando mal riuscite ; ma niente ab- 
biamo , che queste nostre parti spezialmente riguardi . Dunque per em- 
piere questo vuoto recheremo alcune notizie , che alle nostre Chiese 
appartengono , degne di essere mandate alla memoria delle lettere . 

In primo luogo da un diploma di Lodovico si ha , che Lotario suo 
padre aveva ricevuto sotto la sua protezione la Chiesa nostra Cattedra- 
le , come Lodovico suo padre , e Carlo M. avevano dianzi fatto , esen- 
tandola da alcune imposizioni ed aggravi . E da un' altra carta di lui 
raccogliesi che Lotario a petizione di Notingo Vescovo di Verona do- 
nò all' Abate di S. Zenone la Chiesa di S. Maria , e di S* Tommaso 
posta nel nostro territorio di Sacco con alcune possessioni , le quali ap- 

par- 



Iì6 ANNALI BELLA ClTT^i 

an, 850 partenevano al regio fìsco , salvo 1' obbligo di pagare ogni anno una 
libbra di argento . Non è ben chiaro se questa Chiesa avesse allora an- 
nesso un Monistero , come lo ebbe di poi . Celebre è il nome di No- 
tingo nella Storia Ecclesiastica , poiché Rabano Mauro Arcivescovo di 
Magonza uno de' più dotti uomini di queir 1 età gì' indirizzò una lettera 
sopra la controversia suscitata dal Monaco Gotescalco intorno la Pre- 
destinazione ; ma più celebre ancora lo rendette a' dì nostri la quistio- 
ne agitata con gran calore tra' Letterati Veronesi e Bresciani , negando 
questi , che sia stato Vescovo di Verona , ma sì bene di Brescia . Il 
Signor Canonico Marchese JDionisi (ci) rendette probabile ^opinione 
de' Veronesi ; ma sciolse il nodo della difficoltà il Signor Canonico Lu- 
pi (b) pubblicando un diploma di Lotario dell' anno 843. nel quale 
Notingo è chiamato Vescovo di Verona , sicché almeno sino a quest* 
anno ei tenne la Sede Veronese , trasportato poi a quella di Brescia , 
di che per incontrastabili documenti non si può dubitare . Intorno a 
questi medesimi tempi abbiamo anche noi ne' nostri Dittici un Vesco- 
vo chiamato Notingo : se sia quello stesso passato di Chiesa in Chiesa^ 
od un altro , non si potrebbe decidere. 

Ma tornando al diploma di Lodovico , che originale conservasi nelf 
an, 855 archivio del Duomo , e fu dato da quel Monarca nel suo regale pa- 
lazzo di Mantova 1' anno 855. ci si presentano alcune osservazioni da 
farsi . Egli dice di seguire la consuetudine de' suoi Maggiori , cioè di 
Lotario suo padre, e della buona memoria di Carlo suo avolo, che 
onoravano la Chiesa Padovana della loro protezione , di che sopra s' è 
detto. Carlo però non fu veramente avo diluì, nò atavo , come ei lo 
chiama in altro diploma presso il Muratori (e), ma bisavolo, e per- 
ciò la parola di Avo non dèe esser presa nel suo stretto significato . 
Oltracciò da questo diploma s' impara che allora reggeva la nostra Chie- 
sa Rorigo , o Rorio , Francese di nazione, come apparisce dalla pro- 
fessione della legge Salica , non mai nelle antiche carte chiamato Ro- 
sio , o Roscio , come alcuni moderni ignorantemente credettero . Nò 
maraviglia , che un Francese godesse il nostro Vescovado, quando i 
Principi , che signoreggiavano Padova , erano- anch' essi di quella nazio- 
ne . Notabile innoltre è nel suddetto diploma , che il venerabile uomo 
Rorigo è detto Vescovo della Chiesa di S. Giustina Padovana ; parole 
che diedero occasione ad alcuni di scrivere erroneamente (d) , che quel- 
la Chiesa sia stata della mensa Vescovile, e sede di molti Vescovi . In 
tutto il secolo IX. e ne' seguenti il titolo della nostra Chiesa è stato 
quello sempre di S. Maria, al quale s'è aggiunto qualche fiata l'altro 

di 



(a) De Duobus. 

(6) Cod. Dipi. Berg. 

(0 Diss. XIX. 

(</) Serie Cronol. de'Vesc. di Padora . 



DI P A D O V u£ . 117 

eli S. Giustina padrona secondaria , e quello ancora di S. Daniele M. a*. 855 
come a suo luogo diremo ; nò ciò punto nuoce alla verità dei di- 
plomi . 

Ma se questo è pregiatale assai per la sua indubitata originalità, un 
altro dei medesimo Lodovico , eh' è ricopiato dall' antico , ed esiste nel 
medesimo archivio , e degno di aver luogo in questa mia Storia per le 
belle notizie che ci ha conservate . V'era, in Padova un'Abbazia detta 
di S. Pietro- in palazzo, e apparteneva all' Imperadore ; non si sa quan- 
do fondata . Se fosse d' uomini , o di donne non è ben chiaro , ma è 
probabile che fosse abitata da' Monaci ; perchè a que' tempi , e in que- 
ste nostre contrade i religiosi luoghi erano de' Monaci, come abbiamo 
veduto di S. Giustina, di S. Ilario, di S. Michele Arcangelo di Bron- 
dolo ec. Essa era situata presso il fiume Rodrone, col qual nome chia- 
mavasi in quell' età, ed anche in- alcuni secoli dopo, quel ramo di fiu- 
me, che scorre all'occidente della Città, detto ancora Retrone, e Ro- 
dolone . Non basta : si aggiunge nel. diploma Imperiale , che non. era 
molto discosta dalla sede del Vescovo-. A sì chiari indizj ognuno su- 
bito riconosce la presente Badia, di S. Pietro, ove sino da' primi anni 
dell' undecimo secolo fu piantato dal Vescovo Orso un collegio di Mc^ 
nache. Ciò prova che la sede de' Vescovi non era a S. Giustina, e 
che noi avevamo de' Monaci dentro la Città , e poco lungi dal Duo- 
mo , quando il Muratori non vuole che gli avessimo nemmeno fuori 
di essa se non ai fine del decimo secolo. Ora Turigario successore e 



compagno di Rorio nel Vescovado supplicò Lodovico , che volesse uni- an. 8óó 
re alla mensa Vescovile , e dargli in piena proprietà la prefata Abba- 
zia di S. Pietro, ciò che gli venne conceduto dall' Imperadore col suo 
diploma de' 2. di aprile dell' anno 866 '.. 

Strano potrà parere ad alcuno, che sia poco informato delle antiche 
usanze, che Lodovico abbia donato a Turigario quell'Abbazia con fa- 
coltà di tenerla , o commutarla , e di farne a sua voglia ciò che crede- 
rà più utile alla sua Chiesa, come farebbe di un suo proprio podere. 
Ma in quel secolo s' era introdotto 1' abuso , che i luoghi sacri si ven- 
devano , o si donavano, come pecore e buoi, ad uomini e a donne di 
buona o di rea fama , o si davano in commenda a' militi per premio 
del loro servigio , o si comperavano da' Principi a denari contanti , di 
che abbiamo non pochi esempj . Come quest' Abbazia fosse di ragione 
di Cesare , o in qua! modo il nostro Vescovo 1' abbia ottenuta non può 
sapersi : bensì sappiamo che in questo stesso secolo la suddetta Abba- 
zia non è più abbazia , cioè casa di religiose persone, ma corte, cioè 
massa di case e di campi . Più strana, ancora , come cosa più lontana 
da' presenti costumi, parrà la-* notizia, che nel medesimo tempo due 
Vescovi , ambidue legittimi , Rorio e Turigario governavano la nostra 
Chiesa , due mariti di una sola sposa ; eppure il diploma chiaramente 
lo dice. In esso prima è nominato il venerabile uomo Turigario T^e- 
scovo della S. Padovana Chiesa ? alle suppliche del quale Lodovico 

do- 



Il8 ANNALI BELLA CITTA 

am. S66 donò la Badia ; indi si aggiugne , *&>^ nel presente tempo Rorio pre- 
clarissimo Pontefice governa la Chiesa di Dio . Ecco i due Vescovi 
della medesima Chiesa . Come ciò potesse essere , giacché non v' ha 
dubbio che così lii , cerca 1' Ab. Brunacci nel suo Codice Diplomati- 
co Padovano , opera da lui lasciata imperfetta , e con grande apparato 
di erudizione, e di somiglianti esempj dimostra che ciò non era nuo- 
vo , né inusitato in que' secoli . La brevità , che mi sono proposta , non 
mi permette di entrare in questa materia : se mai verrà alla luce la sud- 
delta Opera , come bramano gli eruditi , potrà vedere il lettore le cose 
da lui addotte . 

Mentre l' Imperadore Lodovico trattenevasi in parti lontane si ebbe 
nell'anno 860. un verno crudissimo nella Lombardia , e nella Venezia . 
Attesta Prete Andrea da Bergamo , che la neve durò cento giorni ne' 
nostri piani , e fu grandissimo il gelo , onde le viti , e gli alberi frut- 
tiferi ne perirono . E gli Annali di Fulda aggiungono che il mare Io- 
nio , cioè l'Adriatico, per guisa si congelò, che i carri e i cavalli an- 
davano su per lo diaccio securamente a Venezia , ciò che vedemmo a' 
nostri giorni anche noi . Benché ciò succeda di rado , essendo d' ordi- 
nario le nostre invernate discretamente fredde, contultociò leggendo le 

nostre storie ho trovato per la stemperata natura degli anni alcuni ver- 
'«: c„~aa:„' — : „„' 1: -„i *» i_ v "D .„ v aj: „ :i 



an. 874 ni freddissimi, ne' quali non solamente la nostra Brenta, l'Adige, e il 
Po si agghiacciarono , ma le lagune intorno a Venezia . Faranno sem- 
pre epoca ne' nostri annali il verno del 1608, e l'altro del 1709. e 
niente meno quelli più recenti degli anni 1755, e 1789. 

Ma tornando a Rorigo abbiamo nell' anno 874. la celebre carta di 
lui , colla quale fondò e dotò uno Spedale presso il Monistero di S. 
Giustina , carta chiamala il testamento di Rorigo , e illustrata maestre- 
volmente dall' Ab. Brunacci (a) . Il S. Abate di Nonantola Anselmo 
aveva dato l' esempio di simili fondazioni , e il - nostro Vescovo volle 
imitarlo . L' atto della fondazione fu scritto nel Monistero , dove allo- 
ra era Abate Cristiano succeduto a quell' Abate Milone , che si ren- 
dette noto per la Bolla di Gregorio IJ^. egregiamente purgata e dife- 
sa dalla squisita Critica del suddetto Antiquario . Ordina pertanto Ro- 
rigo , che i Monaci debbano alimentare ogni giorno tre poveri , e nel 
suo anniversario quaranta tra Sacerdoti e Leviti, e nel dì appresso diano 
un pasto a cento mendici . Per dote poi del suddetto Spedale , e per 
lo mantenimento de' Monaci , che ivi dovranno abitare a servigio de' 
poveri dipendentemente dall' Abate , assegna molti beni nel distretto di 
Monselice , nel Vicentino, e nel Padovano, e dentro la Città la Corte 
di S. Pietro col suo Oratorio , eh' è quella medesima che vedemmo po- 
co dianzi essere stata Badia , ora secolarizzata , e divenuta fondo pro- 
fa- 



ni) Ex pi. Chart. S. T. 



DI PADOVA. 119 

fano . Altri fondi innoltre dona al Monistero, che sono confermati all' an. 874 
Abate Arder ico tre secoli dopo in una Bolla di Alessandro ILI. Né 
contento il buon Vescovo di sì ampie donazioni dona per rimedio dell' 
anima sua al suddetto venerabile luogo quaranta e più servi , uomini e 
donne : già sanno gli eruditi , eh' era in uso a que' tempi la servitù , 
e che facevasi spezialmente da' Veneti grande mercatura di schiavi , co- 
me si fa oggi da altre commercianti nazioni de' Negri dell' Africa . A 
tal donazione dà il suo assenso Ercomario Avvocato del Vescovado , 
che non significa già un Legista , come a' dì nostri , ma un difensore 
e proteggi! ore ; nobile ed illustre ufficio di antica istituzione, che durò 
nella nostra Chiesa per molti secoli , e che in altre più riguard evoli della 
nostra fu sostenuto da' Principi . Finalmente si sottoscrivono i Canonici 
della Cattedrale , che dopo la loro istituzione ora per la prima volta ci 
si fanno conoscere, e fra essi l' Archidiacono, il Prevosto, l' Arcario , 
o Tesoriere , e il Primicerio principali per dignità . A questi succedo- 
no i testimoni parte Franchi e parte Alemanni, nomi stranieri e bar- 
bari, e più barbaro ancora ed orribile è il nome del notaio chiamato 
Vlfari , che tiene più del Gotico che del Longobardo. Osserva un in- 
gegnoso e riflessivo scrittore , che nelle successive rivoluzioni d' Italia 
non solamente le provincie hanno variato il nome, ma i fiumi, i la- 
ghi , i mari , e gli uomini stessi , che di Cesari e di Pompei , Pieri , 
Giovanni, e Matlei diventarono; ma egli poteva aggiungere, che que- 
sti di poi si cambiarono in Ingelbaldi, Vandeberti , Ranoardi , Grau- 
semanni , Wireok , ed altri più strani ancora, e questi medesimi do- 
po una lunga serie di anni andati in disuso diedero luogo novellamen- 
te ai Pieri , e a' Giovanni . 

Neil' 873. secondo la storia esatta di Prete Andrea tornò 1' Impe- 
radore Lodovico dalle parti dell' odierno regno di Napoli , dove ebbe 
varie vicende , e non sempre felici , e fermossi in Lombardia , come si 
ha da' suoi diplomi ; nel qual anno un esercito di locuste sbucato dal 
Vicentino recò immensi danni alle Italiane contrade , divorando non 
pur le biade, ma fino le foglie degli alberi, e le erbe de' prati . Lo 
stesso flagello provò la Germania , e tanto fu il numero di quegl' inset- 
ti , che volando per 1' aria oscuravano la faccia del sole . Racconta G/o- 
vanni Lancio (a), che l'anno i5y3. andò soggetta l'Italia a simile 
disavventura ; e da altri scrittori abbiamo che negli anni i33g. i357« 
una fiera pestilenza fece nel Piemonte ed in altre provincie d' ogni ge- 
nerazione grandissima mortalità , la quale ebbe origine dalla putrefazio- 
ne degP immensi stormi di cavallette , che coi loro morti cadaveri in- 
fettarono 1' aria (F) . Corse un somigliante pericolo la Marca Trivigia- 

na 



(a) Epist. 81. 

(£) Segni nella Stor. Fior. 



120 ANNALI DELLA CITTA* 

an. 874 na Tanno 1S42. quando da Levante per la Schiavonia venne volando 
un nugolo grandissimo di locuste , che consumando ogni verdura do- 

an, 875 vunque passavano, si posarono ne' nostri terreni; ma la pronta provvi- 
denza de' Veneziani impedì che nessun danno ne provenisse alla comu- 
ne salute . 

Due soli anni sopravvisse Lodovico appresso il suo ritorno , poiché 
il dì dodicesimo di agosto dell' anno 875. morì ne' contorni di Brescia 
dopo 32. anni di regno , non lasciando prole maschile di ^4ngelberga 
sua moglie . Fu seppellito in quella città nella Chiesa di S. Maria , ina 
poi di là fu solennemente trasportato a Milano, così ordinando quell' 
Arcivescovo , ed ebbe sepoltura nella Basilica di S. Ambrogio : e que- 
sta sua morte secondo la fallace popolare opinione fu presagita da una 
cometa , eh' era comparsa nel giugno dell' anno innanzi . Grandi enco- 
mj fanno di questo Principe gli storici di que' tempi . Egli fu buono e 
misericordioso , inclinatissimo alla giustizia , difenditore delle Chiese , 
padre degli orfani, e de' pupilli. ? datore delle sue ricchezze per Dio . 
Pubblicò alcune saggie leggi , che furono inserite nel Codice Longobardo . 
Regnando lui nessun turbine di guerra offuscò il sereno , che godeva- 
no le nostre città ; se non che l' anno 866. volendo congregare una gran- 
de e poderosa oste contra de' Saraceni , i quali si erano stabiliti nel re- 
gno di Napoli , promulgò un rigoroso editto per l' Italico regno , che 
tutti dovessero prender 1' armi , come sopra si è detto ; ciò che pose in 
grande scompiglio le intere provincie . Ma di udngelberga sua moglie 
parlano gli Storici con altro linguaggio , dicendo eh' era odiata dagl' Ita- 
liani, perchè non si sarebbe potuto decidere qual fosse più se superba, 
od avara . 

Succeduta la morte dell' Augusto Lodovico i Magnati d' Italia Du- 
chi , Marchesi e Conti si congregarono in Pavia , e presente la vedo- 
va Imperatrice deliberarono su 1' elezione del nuovo Re . Due erano gli 
aspiranti al regno d' Italia , Lodovico Re di Baviera , e Carlo Calvo suo 
fratello ; e quegli come primogenito de' discendenti di Carlo M. pareva 
che in vigore della legge Salica vi avesse maggior diritto . I Magnati 
però con accortezza politica offerirono per segreti messi il regno ad en- 
trambi ; ma Carlo -non avendo aspettato l'invito, sentita appena la mor- 
te di suo nipote, calò in Italia ben provveduto d' oro, e con grosso eser- 
cito per avviarsi verso di Roma; quando avendo inleso che Carloman- 
no figliuolo di Lodovico era sceso da' monti di Trento con poderose 
forze per. entrare nella Lombardia, subito tornossi indietro. Nel tem- 
po medesimo Berengario Marchese del Friuli , figlio di Ebcrardo , 
successore di Unroco suo fratello in quel Marchesato, entrò in campo 
ancor esso sotto colore di voler sostenere i diritti del Re di Germania . 
con numeroso stuolo di armati passando per le nostre contrade (a) 

an- 

(a) Andr. in Chron. 



DI PADOVA. Iti 

andò a portare lo spavento e la desolazione ne' territorj di Brescia e AN . 87$ 
di Bergamo , costringendo gì' impauriti abitanti a nascondersi ne' bo- 
schi , o negl' inaccessibili gioghi delle montagne . Egli Longobardo di 
origine ebbe a madre Gioia figliuola dell' Imperadore Lodovico Pio f 
e sorella di Lotario , onde essendo dal lato materno così Stretto con- 
giunto de' Carolingi forse sperò in mezzo al tumulto della guerra civi- 
le , e tra gli opposti partiti de' due litiganti di giugnere al trono ; ma 
gli andò fallito il disegno (a) . Imperciocché i due pretendenti venne- 
ro ad un abboccamento su le rive del fiume Brenta, nel quale Car- 
lomanno lusingato dalle ingannevoli promissioni deli' altro ritornò colia 
sua armata in Germania , onde il suo emolo potè andare liberamente 
a Roma, dove fatti preziosi doni alla Chiesa di S. Pietro ricevette da 
Papa Giovanni Vili, la corona Imperiale . Noi saremmo obbligati di 
molto al Cronista Andrea , che ci ha conservato questa memoria , se 
avesse notato il sito preciso , dove seguì il suddetto colloquio , che 
ha liberato l' Italia da' gravi disastri di una guerra civile . Io però con- 
ghietturo , «he possa essere succeduto là dove la Brenta comincia a 
uscire dalle angustie de' monti , e dove sorse in progresso la città di 
Bassano , 

Tornato Carlo da Roma si trattenne in Pavia , ed ivi congregò la 
dieta del regno d' Italia , die dopo i Re Longobardi non era stata più 
convocata , e v' intervenne f Arcivescovo di Milano con moki Vesco\H / 
e Abati. In essa da' Prelati e Signori fu riconosciuto Re, di che egli w «7 
contento fece ritorno in Francia , avendo prima dichiarato Duca di Lom- 
bardia JBosone fratello di Richilda Imperatrice sua moglie , il quale di 
poi avendo sposata Ermengardu figliuola unica dell' Imperadore Lodo* 
vico In processo di tempo divenne Re di Provenza. Alla suddetta die- 
ta di Pavia nessuno de' Vescovi della Venezia fu presente , tranne il 
Veronese , onde si può conghietturare , che le nostre città non avesse- 
ro ancora approvato V elezione di Carlo il Calvo , e forse Berenga- 
rio , siccome quegli che aveva favoreggiato il partito del Re Germani- 
co , non permise ai Vescovi d' intervenirvi . Morì poco appresso , cioè 
nelP agosto dell' 876. Lodovico Re di Germania lodatissimo Principe , an. Sj6~ 
e Carlomanno suo figlio , detto dagl' Italiani Carletto , discese nel Ve- 
ronese con fiorito esercito per vendicarsi della beffa , che gli aveva fatta 
suo Zio su le rive della Brenta. Ma questi ancora sollecitato dalle re- 
plicate istanze del Pontefice era calato dall' alpi di Francia con nume- 
rosa armata affine di combattere i Saraceni , i quali nell' estreme parti 
d' Italia mettevano a sacco e fuoco quelle città , e minacciavano la stes- 
sa Roma . Pare cosa da non la credere , che que' due discendenti dì 
Carlo M> sieno stati tanto codardi e pusillanimi , che avendo V uno in- 
teso 



(a) Idem ibidem 

Q 



122 ANNALI BELLA CITTA 

an. 8 7 8 teso la venuta dell' altro , presi da subitano spavento abbiano entrambi 
abbandonato con frettolosa fuga P Italia , ritirandosi Carlomanno in Ba- 
viera , e avviandosi P altro verso la Francia , dove non potè arrivare j 
poicbò passando il Moncennisio morì, avvelenato, come risuonò la fa- 
ma , dal proprio medico . 

Succedette nel regno d' Italia Carlomanno , e lo tenne diciotto mesi t 
Principe di stretti e scarsi talenti , e malaticcio , cbe lasciò le provincie 
in piena balia de' Governatori , se con vantaggio , o con danno di esse 
è facile imaginarselo . Accresciuti i suoi malori , e avendo per una pa- 
ralisi perduta la loquela quasi del tutto , onde inabile fu giudicato al 
governo , Carlo detto il Grosso venne in Italia , e dispose gli animi 
de' Magnati ad eleggerlo Re , come avvenne , per opera principalmen- 

an. 880 te di Ansperto Arcivescovo di Milano , ne' primi giorni dell' anno 880 , 
alcuni mesi prima che suo fratello morisse . Insieme colla corona d' Ita- 

an. 881 lia ottenne in Roma nell'aprile dell'anno seguente anche quella Impe- 
riale , e fii riconosciuto Imperatore sotto il nome di Carlo il Crasso , 
o di Carlo III. Stando egli in Ravenna , secondochè nota il Dan- 
dolo , riconfermò per cinque anni i patti , che altrove abbiamo accen - 
nati , tra i Veneti , e i popoli del regno Italico . Vedemmo , che nel- 
la precedente confermazione erano ommessi i Padovani, ma in questa 
ci sono nominati , e insieme con essi i Monselicani (a) . Quantunque 
per la morte de' suoi avesse egli ampliato il suo dominio con altri sta- 
ti, e fosse cresciuto in potenza, non seppe per sua dappocaggine raf- 
frenare in Italia lo smoderato potere de' Primati Lombardi , che rical- 
citravano agi' Imperiali comandi ; e malavveduto nella scelta de' suoi con- 
fidenti e ministri , a' quali ne aveva affidato il governo , eccitò , colpa 
di loro , ribellioni e tumulti in Italia , poi disamore ed odio contra di 
se ne' Baroni del regno Franco , per guisa che discontenti di lui , fat- 
ta congiura , lo privarono del trono , alla quale non aspettata disavven- 
tura poco tempo sopravvisse P infelice Monarca . 

Restò spenta colla morte di lui la signoria de' Franchi in Italia , che 
principiata da Carlo M. ebbe fine in un altro Carlo pronipote di lui . 
Per tutto questo spazio di tempo non fummo infestati da nemici ester- 
ni , e le città della Venezia all'ombra della lunga pace godettero uno 
stato tranquillo , esenti da quelle gravi calamità , che ne' tempi innanzi 
le avevano oppresse , e che per P estinzione del dominio Francese so- 
pra di esse piombarono novellamente. La morte di Carlo il Grosso 
è stata la fatale fiaccola , che accese un grande incendio di guerra nel- 
la Gallia , nella Germania , e in Italia . Aspiravano al possesso di que- 
sta bella parte di Europa due potenti Principi , Berengario Marchese 
del Friuli , e Guido Duca di Spoleti , per tacere di Arnolfo figlio non 

le- 



(*) Cod. Trivisan . 



DI PADOVA. 123 

legittimo di Carlomanno . Egli pare che tra' due concorrenti Guido e AN . 888 
Berengario sì fosse fatto un accordo , che qualora Carlo il Grosso ve- 
nisse a morire quegli si procaccierebbe il regno di Francia , e Beren- 
gario quello d' Italia . Infatti il Duca di Spoleti appena sentita la mor- 
te di quel Monarca andò a Roma , e col favore del Papa , e lusinga- 
to dalle promesse di Folco Arcivescovo di Rems suo congiunto passò 
in Francia , credendo agevole P acquisto di quel reame , al quale aveva 
diritto , come Francese d'i origine , e parente di que' Reali . Intanto che 
egli colà trattenevasi negoziando , Berengario rimaso senza competito- 
re fu eletto pacificamente Re d' Italia da molti Principi del regno , e 
coronato in Pavia da Anselmo Arcivescovo di Milano nel febbraio 
dell' 888 . 

Deluso Guido nella sua aspettativa , poiché i Francesi gli antiposero 
il Conte Odone , ritornossi d' improvviso in Italia , e dimentico de' suoi 
patti si apparecchiò a detronizzare P emolo suo Berengario . Vennero 
ì due competitori a giornata nel contado di Brescia verso la fine di 
quest' anno , e la fortuna si dichiarò per Berengario , che rimase pa- 
drone del campo nemico , come racconta P Anonimo Panegirista , di 
cui P unico e solo antico esemplare da me veduto e considerato si con- 
servava gelosamente nella libreria de' nostri Canonici Lateranesi con al- 
tri stimabili MSS. che furono trasportati altrove , onde si avverasse a' 
dì nostri ciò che a' tempi de' Romani avveniva , i quali colle spoglie 
delle città suddite arricchivano la Capitale . Ma , lasciando di più dire 
su questo argomento , nel tempo stesso discendeva Arnolfo in Italia 
con grossa oste per impadronirsi del regno, e conoscendosi il nuovo 
Re molto inferiore di forze gli si presentò in un castello del Trenti- 
no con sommessione e preghiere , e promettendogli vassallaggio otten- 

ne da lui che ritornasse oltre P alpi . L' anno seguente però ostinato an. 88$ 
Guido ne' suoi disegni , avendo raccozzato un novello esercito , diede 
battaglia a Berengario presso la Trebbia , e con grande mortalità d' am- 
bedue le armate lo vinse , onde poi soggiogato Milano , e le città della 
Lombardia fu il vincitore da molti Vescovi e Magnati o per tema, o 
per adulazione acclamato J\e , e incoronato in Pavia , al quale onore 
da lui ricevuto Stefano P . aggiunse P altro della corona Imperiale nel 
febbraio dell' 891. Berengario nulladimeno non fu spogliato interamen- an, 891 
te del regno : egli si tenne forte in Verona , e le città della Venezia 
ubbidivano a lui, come s'impara da' suoi diplomi. Morì frattanto Pa- 
pa Stefano Tf. e gli succedette Formoso , uomo celebre nella Storia 
Ecclesiastica per le sue avventure , e questi ne' primi mesi dell' 892. 
conferì la dignità imperiale anche a Lamberto figliuolo di Guido . 

^ Le cose di Berengario andavano peggiorando per modo , eh' ei si 
vide costretto di ricorrere per aiuto ad Arnolfo, a cui dianzi aveva 
prestato omaggio . Mosso questi dalle istanze di lui spedì un esercito 
in Italia sotto il comando d' un suo figliuolo , che avendo inutilmente 
assediato Guido in Pavia, tanto bene si seppe egli difendere, inglorio 

ri- 



124 'Ati.Hji.ll DELL.A CITtJ 

an. %i ri t omessi in Germania . Ma crescendo il pericolo , e temendo* Beren- 
gario di dover tutto perdere, andò egli stesso alla Corte di Arnolfo , 
e caldamente lo pregò che volesse aiutarlo ,. promettendogli che , se aves- 
se- potuto coli' armi di lui acquistare tutto il regno d" Italia , al suo do- 
minio sottomesso lo avrebbe . Anche Papa Formoso per lo stesso fine 
gli mandò Ambasciatori malsodisfatto di Guido, e del suo governo . 
Ad istigazione pertanto del Papa e di Berengario avendo Arnolfo adu- 
nato una numerosa armata di genti Alemanne se ne venne in Italia nel 

an. 894 gennaio dell' 894 ,. e fu ricevuto splendidamente in Verona dal Re vas- 
sallo; indi andò a Brescia, che gli aperse le porte y e prese di assalto 
Bergamo, che fedele a Guido a lui volle resistere , commettendovi in- 
audite e barbare crudeltà . Tanto terrore entrò allora negli animi degl' 
Italiani, che le città anche più lontane lo riconobbero per Sovrano^ 
Disegnava egli di andare a Roma, ma per la pestilenza, che ridusse 
quasi a niente le sue masnade , dovette retrocedere in Alemagna . Sul 
terminale di quesf anno compiè Guido il corso della sua vita r e con- 
tinuò nella dignità imperatoria Lamberto di lui figliuolo ,. di cui discon- 
tento il sommo Pontefice Formoso richiamò Arnolfo in Italia , che ci 

*m 895 giunse nell'autunno deir8(),5. Oscura molto e confusa è la storia di 
questi tempi per la scarsità , e poca esattezza degli scrittori ; contutto- 
ciò egli pare verisimile, che Berengario temendo della sua vita sia fug- 
gito dalle mani insidiatriei di Arnolfo , abbandonando il suo regno , 
che poco appresso ricuperò . Volle la buona fortuna di lui , che il Re 
Tedesco , dopo avere espugnato Roma per forza , e costretto il Papa 
a fregiarlo della corona Imperiale, venisse sorpreso da gravissima ma~ 
kttia , per cui fu mestieri che sollecitamente retrocedesse in Lamagna* 
Allora Berengario col favore de' popoli racquistò il suo reame , e , fat- 
ilo accordo , ritenne peic se tutto il paese di qua dall' Adda, che un tenv 
pò formava il dominio Veneto in terraferma, e cedette il rimanente a 
Lamberto , il quale ucciso, due anni dopo da man traditrice nel fiore 
degli anni gli lasciò libero il possedimento di tutto il regno . U anno 
appresso- morì anche Arnolfo oppresso da' suoi malori, già spogliato 
da Papa Giovanni IX. del titolo d' imperatore , che per violenza ave- 
va ottenuto , e lasciò di se in Italia una detestabile ed esecranda me- 
moria . 

Una guerra, civile così lunga , e con tante e sì diverse vicende è sta- 
la la funesta sorgente d' infiniti mali all' Italia . L' ignoranza , che non 
potè essere stirpata dalle provvide cure di Carlo M. e di Lotario suo 
nipote, si abbarbicò tanto profondamente, e tanto si dilatò, che pro- 
dusse pestiferi frutti . La ferità , e la barbarie in ogni parte regnavano 
imperiosamente , la cieca, superstizione in luogo della illuminata pietà ; 

AN 8 > 7 i costumi erano corrottissimi , i delitti senza rimorso o castigo ; le sirs- 
nate violenze pròve d' animo generoso , la simonia e l' incontinenza ap- 
pannaggio del Clero;, il Monachismo decaduto dall' antico fervore, Aba- 
ti e Vescovi compratori de' Vescovadi , e delle Badie , quanto più ric- 
chi , 



JD / i> A D C ) V A .- 125 

chi, tanto più molli e sfarzosi alla foggia de ? secolari nelle mense, ne' AW .. 897 
vestimenti , ne' servi : armati anch' essi di corsaletti , e di spade ne' san- 
guinosi campi di Marte . Si aggiunga che per guadagnare partigiani co- 
minciarono i Re contendenti ad infeudare private persone di terre e ca- 
stella , esentandole dalla giurisdizione delle città , perchè avvenne che i 
squarciati i territorj , s' empiè l' Italia di tirannelli , i quali reggendosi 
alla maniera di padroni assoluti opprimevano i loro sudditi , e insolenti- 
vano co' vicini . Non già che mancassero del tutto alcuni esempj di ve- 
race virtù , e di religiosa pietà ; ma generalmente parlando tale era l' in- 
felice stato d' Italia sul fine di questo secolo , e principalmente nelP al- 
tro , di cui parleremo . Tutte queste cose ho brevemente toccate prima 
di raccontare alcune azioni di Berengario , che riguardano in modo 
particolare la nostra Città. 

Abbiamo un diploma di questo 1 Re dato nel mese di maggio dell' ot- 
tocento novantasette , col quale dona a Pietro nostro Vescovo e suo 
Arcicancelliere la Corte di Sacco adiacente alle acque marittime posta 
nel Contado- di Trivigi , la quale era del regio dominio , ossia della Ca- 
mera dei suo palazzo. Molti Arcicancellieri ebbe Berengario, seguen- 
do il costume praticato da' suoi antecessori di valersi in quell' importan- 
te ufficio di persone ecclesiastiche , Abati , Arcicappellani , Veseovi, Ar- 
civescovi , i quali atteso il loro sacro carattere erano meno esposti ai pe- 
ricoli dell' interesse , e più strettamente obbligati a fedelmente adempie- 
re i doveri del loro ministero . L'Abate Biemmi (a} nella sua Storia 
di Brescia registra il nostro Pietro insieme con* Ade/ardo Vescovo di 
Verona , Vitale di Vicenza , e Ardengo Bresciano , ma non seppe in- 
dovinare qual fosse la sede Vescovile di lui , poiché 1' Orsato (ti) as- 
sai scorrettamente pubblicò quella carta . Sino dall' anno 888. che fu il 
primo di questo Re (e) , in un diploma di lui a Pietro Tribuno Do- 
ge di Venezia è nominato Pietro Cancelliere , ed è molto probabile 
che questi sia quel medesimo eletto di poi Vescovo di Padova , e in- 
nalzato al grado di Arcicancelliere . Undici anni dopo abbiamo un al- 
tro- Pietro , il quale è cancelliere ad vicem Petri episcopi , et ar chi- 
cane ellarii . A conoscere ehi questi fosse i nostri Dittici ci danno lu- 
me , ne' quali sono registrati due Vescovi Pietri che si succedono , uno 
de' quali da lato di donna era zio dell' altro , come in un' antica car- 
ta si 1 legge . 

Mi pare pertanto credibilissimo che assunto iì primo Pietro all' 0- 
norevofe ufficio di Arcicancelliere abbia introdotto nella regia Corte il 
nipote , e col favore eh' ei godeva presso il Regnante , procacciato a 
lui l' impiego di Cancelliere , indi morendo lo abbia avuto successore 

nel 



00 Tom. 2; 
(£) Stor. di Pad, 
(0 Cod> Trivis. 



126 ANNALI DELLA CITTA 

~ax. Sw nel Vescovado di Padova. A tal proposito non so se sia più degno 
di riso , o di compassione il moderno Autore , che ci diede la Serie 
cronologica de' nostri Vescovi. Quanti strafalcioni in pochi versi ! E- 
gli dice primieramente che la donazione della Corte di Sacco fu fatta 
ad Osbaldo , mentre è indubitato che fu donata al Vescovo Pietro : 
egli mette il fiorire di questo Pietro da lui detto IL all' anno g33. 
quando visse molto prima, e colloca falsamente il Terzo Pietro fuori 
di luogo, cioè sotto il regno d'i Berengario II, Non basta; vuole e- 
gli che fosse della famiglia Picacapra , ignorando che in quel secolo 
non erano ancora in uso i cognomi ; e per ultimo P onora col titolo 
di Beato , seguendo ciecamente 1' autorità del Canonico Scardeone (a) , 
che esalta l'ardore della fede di questo Vescovo contea gli Ariani, i 
quali non si sa per veruno autentico documento che allora infestassero 
la nostra Chiesa . Io per comando dell' Autore suddetto , mentre egli 
si accingeva a queli' opera , ho scritto una non breve Memoria , colla 
quale secondo i lumi della buona Critica gli diceva in qual modo per 
mio avviso ei dovesse trattare quelP argomento , quali scrittori seguire % 
e quai no , da che guardarsi , di che tacere : fu tempo perduto ; egli 
lesse quello Scritto, e né punto, né poco se ne giovò . 

Ma lasciando quella Serie Cronologica , che può chiamarsi la Stalla 
di Augia; tanto è piena zeppa di errori non perdonabili ; torno al Ve- 
scovo Pietro per dimostrare quanto ei fosse caro ed accetto al nostro 

an. 898 Re Berengario , Mentre bolliva la guerra civile , che abbiamo com- 
pendiosamente descritta , Ageltrude donna di gran cuore , e di pari fe- 
rocità , consorte di Guido , e madre di Lamberto sosteneva le loro ra- 
gioni contra di Berengario coli' opera e col consiglio , soffiando sem- 
pre nel fuoco della discordia . Essa rimasa vedova parte colla forza 
dell'armi, parte con ingannevoli sagaci modi allontanò Arnolfo da Fer- 
mo , o come altri dicono da Spoleti , dov' egli aveva fatto disegno di 
tenerla assediata . Perduto il marito e il figliuolo quell' altera donna si 
raumiliò , e afflitta dalle sue domestiche disavventure , cercò , benché 
tardi , 1' amicizia di Berengario colla mediazione del nostro Vescovo 
Pietro , al quale ebbe ricorso come a persona autorevole presso il Mo- 
narca. Egli s'interpose a favore di lei, e ottenne da lui, Principe cer- 
tamente di buona natura , ciò che essa desiderava . Ce un diploma di 
questo Re dato in Reggio di Lombardia il dì 1 . di decembre dell' 898. 
col quale promette di esserle amico , e le conferma tutti i suoi beni o 
proprj i o ad essa donati sì dal marito che dal figliuolo , e non tace 
che Pietro era stato il mediatore di tale riconciliazione . Vescovi co- 
siffatti governavano allora la nostra Chiesa . 

S' è detto che Pietro ebbe in dono da Berengario la Corte di Sac- 
co , 



(«) De Antiq. Pat. 



DI PADOVA. 127 

co , la quale era del regio fisco : non si creda però che intllolandosi'^TTs^ 
ora il nostro Vescovo Conte di Pieve di Sacco, sia stato allora quegli 
investito della sola signoria di quella Pieve , presentemente castello. Tut- 
ta quella Corte gli fu donata , che molte ville abbracciava , estendendo- 
si sino alle acque salse , e si chiamava ancora Sacisica . E se sopra ab- 
biamo affermato non essere ancora venuto il tempo , nel quale gì' Im~ 
peradori ed i Re donavano ai Vescovi il dominio delle città, non ne 
segue che non donassero delle Corti, di che, oltre il nostro, abbiamo 
in questo secolo non pochi esempj . Non è poi chiaro bastevolmente 
qual diritto concedessero ai Vescovi con somiglievoli donazioni , imper- 
ciocché egli pare , che si riserbassero sopra di que' popoli qualche do- 
minio . Ma l'orse verrà V occasione di parlarne ne' seguenti secoli . In- 
tanto cercheremo onde possa essere venuto , che quella Corte L'osse in 
que' tempi compresa nel distretto di Trivigi . Io non farò che trascri- 
vere uno squarcio di una Memoria da me letta a questa Regia Acca- 
demia sopra i cambiamenti avvenuti al nostro distretto ne' tempi di mez- 
zo , dopoché con un' altra aveva trattato dell' estensione dell' agro Pa- 
dovano negli alti secoli . Non v' ha dubbio che il territorio di Monse- 
lice si estendeva inverso Padova, e che le città confinanti avevano usur« 
pato una buona porzione del nostro . Allora la maggior parte de' no- 
stri colli era computata nel Contado di Vicenza , e vi era compresa an- 
che la villa di Limena , onde nacquero le pretensioni del Vescovo Vi< 
centino sopra di quella Chiesa . D' altra parte i Trivigiani si avevano 
ingiustamente appropriata la bella provincia di Sacco , e quei distretti 
che ora formano i Vicariati di Mirano , e di Oriago, e la Podestaria 
di Camposanpiero , arrivando colla loro giurisdizione a Vigonza , a Sa- 
leto , a Vigodarzere , quasi sotto le porte della Città . Ma come , e don- 
de mai tale menomamento e diminuzione del nostro contado ? Chi è 
versato nella storia de' tempi non se ne fa maraviglia , ben sapendo non 
esservi alcuna città, nel cui distretto o anticamente, o ne' secoli di mez- 
zo non sieno accaduti de' notabili cangiamenti . 

Volendosi investigare pertanto da quali cagioni abbia avuto origine 
lo smembramento del nostro territorio conviene risalire a quel tempo , 
nel quale i Longobardi condotti da Alboino occuparono la Venozia . 
Abbiamo notalo sopra , che Padova e Monselice allora fecero fronte 
all' armi de' barbari . Ma perciò appunto Vicenza e Trivigi signoreg- 
giate da Duchi di quella nazione , spezialmente dopo la morte di C/e- 
fo , riguardando la nostra Città presidiata da' Greci come loro nemica , 
avranno invaso il suo territorio, sì per essere luogo aperto, e non di- 
feso da fiumi , o da monti alpestri , sì ancora perchè i Greci che era- 
no in Padova di guarnigione , conciossiachè fossero lontani da Raven- 
na per trarne soccorsi , e circondati da nemiche città , non potevano 
avere forze bastevoli per campeggiare , e impedire le occupazioni e le 
ostilità . Veramente nessuna memoria ci è rimasa di questi fatti, man- 
candoci ogni lume di que' secoli tenebrosi ; ma è molto ragionevole il 

ere- 



128 ANNALI BELLA CITTA* 

isr. 8^8 credere , che in colai modo andata sia la bisogna . Caduta poi Pado- 
va nelle mani di Agilulfo sbandirono i cittadini , né più si pensò per 
lunga pezza di tempo , attese le infelici circostanze della Città , a ricu- 
perare il perduto distretto . 

Rimaso Berengario solo e senza competitori , perchè l' Italia non 
dovesse posare tranquilla, ne trovò un altro in Lodovico Re di Pro- 
venza figliuolo di quel B sofie , che vedemmo essere stato marito di 
Ermengarda nata dell' Imperadore Lodovico IL Alcuni Principi Ita- 
liani della fazione di Guido e Lamberto , e ciò che dee far maravi- 
glia , lo stesso Adalberto Marchese d' Ivrea , e genero di Berengario 
si avvisarono di chiamare Lodovico in Italia , il quale vi diseese con un 
esercito de' suoi Provenzali . Ma inteso avendo ohe Berengario con 
poderose forze andava ad incontrarlo per prendere con lui battaglia , 
mosse per segreti messi ragionamento di accordo , e il buon Berenga- 
rio vi acconsentì , e gli permise di tornarsene indietro , purché giuras- 
se solennemente , che non sarebbe più' ritornato in Italia . In questa 
occasione ricevette il nostro Re un grande rinforzo di genti da Adal- 
berto IL Marchese potentissimo di Toscana , cui -con molti e preziosi 
doni avea guadagnato . Il Muratori (a) vuole ehe ciò sia succeduto nel 
goo , ma il Canonico Lupi (li) con fotti ragioni sostiene , che questa 
N . S99 prima venuta di Lodovico si debba assegnare all' anno 899 . Vedremo 
che scordatosi egli delle sue giurate promesse ritornò ben presto in Ita- 
lia ; ma ci conviene prima parlare della discesa degli Avari , o sia Un- 
gri in Italia, onde danni sopra danni ne derivarono spezialmente alla 
mostra Venezia . 

Erano usciti costoro dalla Tartaria Asiatica , donde altre generazioni 
di barbari erano venuti in Europa , e si fermarono nella Transilvania , 
e nella Ungheria , alla quale diedero il nome . Simili agli Unni , che 
ftirono distrutti da Carlo M. erano efferati e erudeli ; non arti aveva- 
no , uè commercio , non altri esercizj die caccia e guerra , non altre 
voglie che far sangue e bottino . Arcieri esperti tiravano freccie lonta- 
nissimo , e cavalcavano cavalli piccoli , ma velocissimi . Sudicj e sporchi 
si coprivano di cuoi non conci , o di corte pelliccie , elmo , o corazza 
non conoscevano , né .case , dove abitare , servendo loro di albergo car- 
ri coperti di pelli , o 6tanze sotterra , a cui paglia e letame facean co- 
perchio . Loro cibo saporito era la carne cruda di cavallo , e loro gra- 
ta bevanda latte agro , e cervogia . Religione non avevano , o questa 
era una spezie di paganesimo . Tali erano a que' tempi gli Ungheri . 

Ora questa crudelissima gente, che aveva prima saccheggiate alcune 
provincie della Germania , venne all' alpi Giulie per penetrale in Italia , 

do- 



(a) Annali . 

O) Ced. dipi. I. * 



DI PADOVA. 129 

dove innanzi aveva mandato alcuni ad esplorare la natura del paese . AH . s 99 
G é grande quislione tra gli eruditi se questo avvenimento si debba ri- 
ferire all' anno S99. come racconta il Monaco Nonantolano seguito da 
molti, o all'anno 900. come altri accreditati autori asseriscono . Io non Aì{ , 9 <>o 
entrerò ad esaminare le ragioni di una parte e dell' altra per non de- 
viarmi troppo dai mio cammina ; giacché ciò non appartiene alla so- 
stanza della cosa . Vennero pertanto gli Ungheri , e senza trovare osta- 
colo attraversarono la Venezia per gire in Lombardia , lasciando im- 
pressi in ogni parte funesti vestigj di furore , e di crudeltà . Beren- 
gario sorpreso alla venuta di tante genti straniere radunò un esercito 
assai più numeroso di quello degli Ungheri , e costrinseii a ripassare 
1' Adda , dove molti affogarono , inseguendoli sino alle rive della nostra 
Brenta . Quivi trovandosi in partito pericoloso offersero al nostro Re 
di restituire tutti i prigionieri , e tutto il bottino latto , obbligandosi di 
non più tornare in Italia , di che darebbono statichi i loro figliuoli . 
Non accettò Berengario mal consigliato 1' offerta , né volle ascoltare 
proposizioni d' accordo , forse eslimando che sarebbero stati costretti di 
arrendersi a discrezione . Replicarono le loro istanze , ma il Re stette 
fermo nel rifiutarle . Allora la rabbia e la disperazione accrebbe il lo- 
ro furore , sicché valicata la Brenta diedero addosso improvvisamente 
ai Cristiani , i quali senza verun timore o addormentati poltrivano ., © 
disarmati sedevano a mensa, e ne fecero tanto orribile macello., che 
vi morì meglio di ventimila persone, fuggendo gli altri a precipizio 
dove loro dettava 1' animo , insieme con Berengario , .che frettoloso ri- 
parossi a Verona» 

Dopo questo disastro , che avvenne nelF agosto di quest' anno, com'è 
probabile , e forse nelle pertinenze di Fontaniva , a guisa di torrente f 
che soverchiati gli argini spande per le campagne la piena delle ster- 
minatrici sue acque , corsero infuriati que' barbari ardendo e depredan- 
do ville e castella; e lasciando da parte le devastazioni sofferte da no- 
stri vicini , abbiamo dall' antico Scrittore della Invenzione del Martire 
S. Daniele , che incendiarono la Cattedrale , e la Basilica col Moniste- 
ro , e lo spedale di 3, Giustina , luoghi sacri situati fuori della Città ; 
menarono seco Je Monache a sfogo della loro libidine , le quali secon- 
do F antico uso insieme co' Monaci a Dio servivano ; scannarono i cit- 
tadini , o prigionieri se gli condussero , sicché Padova tutta fu guasta 
da depredazioni , da incendj , ed ammazzamenti . Quindi è venuto che 
avendo i Monaci in tale incredibile trambusto e travaglio nascosti sot- 
terra i corpi de' Santi che nella Chiesa di S. Giustina giacevano , so- 
pravvenendo poi negli anni seguenti nuove incursioni di que' feroci pa- 
gani , arso ed abbandonato quel Chiostro , si perdette a poco a poco 
la memoria del sito , dove erano stati occultati, sino che piacque a Dio 
miracolosamente scoprirlo . 

La imprudente condotta di Berengario , e le disgrazie , che colpa di 
essa ne seguirono quasi in tutta l'Italia, eccitarono contra di lui una 
R S ran - 



l3o ANNALI BELLA CITTA* 

as. 900 grande odiosità ne' magnati del Regno , i quali fatta congiura chiamaro- 
no di qua dall' alpi il Re Lodovico . Ci venne egli prontamente , e neli' 
ottobre di quest' anno medesimo in una dieta tenuta in Pavia da Ve- 
scovi, Marchesi, e Conti fu incoronato Re d'Italia; né andò guari di 
tempo che dai Pontefice Benedetto IV, fu sollevato alla dignità dell' 
Impero , siccome quegli che possedendo i due reami di Provenza e d* 
Italia fu creduto il caso a frenare le invasioni degli Ungheri . Le sto- 
rie, che abbiamo di questi tempi spesso confondono i fatti, o si con- 
traddicono , sicché difficilmente tra tante tenebre si può ripescare la ve- 
rità . Io toccherò brevemente le vicende di Berengario seguendo le trac- 
eie de' più accurati scrittori . E certo che nel marzo egli era in Pavia 
col nostro Vescovo Pietro suo arcicancelliere ; ma è molto incerto e 
dubbioso , se tra lui e Lodovico sieno succeduti que' fatti d' armi , che 
qualche antico rammenta . Si sa che vedendosi il nostro Re condotto 
in cattivi termini lasciò una buona guarnigione in Verona , e se ne an- 
dò a trovare Lodovico Re di Germania per implorare qualche soccor- 
so da lui , che non potette ottenere , essendo quel regno malmenato da- 
gli Ungheri . In questo mezzo il suo emolo desideroso di conquistare 
Verona , una delle piazze più forti del regno Italico , tenne segrete pra- 
tiche col Vescovo J4.dalardo , uomo imbroglione e raggiratore, e col 

mezzo di esso gli venne fatto di occupare quella città senza sangue , 

an. 905 poiché per tradimento di un ufficiale detto Bracacorta gli furono aper- 
te le porte . 

Trovavasi allora Berengario nella Valpolicella ramingo ed errante 
per le Veronesi montagne , quando ebbe F avviso che la sua Reggia e- 
ra caduta nelle mani del suo nemico . Non si perdette perciò d' animo , 
Principe né codardo né vile, ma confidò nella fortuna arbitra delle co- 
se umane . Fece egli correre la voce della sua morte, e ciascuno la ere-» 
dette per vera , sapendosi esser lui malato e indisposto . Lodovico alle- 
gro cominciò a vivere in Verona, come se non avesse di che temere, 
e rimandò altrove il fiore delle genti sue Provenzali , indotto a ciò fa- 
re , come narrasi , dallo stesso uddalardo , il quale o pentito di avere 
tradito il suo Sovrano , o tenendosi mal ricompensato dall' altro agevo- 
lò il ritorno di Berengario . In fatti nel mezzo di buia notte si pre- 
sentò sconosciuto alle porte della città con un seguito di armate perso- 
ne , che avea raccozzate , e da chi lo riconobbe venne introdotto ; si 
unì con lui tacitamente uno stuolo di Veronesi di sua fazione ; e allo 
spuntare dell'alba fu assalito e preso felicemente il castello di S.Pietro, 
restando uccise , o disperse le guardie nemiche . Il traditore Bracacor- 
ta sorpreso in una torre fu fatto in pezzi da' soldati , e l' Imperatore , 
che all'inopinato assalto preso da spavento s'era ricoverato in una Chie- 
sa , fu di là tratto a forza, e condotto alla presenza del Re ; il quale, 
dopo che gli ebbe con agre parole rinfacciato il suo spergiuro, lo con- 
dannò ad essere abbacinalo; castigo usato nella Corte di Costantinopoli 
cogl' Imperadori deposti . L' accecato Regnante rinunciò alle sue prete- 

se 



DI PADOVA. l3l 

se sopra F Italia , ed ebbe libertà di tornare in Provenza , onde Beren- AN . 90$ 
gario ricuperò l'Italico regno. Ciò accadde nel 9o5 , e non prima, co- 
me alcuni credettero . 

Prima però , benché non si sappia F anno preciso , poiché la Crona- 
ca del Sagomino noi dice , avvenne F irruzione degli Ungheri contra 
il Ducato Venetico . Non sazj que' barbari delle prede fatte nella terre- 
stre Venezia , e nella Lombardia , e adescati dalla fama delle ricchez- 
ze , che possedevano i Veneti , si avvisarono di assalirli nelle loro lagu- 
ne . Con molta cavalleria , e con grande apparecchio di barche attacca- 
rono la parte settentrionale , e abbruciarono Eraclea ed Equilio poste 
sul margine della laguna ; indi retrocedendo diedero il guasto a molti 
luoghi del regno Italico situati nel Trivigiano a vista dell' Isole ; sac- 
cheggiarono Mestre, Lizzafusina , e S. Ilario; poi volgendosi all'estre- 
mità meridionale del Ducato incendiarono Capodargine, e Brondolo, e 
le due Chioggie , essendone fuggiti gli abitatori , e camminando lungo il 
lido marittimo , come fatto avevano i Franchi sotto Pipino , giunsero 
al porto di Albiola . Quivi il Doge Tribuno si fece forte , schierando 
le sue genti sopra il lido di Pelestrina ; e mentre coloro ardimentosi ten- 
tavano di passare quel porto , egli colla flotta sottile , che aveva pron- 
ta , gli attaccò valorosamente il dì 29. di luglio , e gli sconfisse e fu- 
gò . Nelle nostre antiche carte si trova il nome di via ongarese nelle 
pertinenze di Pieve di Sacco , nome probabilmente venuto dagli Onga- 
ri , quando forse attraversando la nostra Saccisica ubertosa e ricca pel 
suo commercio , come vedremo , andarono a saccheggiare i luoghi lito- 
rali de' Veneti . 

A' due Pietri nostri Vescovi era succeduto Silicone , il quale aven- 
do esposto a Berengario, che insieme colla sua cattedrale erano stati 
incendiati dalla rabbia de' pagani i privilegi dei Re antecedenti , otten- 
ne da lui residente in Verona un diploma nell'anno 912. che tutti glie- A2? , 92 % 
li conferma (a) . Importava assai all' interesse di questo Re guadagnar- 
si F affezione de' Vescovi , onde coli' autorità loro tenere fermi nella fe- 
de i popoli , i quali imputavano all' imprudenza di lui i lagrimevoli ca- 
si occorsi. E poiché non cessavano le scorrerie degli Ungheri, nacque 
il bisogno di avere de' luogi forti dove ripararsi. Intorno a che è da 
sapersi , che sotto il regno degl' Imperadori Francesi si viveva in Italia 
con sicurezza e tranquillità , come gli Ebrei a' tempi di Salomone; è 
non solamente le borgate , ma le città medesime non avevano fortifica- 
zioni di veruna sorte , conciossiachè non ci fosse timore alcuno de' ne- 
mici . Le vecchie fortezze de' secoli precedenti o per la lunga età scas- 
sinate e cadute, o come inutili demolite non esistevano più, o ad al- 
tri usi s' erano convertite . Così era presso di noi , e così nelF altra parte 



(*) Sigon» U 6, de regno ItaL 



l32 ANNALI BELLA CITTA 

~ k*7'viz8 Italia > come attesta il Cronico Vollurnese pubblicato dal Muratori. 
Ivi tutto era pieno di ville e di Chiese; godevasi perfetta pace, e ra- 
re erano le castella , perchè avanti le incursioni de' Saracini in questi 
tempi avvenute di nulla temevasi . 

Ma poiché ebbe fine la dominazione de' Franchi , e insorsero le as- 
pre guerre sopranarrate, e sopravvenuti poi gli Ungheri , che desola- 
rono l'Italia, i Vescovi, che primeggiavano nelle città, ricorsero sup- 
plichevoli a Berengario per ottenere da lui licenza di alzare torri e 
castella per loro difesa , e n' ebbero il desiderato rescritto . E senza par- 
lare de' Vescovi dell' altre chiese, abbiamo un diploma del suddetto Re^- 
gnante , che permette al nostro Vescovo Sibkone di erigere un castello 
ob paganorum debacli ati&nes ;■ privilegio riconfermato al Vescovo G ans- 
imo da Ottone I. come si ha nelP UghelH . Oltre il castello che si chia- 
mava del Duomo , perchè abbracciava mei suo recinto la Cattedrale , ed 
oltre quello, dov'è ancora la cosi detta Torlonga , che si trova nomi- 
nata ne' primi anni del secolo XI y e serve ora di osservatorio , noti- 
zie abbiamo di altri castelli così nel piano , come ne' monti . Roncag- 
giette , Noventa , Vigonovo , e il distretto di Sacco ne avevano, e al- 

» Ja metà, del dodicesimo Secolo il Vescovo- Giovanni ne distrusse alcu- 
ni nella guerra , che dovette far® co' suoi vassalli . Anche Pernumia , 
Agna , Carrara, ed Abano non erano senza il Loro castello, e pari- 
mente la villa, di Fontaniva innanzi che la Repubblica Padovana pian- 
tasse nel 1220. la bella fortezza di Cittadella per fronteggiare i Trlvi- 

... giani ed i Vicentini. Ma i colli , come luoghi abitati da' Signorotti , 
ebbero maggior numero di castella , e qua e colà ne rimangono de-' 
vestigj ; e sopra tutte è celebre nella nostra storia la Rocca di Pendi- 
se , che dopo aver fatto fronte alla voracità del tempo distruggitore fu 
da barbare mani in questo secolo demolita in gran parte , quando per 
molte ragioni meritava di essere conservata . 

Non bisogna però credere, che le suddette castella fossero o così 
ampie,, o cosi bene fortificate, come pognam caso è Cittadella , o Mon- 
seWce . In que' tempi una buona torre colle sue fosse veniva conside- 
rata come una rocca, e poteva servire di ricovero contra le incursioni 
nemiche. Sappiamo dalla storia, che un esercito si perdeva più gior- 
ni dietro una. torre , purché fosse ben provveduta di difensori e di mu- 
nizioni . Ne' seguenti secoli per le discordie tra il Sacerdozio e l'Im- 
pero, e per le matte fazioni de' Guelfi e de' Ghibellini si moltiplica- 
rono fuor di misura le torri del pari nella città che nella campagna ; non 
essendovi alcun signorotto , che non volesse il suo palagio incastellato e 
munito , poiché ciò era ancora contrassegno di nobiltà e di potenza . 
Ma ciò ad altri, tempi appartiene, de' quali non vuoisi ora parlare. 

Berengario non si tenne contento a ciò che latto aveva in favore 
di Sìbicone , che lo r colmò di novelli beneficj ; tanto , com' è credibi- 
le , godeva della sua prolezione . Imperciocché gli donò alcune pubbli- 
che strade nella valle di Solagna poste nel distretto di Treyigi colla Chie- 
sa 



DI -PADOVA. r33 



sa di S. Giustina, a condizione, che sempre dovessero stare aperte a a**. 91* 
comodo de' viandanti ; e innoltre alcuni luoghi de' territorj di Trento e 
di Ceneda , i quali erano di regio diritto , e glieli donò colle loro ren- 
dite , e con piena facoltà di esigere le pene de' maleficj , e di rendere 
ragione agli Arimanni ivi abitanti del pari che agli altri uomini liberi . 
Erano* anche gli Arimanni persone libere , che coltivavano le 1 terre al» 
trui , ed. anche le proprie, obbligate alla miliaia , quando il pubblico 
bisogno lo ricercavate male si appose chi gli tenne per servi . Sopra 
di tutti questi uomini ebbe il nostro Vescovo giurisdizione per dono di 
Berengario , la quale se da gran tempo è mancata , restò a' successori 
dt lui la giurisdizione spirituale. In un diploma di Rodolfo , che po^ 
scia fu Re d'Italia, si parla di altri beni donati dal medesimo Beren* 
gario al suddetto albicane situati nel- contado Vicentino, e nella Val- 
le di Feltre , ma non sappiamo quali essi fossero . essendo perite le car- 
te . Forse sono quelle stesse ville di que' contadi , che sono anche og- 
gi- comprese nella nostra Diogesr . 

La liberalità di Berengario verso de' luoghi sacri animava i privati 
ad imitarne F esempio . Molto anche contribuì a simili largita 1' opinio- 
ne introdotta negli animi de' mortali per alcune mal intese parole de' 
libri santi , che collo spirare del decimo secolo dovesse anche il mon- 
do finire . Tante guerre, tante ribellioni e scompigli, tante successive 
irruzioni di genti barbare , la stemperata natura delle stagioni, l'uni- 
versale disordine furono creduti dalle spaventate menti funesti* presagj 
del prossimo finimondo . E siccome la paura fa correre alla religione , 
così non è maraviglia , che gli uomini largamente donassero per rime- 
dio dell' anime loro ai monisterj e alle chiese. Io riferirò una sola do- 
nazione di un> uomo celebre nella- storia Veronese , perchè i fondi da 
lui, donati sono ora compresi nel nostro distretto. Aidalardo Vescovo 
di Verona ^ìk da^ noi mentovato aveva dato in dono nelF anno 906. 
ad Ingelfredo suo vasso , o cliente, e vasso parimente di Berengario 
due corti nel contado del nostro Monseliee . Questi divenuto Contedi 
Verona nel 914? succedendo ad jLnselmo Consigliere e Compare del AN . 9 i 4 > 
Re ,, fa donazione delle suddette due Corti , cioè della Corte di Petrio- 
ìo colla sua cappella di' S. Tommaso Apostolo , e dell' altra di Cona col- 
la Chiesa df S. Maria alle Donne di S. Zaccaria di Rialto , riserbando- 
sene F usofrutto , secondo il costume di que' tempi , sua vita durante , 
e quella, di suo figliuolo . Ingelfredo era di origine Alemanna , figlio 
della buona memoria di Grimoaldo , e sebbene ne' primi anni di que- 
sto secolo decimo aveva stanza in Friuli, contuttociò si vede di poi es- 
sere lui abitatore delle contrade Veronesi . Oltre i testimonj della na- 
zione Alemanna, che giusta la legge intervengono a questo atto di deg- 
nazione , si sottoscrive anche Milvne Franco di origine , e rasso del 
nostro Re. Abbiamo da IJutprando , che Berengario aveva in costu- 
me di trattenere nella sua Corte de' nobili giovani, o a pompa, o per 
suo servigio, ai quali poi conferiva de' feudi , per la quale speranza mol- 
ti 



l34 ANNALI DELLA CJTT^l 

AN . 914 ti brigavano d'esservi ammessi. E in vero Milone è stato uno di quel- 
li , che ebbero de' benefìcj da lui , come allora si chiamavano , poiché 
nel suo testamento , che fece nell' anno g55. ricorda quidquid mihi de 
bona memoria Berengarii lmperatoris devolutum est , et possessum . 
Sarei giustamente rimproverato, se avessi taciuto di questo Milone fi- 
gliuolo di Manfredo , essendo costante opinione degli eruditi , che da 
lui discenda la nobilissima Casa de' Conti di Sanbonifazio , la quale , 
se non in questo decimo secolo, certo nel seguente, ebbe in Padova, 
non pure in Verona , i suoi palagj ed i suoi sepolcri , e quivi lunga- 
mente fiorì , ed ora accresce ornamento a questo illustrissimo Capitolo 
nella persona di Monsignor Co. Abate Malregolato , che ne sostiene 
con molta lode la principale dignità . 

L'aver sentito dai testamento di Milone, che Berengario è stato 
Imperatore , ci richiama ora a dire brevemente come ciò addivenisse . 
Andava il nostro Re visitando le città del suo regno concedendo gra- 
zie e privilegi , ciò che da' suoi diplomi raccogliesi; e procurava di rior- 
dinare le scomposte cose , onde i popoli le passate disavventure oblias- 
sero . Qui si viveva in pace , ma nell' opposta parte d' Italia i Sarace- 
ni afforzati presso il Garigliano infestavano con frequenti scorrerie la 
Campania , ed anche saccheggiavano il Ducato Romano divorandosi le 
rendite pontificie. Giovanni X. Papa, uomo di gran cuore, mal sof- 
ferendo tanta sciagura, inviò ambasciatori al Re Berengario con ricchi 
doni , pregandolo di trasferirsi colà coli' armata a fine di smorbare que' 
luoghi da quella peste , e gli promise la corona imperiale . Fino allo- 
ra il cieco Lodovico aveva ritenuto il nome d' Imperatore , benché di 
niun fatto d'Italia non s v impacciava , né la Corte Romana pensava a 
spogliarlo di quest' ombra di dignità , e Berengario medesimo stava 
contento al suo grado di Re d' Italia . Cresciuto il bisogno fu preso 
nuovo consiglio , e al pressante invito del Papa il nostro Re si pose in 
viaggio coli' esercito alla volta di Roma , e avendo unite le sue forze 
con quelle dei Duchi dell' Italia meridionale sterminò quegl' infedeli dal 
Garigliano sicché pochi assai ne camparono , ond' ebbe di poi per gui- 
derdone la Corona Cesarea . Fu bella oltre ogni credere e magnifica 
la pompa , colla quale in Roma nelle feste di Natale fu incoronato , e 
se ne può leggere la descrizione presso 1' Anonimo Panegirista di lui „ 
Tornato in Lombardia attese a felicitare i suoi popoli , e a diffon- 
dere sopra di essi nuovi effetti della sua reale beneficenza . Egli che 

aw. 918 tant0 liberale si era dimostro verso il nostro Vescovo Silicone, volle 
ancora generosamente privilegiare il Capitolo della Cattedrale . Stando 
irt Pavia il dì 20. di aprile dell'anno 918. spedì a favore de' Canonici 
un magnifico diploma ricordato dal Muratori negli Annali , ed egregia- 
mente illustrato dall' Ab. Brunacci (a) . In esso conferma loro tutti i 

pri- 

— ii ■ ■■■ 11 ■ — «fÉt a*——— — —— — > ■■———» — —il i ■ n li I liti I I I n a» 

00 Cod. Dipi. Pat. 



DI PADOVA. l35 

privilegi e tutte le donazioni dei Re , ed Imperadorl antecedenti, e tut- AN , ^8 
to ciò che dalla pietà de' fedeli era stato ad essi lasciato . Permette che 
col consenso del Vescovo possano tra loro dividersi le decime , e anno- 
vera le ville , nelle quali si riscuotevano , alcune delle quali aggiacenti 
alla Città , o , come ora si dice , poste dentro de' termini , e allora sog- 
gette al Duomo loro matrice ; altre più lontane e sottoposte ad altre 
pievi , dove i Canonici , non si sa come o perchè , il diritto avevano 
di decimare . Innoltre conferma ad essi la terza parte dei ripatico e 
del teloneo della Città , poiché le altre due parti appartenevano al Ve- 
scovo ; concede loro il gius de' mercati , e la facoltà di erigere de' ca- 
stelli , ed esenta i loro coloni da ogni maniera di fazioni , e dal ser- 
vigio militare , e da' pubblici giudicj , non volendo che intervengano ai 
placiti de' Messi Imperiali, e ordinando che tutte le loro differenze sie- 
110 giudicate dal Vescovo . Di tal guisa onorò Berengario il nostro 
Capitolo . Ma Sibicone ancora tre anni appresso confermò ad esso non 
pure le decime sopraccennate , ma tutte le altre cose che possedeva den- 
tro e fuori della Città , fra le quali è notabile P Oratorio di S. Lucia 
colle sue ragioni e diritti ; argomento in più tardi secoli di acerba lite 
tra' Canonici e il Vescovo . 

La pace , che si godeva in questo intervallo di tempo , fu presto tur- 
bata , né i beneficj di Berengario valsero a tener fermi nella fede i 
discordi ed inquieti Magnati d' Italia . La prima scintilla della ribellio- 
ne , che poi si dilatò in grande incendio , venne da Lamberto novello 
Arcivescovo di Milano , il quale irritato contra P Imperadore , e volen- 
do vendicarsi di lui ordì una congiura , nella quale trasse Guido Du- 
ca e Marchese della Toscana , e lo stesso Adelberto Marchese d' Ivrea , 
e genero di Berengario . Costoro chiamarono al Trono d' Italia Ro- 
dolfo Re della Borgogna transiurana , che abbracciava la Savoia , una 
gran parte della Svizzera , ed altri circonvicini paesi ; ed esso venne sol- 
lecitamente con buona armata in quest'anno 921, ed in Pavia fu in- *»• 9« 
coronato Re da' Principi e Vescovi del suo partito . In questo mezzo 
succedettero alcuni fatti tra' due rivali , ed uno in ispezie tra Piacenza e 
Borgosandonnino , nel quale P esercito di Berengario già vittorioso , per 
vaghezza di preda scomposto e sbandato , ricevette una grande percos- 
sa , per cui fa costretto il nostro Sovrano di ripararsi a Verona , che 
sola gli era rimasa colle altre città nel Ducato del Friuli comprese * 
Angustiato ed oppresso ogni dì più dal suo emolo , e vedendosi in so- 
prastante e certo pericolo di perdere il regno e la vita , per sostenersi 
in capo la vacillante corona , prese P Imperadore il disperato partito 
d' invitare i crudeli Ungheri a suo soccorso , i quali venuti con presta 
furia fecero orribile strage su le terre de' congiurati , ed entrati a for- 
za in Pavia , sede del Re nemico , eh' era tornato in Borgogna , la die- 
dero alle fiamme , e soldati e terrieri , senza pur uno camparne , am- 
mazzarono . 

Il biasimo , che riportò Berengario per questa sua alleanza colP odia- 
ta 



l3G ANNALI DELLA CITTA 

AN , 92l ta nazione degli Ungheri, è stato grandissimo, e per le succedute ro- 
vine si alienarono da lui gli animi de' suoi sudditi : i medesimi Vero- 
nesi già tanto fedeli cospirarono a torlo di vita , ma non così segre- 
tamente , che non ne avesse qualche sentore . Capo della congiura era 
un certo Flamberto Pavese , da lui levato al sacro fonte , e in molte 
guise beneficato . Chiame-Ilo pertanto a se , e con amorevoli parole gli 
mostrò l'enormità del delitto , gli ricordò i beneficj a lui compartiti , 
e dei maggiori gliene promise , purché fosse 'leale , e fedele al 6uo Prin- 
cipe , e donatagli , pegno d'amicizia , una tazza d' oro benignamente l'ac- 
comiatò . Finse il traditore di esser pentito , ma V indurato animo di luì 
punto non si mosse , anzi insieme coi congiurali si affrettò lo sconoscen- 
te uomo a recare a faxie lo scellerato disegn-o . Non si puote intendere 
perchè Berengario nessuna cautela usasse a difesa della sua vita . O sia 
eh' egli abbia prestato lede -alle infinte parole deli' iniquo Flamberto , 
ossia eh' egli si confidasse nella divina provvidenza , che de' Sovrani ha 
cura particolare , o sia finalmente che in mezzo a tanti e continui tra- 
vagli il vivere gli fosse noia , non provvide in alcuna guisa alla sua si- 
curezza . Invece di abitare nel reale castello , dove in mezzo delle sue 
guardie non poteva temere le insidie de' suoi nemici , egli albergava in 
un delizioso casino presso ad un Oratorio , cui visitava frequentemente 
trattenendosi colà in lunghe e fervorose ■orazioni. . In questo luogo, men- 
tre la mattina assai per tempo egli assisteva ai divini ufhcj , si presentò 
co' suoi sgherri il parricida Lamberto , e con più colpi di spada bar- 
baramente lo uccise . Principe sfortunato che non meritava sì misera- 
bile fine; imperciocché se v'ebbe qualche Monarca, che in valore gli 
andasse innanzi , nessuno eertamente lo superò nella pietà e nella cle- 
menza , nessuno nell' amore della giustizia , e nella costanza d' animo . 
Sparsasi la crudele nuova empiè la città di costernazione e di lutto , e 
tutte le contrade del regno Italico, e principalmente -Padova da lui , co- 
me vedemmo , tanto favoreggiata , con giuste lagrime deplorarono 1' a- 
cerbo caso ; né l' avere inteso che per opera di Milone Conte di Ve- 
rona quegli assassini erano stati puniti coli' estremo supplizio , valse ad 
alleviare il comun ddolore . 

Rodolfo appena sentita la morie di Berengario lieto tornò dalla Bor- 
gogna hi Italia, e -tutte le provincie a gara si sottomisero a lui. Egli 
confermò al nostro Vescovo Sibicone tutti i privilegi e le donazioni fatte 
alla Chiesa Padovana dal defunto Cesare, e ponendo la sua stanza in 
Verona attese ad esercitare la sua munificenza verso di quelle Chiese , 
eh' erano state desolate dagli Ungheri , e da' malvagj Cristiani . Ma 
mentre egli sperava di godere pacificamente il bel regno d' Italia , si or- 
diva segretamente contra di lui un trattato per ispogliarnelo . Lo risep- 
pe Rodolfo , poiché le congiure , nelle quali ci entrano molti compa- 
gni , radissime volle rimangono occulte ; e a guastare i malvagj disegni 
de' congiurati si armò in fretta e condusse le sue schiere ad accampani 
tra Pavia e Milano : ma due potenti donne , Berta madre de' Duchi di 

To- 



DI P A D o r A . i3y 

Toscana, e moglie innanzi di Tcobaldo già Conte di Provenza, ed Er- Ay . gz6 
mengarda vedova del Marchese d' Ivrea colla loro femminile astuzia se- 
condate da Lamberto Arcivescovo di Milano, lo ingannarono per gui- 
sa , che abbandonato da' suoi dovette cedere il campo ad Ugo Duca e 
Marchese della Provenza , e figliuolo della suddetta" Berta . Ricono- 
sciuto egli pertanto dalla miglior parte de' maggiorenti d' Italia , e dal- 
lo stesso Papa Giovanni X , e promettendo a lui , che lo avrebbe so- 
stenuto e difeso , e ai popoli tutti non mai provate felicità , fu incoro- 
nato in Milano dal prefato Arcivescovo nel 926 . L' esito fece vedere 
che alle larghe impromesse di Ugo gli effetti non corrisposero . 

Questo frequente cambiar di Principi non poteva non essere molto 
esiziale alla misera Italia . Si risovvenga chi le^e di ciò che poco dian- 
zi abbiam delto , e agli altri mali di universale ignoranza, di violenta 
ingiustizia , di corrotto costume aggiunga , che la medesima Sede Ro- 
mana dipendeva dalla prepotente famosa Mar ozia , la quale imbaldan- 
zita sopra modo per le forze di suo marito Guido Duca e Marchese 
della Toscana comandava in Roma sovranamente . E tutto ciò accadde 
regnando Ugone, il quale sotto il manto di una fìnta pietà copriva un 
animo tirannesco , disponendo a suo capriccio delle sacre e profane co- 
se , di ogni ordine, e di ogni legge sovvertitore . In mezzo però a que- 
sti infelicissimi tempi abbiamo la celebre donazione del Patrizio Opi- 
lione al nostro Monistero di S. Giustina . Questa carta , che esercitò 
l' industria di grandi letterati d' Italia , di Germania , e di Francia , 
aspettava la dotta mano dell' Ab. Brunacci (a) , che finalmente la met- 
tesse nel suo vero lume purgando la caligine di tanti errori, che offu- 
scavano la nostra Storia . Essa carta a giudicio di lui appartiene ali' 
anno 928. non a più alti secoli , e contiene la donazione al beatissi- 
mo e venerabile Monistero di S. Giustina V. e M. dove il corpo di 
lei, di S. Prosdocimo , e di altri Santi riposano , di molti fondi nel 
distretto Bolognese, e di una Chiesa in Bologna dedicata alla medesi- 
ma Santa . Vedemmo , che in questo secolo X. il culto di essa erasi 
propagato nella Valle di Solagna ; ora da questo istrumento imparia- an. 9*8 
mo , che anche in Bologna aveva tempio ed altare . Ma oltre la carta 
di donazione v' ha un altro istrumento di locazione o di livello , col 
quale lo stesso Opilione si ritiene ciò che colla prima carta aveva do- 
nato , obbligandosi di pagare ai Monaci un annuo censo di dodici sol- 
di di oro purissimo . Egli dona come padrone , e si trattiene durante 
sua vita le cose donate , come livellano . E ciò era secondo il costu- 
me del secolo . 

Volendo il Re Ugo conservare ne' suoi discendenti la corona del re- 
gno 



(a) Expl. charr. S. J. 
S 



IO 



>0 ANNALI BELLA CITTA 



an. 93t gno d' Italia dichiarò suo Collega e Re il fanciullo Lotario suo figlio , 
ciò che avvenne probabilmente nell' anno g3i , e gli sarebbe riuscito a 
bene il disegno , se egli si avesse procacciato 1' amore de' sudditi ; ma 
esso era divenuto intollerabile a' nobili , ed a' plebei , agli ecclesiastici 
del pari che a' secolari , cui con tirannici modi opprimeva . Tante e cosi 
gravi furono le ingiustizie di lui , che stanchi gì' Italiani di più soffrir- 
lo richiamarono in Italia il discacciato Rodolfo ; se non che avvertito- 
ne Ugo opportunamente seppe impedire eh' ei non venisse cedendogli 
una parte de' suoi slati in Provenza . Non perciò gP Italiani stettero 
cheti , e furono i Veronesi nostri vicini gli autori della rivolta , i quali 
spacciarono de' messi ad Arnolfo Duca della Baviera e della Carintia, 
acciocché calasse dalla Germania a discacciare 1' odiato tiranno . Ci ven- 
ne in latti per la valle di Trento , ed ebbe tosto Verona , essendosi di- 
chiarati per lui il Co. Milonc , e il celebre Vescovo Veronese Rate- 
rio . La fortuna però non volle secondare così felici principj , poiché 
battuta una parte del suo esercito da Ugo , che con somma celerità era 
venuto sul Veronese , conobbe Arnolfo che l'acquisto d'Italia non era 
impresa così agevole, come per avventura creduto aveva, e perciò ab- 
bandonata Verona ritornossi in Baviera . Non sappiamo se i nostri Pa- 
dovani , come in altri tempi succedette , si fossero collegati co' Vero- 
nesi : la storia non parla se non dell' aspra vendetta , che prese il Re 
Ugo di quella infelice città , e del prelato (a) Raterio creduto compli- 
ce principale della congiura . 

Incrudeliva sempre più il mal consigliato Ugone , e fatto sospettoso 
quali de' Magnati d' Italia toglieva dal mondo , quali cacciava oltremonti 
in esilio . ALnscaria Duca e Marchese di Spoleti e di Camerino per- 
dette la vita , e Berengario suo fratello Marchese d' Ivrea , se avver- 
tito dal piccolo Re Lotario non fuggiva in Germania , vi perdeva la 
luce degli occhi . Egli aveva in ogni città de' maligni rapportatori , cui 
allettava co' premj , e a tale erano ridotti i sudditi , che non osavano 
far motto , né zitto alcuno , non che sparlare apertamente di lui . Ma 
ciò che accresceva 1' universale disgusto , era la sua ingiustizia nella di- 
stribuzione degli onorifici impieghi, poiché trasandati i nazionali , ben- 
ché meritevoli , tutti gli conferiva o a' suoi Borgognoni , o a' figliuoli 
delle molte sue concubine , cui promoveva ai Governi , ed ai Vesco- 
JJTvadi • La nostra Chiesa però ebbe a restar contenta di lui . La regge- 
va lldevcrto succeduto ad Ardemanno , di cui , e delle sue azioni nes- 
suna memoria rimanci . Ugo e Lotario stando in Garda onorata in 
que' tempi col nome di Città ad intercessione di Ambrogio Vescovo 
di Lodi confermano nel dì 24. di maggio del 942. al Vescovado di 
Padova tulli i privilegi ottenuti da Carlo , Lotario , Berengario , ed 

altri 



{a) Rateai Opera . 



AN 



DI padovjl. i3g 

altri Re ed Imperatori , e spezialmente il dominio della Corte di Sac- 
co , come si ha nel diploma di un Re posteriore (a) . 

Mentre Ugone col suo malaugurato governo tribolava l' Italia , Be- 
rengario nipote dell' Augusto suo avolo per Gisla sua madre andava 
meditando in Germania come potesse scamparla dalla tirannide de' Fran- 
cesi . Col mezzo d' un gentiluomo suo amico , che travestito e non co- 
nosciuto visitò i principali Magnati del Regno per ispiare le loro in- 
tenzioni , seppe che avrebbe trovato gran favore , e che la sua venuta 
era grandemente desiderata . Manasse già Arcivescovo di Arles chia- 
mato da Ugo in Italia , e da lui fatto amministratore della Marca e 
Vescovado di Trento , e impinguato colle rendite delle Chiese Vesco- 
vili di Verona e di Mantova , quando doveva essere fedele al suo be- 
nefattore , invece con fellonissirno animo abbandonò il partito di lui , 
e allettato dalla promessa dell' Arcivescovado di Milano permise che Be- 
rengario disteso con poche genti per la valle di Trento occupasse i luo- 
ghi forti di quella Marca ; e ciò che accrebbe la sua ingratitudine sol- 
lecitò a favore di lui i Signori Lombardi . Così il Marchese d' Ivrea 
fu ricevuto in Verona , e poscia in Milano con grande applauso ; e 
Ugo percosso da questo inopinato accidente , abbandonato da tutti , e 
conoscendosi odiato universalmente , inviò il suo figliuolo Lotario a 
Milano , affinchè la Dieta de' Principi ivi congregata , se non le piace- 
va di aver lui per Re , lasciasse almeno all' innocente suo figlio il ti- 
tolo , e le insegne reali . Così avvenne ; ma Berengario a nome di lui 
reggeva l' Italia , sovrano ed arbitro dello stalo ; ed Ugo scorato tornò 
in Borgogna portando seco immensi tesori rastrellati nelle Italiane con- 
trade . Reo destino di questa bella parte del mondo di dovere esser 
sempre impoverita ed assassinata da genti straniere , e principalmente 
da' Franchi . 

Se prestiamo fede a Liutprando , che visse nella Corte di Ugo , egli 
tra sozzure e laidezze passando i giorni in breve tempo morì . Ma né 
meno Lotario visse lungamente, il quale adorno di amabili qualità era 
degno di lunga vita . Dicesi che morto sia di veleno portogli da Be- 
rengario , il quale , se è vera la fama pubblica , non poteva portarsi più 
ingratamente togliendo la vita a colui che gli aveva salvato gli occhi : 
ma non e' è affetto del cuore umano che vinca l' amore del dominare . 
Quel disgraziato Principe alcuni anni innanzi aveva celebrato lo spon- 



AN. S'4-i 



salizio con Adelaide figliuola di Corrado Re di Borgogna , donzella an. 950 
di raro merito , ma per la tenera età degli sposi il matrimonio non eb- 
be effetto che quattro anni in circa prima eh' ei morisse , né altro frut- 
to si ebbe di queste nozze che una fanciulla chiamata Emma , dive- 
nuta poi moglie di Lotario Re di Francia . Non passò un intero me- 
se 



(a) Murat. Ant. Ita!. 



140 ANNALI DELLA CITTA 



an. 950 se dalla morte di lui che Berengario con mirabile consenso de' popo- 
li iù innalzato al trono d' Italia insieme con jddelberto suo figlio , sic- 
ché ambidue il dì i5. di decembre del 95o. furono incoronati in Pa- 
via nella Basilica di S. Michele . Ed eccoci tornati di nuovo sotto la 
signoria di principi nazionali ; con quanta nostra felicità lo vedremo 
tra poco . 

Ora dietro le osservazioni dell' Ab. Brunacci (a) ci conviene parla- 
re di alcune carte originali , che si conservano nelP Archivio del Duo- 
mo , e appartengono a quest' anno medesimo 95o . Un certo Giovan- 
ni detto Kavasino da Padova dona a Teudiverga sua dilettissima mo- 
glie figliuola di Angilberto Veronese per rimedio dell' anima sua tre 
terre , una con case , la seconda arabile , la terza con viti da essere da 
essa possedute dopo la morte di lui, e innoltre la terza porzione dell' 
altre cose che aver potesse . Comanda che post meum disecssum prò 
anima mea missas cantare facias , ( cioè celebrare ) da sacerdotes 
tres , et pauperes pascere deveatis tres in primo anno quod ego de vi- 
ta exiero . Tale era la latinità di que' tempi , dove si comincia a vede- 
re qualche inizio di volgarismo . Si noli pertanto che allora i sufFragj 
per P anime dei defunti non erano ristretti ai soli incruenti sagrifìcj , 
ma messe insieme e limosine si ordinavano da' testatori persuasi che le 
opere di misericordia verso de' poveri molto fossero accette a Dio . Ab- 
biamo veduto sopra le disposizioni testamentarie del Vescovo Borio . 

Le accennate terre erano poste in Padova, e fuori di essa, ed una 
presso la Calcaria non lungi da Castro Patavino , ma tutte insieme 
comprese nel contado di Monselice : in commitatu Montessilicano , et 
infra civem Patavensis , et foris civitate , come dice la carta . Le quali 
barbare formule notariali quasi farebbono credere , che Padova fosse allo- 
ra del distretto di Monselice , e soggetta a Monselice , come esso ora 
è soggetto a Padova . E a dar peso a tale conghiettura concorre P acer- 
bità di que' tempi , ne' quali la feroce nazione degli Ungheri saccheg- 
giò più volte in quel secolo le nostre contrade , sicché a detta di Liut- 
prando nessuno v' era che aspettasse que' barbari se non in luoghi per 
natura e per arte muniti ; e tale era senza dubbio Monselice . Quindi 
par verisimile che siccome P Arcivescovo di Milano si rifugiò a Geno- 
va , quello di Aquileia a Grado , e il nostro Vescovo in somiglianti cir- 
costanze co' suoi sacerdoti all' isole dell' Estuario ; così per le incursio- 
ni Ungariche il fiore de' Padovani in un col Vescovo sia passato a 
Monselice , colà si trasportassero i giudici , ed i giudicj , e che perciò 
si dicesse Padova del Contado Monselicano . Piacque un tempo questa 
conghiettura al lodato Ab. Brunacci , ma negli ultimi suoi anni si mo- 
strò inclinato a credere che le formule usate da quell' ignorante nota- 
io 



(*) Cod. Dipi. Pat. 



DI PADOVA. 141 



10 paragonate con altre del secolo dopo si debbano in altra guisa AN . 9JO 
spiegare . 

E in vero si hanno certe prove che la nostra Citta in questi anni non 
era né diserta , né disabitata . Nella citata carta di Giovanni Kavasino 
è nominato il castello di Padova , e in altre posteriori di poco il ca- 
stello Doiono , il castello Padeuse , e quello di Roncoliutari , che ave- 
vano i Canonici della Cattedrale non lungi dalla Città . Anzi per una 
carta di quest' anno medesimo del mese di giugno si scoprono due ca- 
stelli dentro la stessa Città , e ci viene anche il loro sito indicato colle 
seguenti eleganti parole, infra civem Patavensis inter ambi castellinoli 
longe de conkavriolo . La contrada di Concariola notissima da un lato 
è poco lontana dall' odierno castello , la di cui torre detta lunga è no- 
minata frequentemente nelle carte del seguente secolo come parte dell' 
antica fortificazione : 1' altro castello poi , dal quale Concariola poco si 
discostava dall' altro lato , era quello del Duomo , che ci si manifesta 
per un istrumento del io3i. che dice JEdem S. Marie sitam cintate 
Patavensis infra castro Domo . La nostra Cattedrale posta , come ab- 
biamo detto , fuori della Città , era stata chiusa dentro un castello per 
timore de' barbari ad esempio di altre città ; e ciò dicevasi incastellare; 
costume che dipoi in alcuni Concilj fu proibito . Ora se Padova era 
guarnita in quegli anni di tali difese , non è credibile che abbandonata 
giacesse . 

Ma oltre a ciò si dee notare che in quei tempo qui c'erano de' no- 
tai , che rogavano istrumenti . Due delle carte sopra toccate sono di ma- 
no di Donato notaio , il quale dice di averle scritte in Padova , l' una 
nel maggio , e 1' altra nel giugno del g5o , mentre ancora regnava Lo- 
tario : hacto , dice , in civcm Patavensis , ovvero hactum in civem Pa- 
tavensis: ed alle stipulazioni intervengono de' testimonj , e fra questi due 
col titolo di degani , spezie di giudici , forse affinchè ne' contratti non 
si commettessero frodi . Ma e' è di più . Madonna Pascasia dona due 
fondi alla S. Chiesa Padovana , e alla Scuola de' Sacerdoti , alla quale 
Lorenzo arciprete presiede , mossa dalla loro pietà e religione ; de' qua- 
li fondi uno era posto dentro la Città in Concariola tra' due castelli , 
di cui s' è detto ; 1' altro fuori di essa a Festomba , luogo suburbano 
all'Oriente di Padova, e divenuto poi chiaro per un monistero di don- 
ne , dove scorreva il fiume Retrone , col qual nome indicavasi il Bac- 
chiglione ne' vecchi tempi . Di questa seconda terra sono nominati i 
vicini da tutti i lati , né si scorge alcuna apparenza , che per timore 
sieno fuggiti altrove . Scuola si chiama il Capitolo de' Canonici con vo- 
cabolo allora usato, de' quali ora per la prima volta scopresi l'Arcipre- 
te , la principale dignità di quel venerabile Corpo . Per le quali tutte 
cose si può ragionevolmente conchiudere , che la nostra Città , dove fa- 
cevano dimora i Canonici col loro Arciprete, non fosse priva di abi- 
tatori , né che da Monselice dipendesse , come le frasi di quell' igno- 
rante notaio ad alcuni fecero sospettare . 

Tor- 



142 ANNALI BELLA CITTA 

s , 9JP Tornando ora a Berengario secondo di questo nome , egli diede prin- 
cipio al suo regno con una azione, che gli tirò addosso l'odio e l'in- 
dignazione de' popoli . Adelaide vedova di Lotario era sul fior degli 
anni , Principessa amabilissima sì per le doti dell' animo come per quel- 
le del corpo, ed aveva desta gran compassione di se negli animi degl' 
Italiani . Ciò sapeva il novello Re , e considerando che , se si fosse ri- 
maritata con altri , avrebbe potuto contrastargli il possesso del reame , 
le fece proporre le nozze con Adelberto suo figlio : e perchè la ge- 
nerosa donna costantemente ricusò di stringersi in matrimonio con lui , 
mentre il padre era slato avvelenatore di suo marito , la fece improv- 
visamente rapire da' suoi soldati, e rinchiudere nella fortezza di Garda. 
Ivi spogliata delle sue vesti reali , delle sue gioie , delle sue suppellet- 
tili , esposta ai dileggi di vili soldati , perseguitata da Guilla superba 
moglie di Berengario , che odiava in lei quelle virtù , delle quali era 
senza , sola ed abbandonata , se non che una servaccia era seco , me- 
nò alcun tempo una misera vita in lagrime e in amarezze . Piacque a 
Dio proteggitore degl' innocenti eh' ella uscisse di quella prigione per 
industria d' un Cherico Veronese chiamato Martino , il quale col mez- 
zo d'un buco fatto al piò della torre, dov'era chiusa, nottetempo la 
trasse di là insieme colla fantesca , e ambedue travestite da uomo tras- 
portò oltre il lago di Garda . Quivi nascose tra' canneti di una vicina 
palude vissero alcuni giorni col soccorso di un pescatore , finché il buon 
Prete andato a Reggio ne diede avviso al Vescovo Adelardo , in cui 
l'afflitta Regina aveva molta fede riposta; né fu vana la sua speranza. 
Imperciocché egli chiamato a se tostamente Attone o Azzo potente 
feudatario del suo Vescovado , questi con una schiera de' suoi corse colà 
frettoloso , e salva condusse la reale donna nella fortezza inespugnabi- 
le di Canossa . 

Non so se fosse la volubilità de' nostri Italiani , che amavano di ri- 
mutare lo stato , o lo sdegno conceputo contra di Berengario pei mal- 
vagi trattamenti fatti di Adelaide da essi amata, o altri giusti moti- 
vi , è certo che ricorsero ad Ottone Re di Germania , perchè scendes- 
se in Italia, e la liberasse dall' odiato giogo de' suoi tiranni . Risuona- 
va tutta la Lombardia delle lodi di questo Monarca ; lui bello e signo- 
rile della persona, di maniere graziose e laudevoli, lui valoroso nel!' 
armi , pieno di senno , e di accorgimento , giusto e leale la pubblica 
voce gridava . Il Vescovo A del ardo infra gli altri lo incitava a discen- 
dere , proponendogli le nozze della Regina , giacché perduto aveva 
Editta sua moglie , con che si aprirebbe la via alla conquista del Re- 
gno Italico, e alla corona Imperiale. Ottone, che sentito aveva cele- 
brare le rare doti di lei, per fama se ne innamorò, e malcontento an- 
che di Berengai io per sue private ragioni venne armato in Italia , e 
ne' primi giorni di ottobre del ()5i. s' impadronì di Pavia , dove poi 
solennemente sposò la giovane Principessa . Fa maraviglia il vedere che 
il Re d'Italia nessun sentore abbia avuto dell'occulta fuga di Adria i 

de . 



AH. 95* 



DJ JP A D O r A . 143 

de , come raccontasi dagli storici , o se V ebbe , nessuna mossa abbia 
latto , e nessun sospetto gli sia caduto nell' animo su la venuta del Re 
Germanico , e creduto abbia , eh' egli volesse andarsene a Roma per sua 
divozione . Sorpreso pertanto ed improvveduto egli non pensò che a 
chiudersi in un luogo forte , e procurò colle vie del maneggio di con- 
servarsi il regno , cui non poteva coli' armi . 

Noi restammo intanto liberi dalla dominazione di lui; ed è perciò 
che i nostri Canonici inviarono a Pavia 1' Arciprete Lorenzo , e Ren- 
nardo Arcidiacono a} Re Ottone per impetrare da lui la confermazio- 
ne di tutti i loro privilegi e possedimenti , fra' quali sono i tre castel- 
li nominali sopra, alcuni mansi , o masserizie in Galzignano, la terza 
parte del ripatico , e del teloneo della Città , le decime ec. ciò che ven- 
ne ad essi prontamente conceduto con un diploma dato addì g. di feb- 

braio del 982 (a) . Non so quanta fede si meriti Ricobaldo Ferrarese an. 95* 
scrittore del XIII. secolo, il quale racconta, che i primi a Ribellarsi 
dalla divozione di Berengario furono i Veronesi ed i Padovani; onde 
dappoiché fu rimesso nel regno molto ebbe a soffrire la nostra Città , 
e non pochi cittadini di Padova e di Verona fuggirono ad Ottone ili 
Germania , il quale promise loro di ritornare in Italia . Ciò potrebbe 
esser vero, benché altri scrittori noi dicano; e quanto ai Veronesi egli 
è certo, che Raterio loro Vescovo fu de' primi che istigassero Otto- 
ne a calare in Italia . Checché sia di ciò questo Monarca giunta la pri- 
mavera per gravi affari domestici dovette ripassare in Germania , dove 
nella città di Augusta tenne la dieta de' due regni nel mese di agosto , 
alla quale intervennero molti Vescovi di Alemagna e d'Italia, ma non 
il nostro lì deferto , che per la somiglianza dei nome fu da alcuni ma- 
lamente confuso con ^ddelberto Vescovo di Passavia . Furono a quel 
congresso presenti anche i due Re d' Italia colà condotti da Corrado 
Duca di Lorena genero di Ottone , che nell' assenza del suocero era 
Generale comandatore delle sue armi . Quivi dopo molte pratiche re- 
stò conchiuso , che Berengario insieme col figlio riconoscerebbe il re- 
gno da Ottone come suo vassallo , e giurerebbe a lui fedeltà in quel- 
la guisa che fatto aveva 1' avolo suo Berengario I. col Germanico Ar- 
nolfo . Gravi furono le condizioni imposte al Re feudatario , poiché 
Ottone smembrò dal regno Italico quel bel tratto di paese che da Tren- 
to e Verona sino ad Aquileia si stende , di cui formò una Marca , 
che Veronese e Aquileiese fu detta, e ne investì Enrico suo fratello 
Duca di Baviera . Ritenendo queste provi ncie in sua proprietà egli vol- 
le assicurarsi la via di poter tornare in Italia , qualunque volta , man- 
cando Berengario ai patti giurati , ei ne fosse costretto . 

Ritornato dalla Germania il Re feudatario, dopo avere acconciatele 

cose 



00 Murat. R. I. Com. IX. 



144 ANNALI DELLA CITTA* 

an. 952 cose sue , non potè contenere 1' animo suo irritato contra de' Vescovi 
e de' Conti , a' quali attribuiva 1' origine delle sue disavventure . Si die- 
de pertanto a perseguitarli aspramente , e pose 1' assedio a Canossa per 
*aw. 955 vendicarsi di Gilberto ^4zzo , che aveva difesa e salvata Adelaide . E 
poiché Ottone si trovava occupato in Lamagna da una perigliosa guer- 
ra civile , né poteva pensare alle cose d' Italia , egli non temendo più 
di lui , e dimentico de' suoi giuramenti d' improvviso si mosse , e sot- 
tomise al suo dominio la Marca Veronese lasciata indifesa da Enrico ; 
che era andato a far prova del suo valore nella guerra Germanica . Ed 
eccoci tornati di nuovo sotto la dura dominazione di Berengario , e 
forse le disgrazie , che secondo Riccobaldo Padova e Verona provaro- 
no, sono accadute in questa occasione. Ma tostochè la civile turbolen- 
za , la quale agitato avea la Germania , ebbe fine , Ottone spedì in Ita- 
lia Lodolfo , o Litolfo suo figliuolo, col quale si era riconciliato, a 
fiaccare V orgoglio del superbo rompitore de' patti . Disuguale di forze 
non aspettò questi il nemico , ma levato in fretta l' assedio di Canossa 
rinserrossi in un forte castello lasciando che il giovane Principe occu- 
passe quasi tutta la Lombardia . Ciò fu nel 966. Berengario era già 
spaccialo , se l' improvvisa e affrettata morte di Litolfo non lo avesse 
allora tratto d' impaccio . Non e' instruisce la storia con quali mezzi ab- 
bia egli placato Ottone ; è però certo che ritenne ancora lo scettro 
d' Italia , e che signoreggiava Verona . 

Ma la sua crudeltà , e V avarizia della moglie erano a tal termine 
pervenute , che Vescovi e Magnati non potendo sofferirle più oltre as- 
sordarono le orecchie del Re Germanico coi loro lamenti . Gualberto 
Arcivescovo di Milano , ed altri Principi andarono personalmente a sol- 
lecitarlo , e il medesimo Sommo Pontefice Giovanni XII. stanco degli 
aggravj che avea ricevuti , gli spedì alcuni Messi , promettendogli la 
corona Imperiale , se avesse sollevata l' Italia dal ferreo giogo che 1' op- 
primeva ; scongiuro efficacissimo a muovere F ambizione di quel Mo- 
narca . In fatti egli dopo avere fatto eleggere Re di Germania Otto- 
ne II. suo figlio nato a lui di Adelaide , preparò 1' esercito , e per la 
valle del Tirolo discese nel Veronese . sldelberto figliuolo di Beren- 
gario con un'armata, come dicono, di sessanta mila uomini raccolti 
da varie parti s'era accampato alla Chiusa per opporsi ad Ottone, quan- 
do molti Conti e vassalli , mosso tumulto , lo costrinsero di andare a 
Pavia per fare intendere a suo padre, che se egli avesse ceduto a lui 
il governo del regno, erano pronti a combattere; altrimenti sarebbero 
tornati alle case loro , non potendo più patire la tirannia , e le ingiu- 
stizie di lui . Andò il giovane , e gli venne latto d' indurre suo padre 
ad una rinuncia , ma Gai Ila , pessima donna , se si crede alla storia , 
guastò l'accordo; e l'esercito Berengarico udita la risposta prontamen- 
te sbandò ; onde Ottone senza contrasto entrò in Italia , come dicem- 
mo , fu ricevuto in Pavia, riconosciuto, e incoronato Re nella Dieta 

AS , 9 <i2 di Milano, e nell'anno appresso, cioè nel 962. ricevette in Roma an- 
che 



DI PADOVA* 145 

che Je Insegne d'Imperatore e il soprannome di Grande. Così l' Impe- AN . 9S $ 
rio Romano , che dopo la morte dell' Augusto Berengario era stato 
vacante , passò nei Re di Germania . Il secondo Berengario fuggì per 
disperato nella Rocca fortissima di S. Leo , ove dipoi si chiuse anche AN . 9 óz s 
Willa , ma finalmente dovettero arrendersi , e mandali sotto buona scor- 
ta in Germania , ivi tardi ricreduti e pentiti terminarono i loro giorni : 
i figliuoli , che tre erano , qua e cola si dispersero , ed ebbero varie vi- 
cende , che alla nostra storia non appartengono . 

In mezzo a questi avvenimenti governava la nostra Chiesa Ildeverto, AN 6 ' 
di cui all' anno 964. si ha una bella memoria . Era insorta intorno a 
que' giorni , o per meglio dire erasi rinnovata i ? antica eresia degli An- 
tropomorfìti , che attribuiva alla divinità membra corporee , e tanto crassa 
e supina era Y ignoranza del Clero , che non pochi dei medesimo or- 
dine ne restarono infetti . Serpeggiava questo errore ne' distretti di Ve- 
rona e di Vicenza , co' quali la nostra diocesi confinava . E perciò che 
all' ecclesiastica disciplina appartiene , un male forse peggiore aveva get- 
tate radici nel Clero , della incontinenza del quale sopra s' è detto ; im- 
perciocché i preti si ammogliavano del pari che i laici , menavano don- 
ne, avevano figliuoli, come si ha dalle Opere di Raterio , e di che le 
nostre antiche carte ci conservarono qualche esempio. In tali circostan- 
ze il nostro buon Vescovo congregò un Sinodo diocesano di tutti i 
preti e leviti così della Città, come delle Pievi, e degli Oracoli, ossia 
delle Cappelle ad esse Pievi soggette . Notabili sono le parole tam ex 
cardine urbis , colle quali sono indicati i Canonici della Cattedrale , che 
in quel secolo chiamavasi cardine , come prova il Canonico Lupi (a) , 
donde venne poi che detti furono cardinali , cioè annessi e pertinenti 
al Duomo ; titolo che si legge attribuito ai Canonici di parecchie città 
d' Italia . In questo Sinodo si propose il nostro Ildeverto di nutrire e 
ristorare gli animi di tutti col cibo della divina parola , e istruire 
cadauno giusta le regole de Santi Padri con avvertimenti e moni- 
zioni spirituali: cosa assai rara in que' tempi. E queste parole ci fan- 
no credere , eh' egli avrà ammoniti i suoi Cherici perchè si guardassero 
dagli errori , che allora corrompevano la purità della fede , e guastava- 
no ia disciplina prescritta dalle leggi canoniche . Oltre a ciò alla pre- 
senza di tutto il Clero congregato nella chiesa del Duomo , che col suo 
vero titolo si chiama di S. Maria , così umilmente instando i Canonici , 
confermò ad essi tutti gli antichi e recenti beni , che per donazione de' 
Vescovi precedenti possedevano , se o per la rabbia de pagani , cioè 
gli Ungri , o per altro caso gli strumenti originali perduti si fossero . 
Questa carta sottoscritta da Anselmo Arciprete , e da altri Canonici , e 
dipoi dal Vescovo Orso è stata inserita dal P. Mansi nella Raccolta 

no- 

(*) Cod. Dipi. Voi. 1. Animadv. 27* 
T 



146 ANNALI DELLA ClTTsf 

a» 7^4 novissima de* Concilj ; e 1' Ab. Brunacci (a) più volte lodato ne dimo- 
stra 1' autenticità con tra i dubbj del Muratori . 

Lasciò di vivere in quest' anno medesimo il benemerito Ildeverto , 
ed ebbe a successore nel Vescovado Gauslino , che i nostri Storici col- 
la consueta loro imperizia chiamano Transalgardo , ignorando che Fuso 
de' cognomi non s' era ancora introdotto , come sopra s' è detto . Senza 
mettere tempo in mezzo egli si presentò ad Ottone in Acquapendente 
per impetrare da lui la confermazione di tutti i beni della sua Chiesa , 
e delle donazioni , che Berengario ed Tigone Re d' Italia le avevano 
fatte , e spezialmente della Corte di Sacco . Tutto ottenne Gauslino dall' 
Imperatore , che gli confermò Abbazie , Spedali , Corti , Servi e Ser- 
^e , e ogni altra cosa di ragione del Vescovado. E oltre a ciò gli die- 
de licenza di poter fabbricare castella con torri nelle sue possessioni , 
erigere mulini , giovarsi dell' acque pubbliche a vantaggio della sua Chie- 
sa , e senza verun contrasto esercitarvi la pescagione . Che se i testa- 
menti ed altre carte della prefata Chiesa per le devastazioni degli Un- 
gri , o per altro fortuito caso perite fossero , e sorgessero liti contra di 
essa , possa il Vescovo e i suoi successori col giuramento di tre uo- 
mini liberi provare che le cose in controversia appartenevano alla sua 
mensa , e vaglia il loro testimonio . Grande liberalità di questo Mo- 
narca , e de' suoi successori verso de' Vescovi , che perciò vennero così 
p. 211. in Alemagna , come in Italia , ad eccedente grandezza . L' Or saio nel- 
la Storia di Padova riprende il Sigonio , che ha stabilito l' Epoca di 
questo imperiale decreto all' anno 964. volendo egli con errore mani- 
festissimo , che sia dato dieci anni dopo , nel che si dimostra cattivo 
storico e peggior diplomatico . Imperciocché , lasciando eh' ei falla nelle 
indizioni , neh" anno 974. da lui voluto Ottone I. non era in Italia ; 
v' era bensì nel 64. anno terzo del suo Imperio , nel quale , dopo ave- 
re rimesso nella Santa Sede il Pontefice Leone Vili, cacciato da' Ro- 
mani celebrò in Roma la festa de 1 SS. Apostoli Pietro e Paolo ; indi 
si partì , e il dì C. di luglio si ritrovava colla sua nobile comitiva in 
Acquapendente . Ma cotesto suo errore , come da radice , nacque da 
un altro ancora peggiore . Egli credette che il diploma dell' Augusto 
Ottone fosse dato a favore del Monistero dr S. Giustina, e confermas- 
se a que' Monaci ciò che di poi donò ad essi Gauslino , quando è chia- 
ro che riguarda i Vescovi , e la conferma della Corte di Sacco , se al- 
tre ragioni non ci fossero, doveva sgannarlo. Fgli nondimeno ai Ve- 
scovi sostituisce i Monaci , e vuole che la Chiesa di S. Maria sia quel- 
la di S. Giuslina, male interpretando le parole del diploma, che al ti- 
tolo di S. Maria aggiungono quello di S. Giustina padrona secondaria , 
come abbiamo osservalo in allre carte anteriori . In lai modo sinora è 
stala trattata la nostra sloria . 

Sc- 



Ca) Cod. dipi. Pat. 



D I VEDOVA. 147 

Seguendo a parlare di Ottone , egli assettate le cose tornò in Ger- AN . ^ 
mania , e in questo mezzo venne eletto Papa Giovanni XIII. che poi 
da' tumultuanti Romani fu cacciato in esilio , e chiuso in una fortezza 
della Campania , come altri scrivono . Bollivano intanto de' maligni umo- 
ri nella Lombardia , dove si era fatto vedere ^Ldelberto figliuolo di 
Berengario , a cui non mancavano de' partigiani . E comechè le tra- 
me di lui per opera di Burcardo Duca di Alemagna spedito da Ot- 
tone tornate fossero infruttuose, il saggio Monarca, dopo aver tenuta 
una Dieta nel mese di Agosto del 966. venne di qua dall' alpi , e al an. 966 ' 
fine del suddetto anno era in Roma . Noi che dopo il magnanimo 
Carlo V. il quale di volo saltava di Spagna nel Belgio, e di Germa- 
nia in Italia, non abbiamo veduto verun lmperadore, tranne alcuno del 
tutto incognito , intraprendere così lunghi e frequenti viaggi , ci faccia- 
mo maraviglia, leggendo che Ottone ed altri prima e dopo di lui così 
spesso dall' Alemagna in Italia calassero; ma lasciando i motivi delle lo- 
ro mosse , non si potrebbe abbastanza lodare 1' uso di quegli antichi , 
che volevano vedere cogli occhi proprj Io stato delle provincie , i loro 
bisogni , e in qual maniera erano governate . Giunto Ottone a Roma 
processò que' Romani, che avevano maltrattato il Sommo Pontefice, e 
gli punì d' una guisa , che troppo acerba fu riputata . Indi venne a 
Ravenna insieme col Papa , ove fu celebrato un Concilio nel mese di 
aprile , in cui si trattò dello scisma della Chiesa di Salisburgo , e del- 
la Chiesa Vescovile di Maddeburgo che volevasi instituire . A questo 
Concilio intervenne il Patriarca di Aquileia co' suoi SufFraganei , fra' 
quali anche il nostro Gauslino (a) . Seguito ciò , poiché Ottone insier 
me col Papa aveva invitato in Italia suo figliuolo Ottonello questi si 
mosse , e venne a Verona con nobile comitiva , ove trovò 1' Augusto 
suo padre , e nel dicembre di quest' anno 967. era in Roma insieme an. 967 
con lui , ove accolto da Papa Giovanni con magnifica pompa ricevet- 
te da esso nel dì del S. Natale la Imperiale corona nella Basilica Va- 
ticana . 

Appresso questo noi troviamo Ottone il Grande ora in Pavia , ora 
in Ravenna , ed ora altrove maneggiante le cose del Regno Italico , e 
quando nella Puglia in guerra co' Greci possessori di quella parte d' Ita- 
lia , co' quali , poiché fu morto l' lmperadore Niceforo , e gli succedet- 
te Zimisce , trattò di pace . Domandò Teofania figliuola di Romano 
già lmperadore di Oriente per moglie di Ottone II , e gli fu conce- 
duta ; onde la Principessa con magnifica e splendida Corte fu condot- 
ta a Roma , dove neh" Ottava di Pasqua del 972. il Papa Giovanni 
XIII celebrò il matrimonio , e tra le feste ed allegrezze del popolo 
3a incoronò , e le diede il titolo di Augusta . Ella di sua madre non 

ave- 



00 T. I. Concil. 



148 ANNALI BELLA CITTA 

an. ?6j aveva che la bellezza ed il nome : piena d' ingegno e di virtù , d' ani- 
mo elevato e virile si dimostrò più che donna nel governo dell' Impe- 
ro , di cui sostenne la dignità per nove anni nella minorità di suo fi- 
glio , e ne accrebbe lo splendore con magnanime azioni , quanto sua 
madre oscurò quello di Oriente colle sue vergognose dissolutezze , e 
co' suoi misfatti . Succedute le nozze tornarono i due Monarchi in Ger- 
mania , ed ivi poco appresso avvenne la morte del Magno Ottone, che 
lasciò di vivere addì 7. di Maggio del 978 . Egli è stato guerriero sag- 
gio ed intrepido , terrore de' barbari , zelantissimo della religione e del- 
la giustizia , proteggitore della S. Sede Romana , e per queste ed al- 
tre sue nobilissime doti , del pari che Carlo Magno r si acquistò il so- 
prannome di Magno . 

Durante il governo di questo egregio monarca godette la nostra Cit- 
tà un riposato e tranquillo vivere , e potè almeno in parìe saldare i 
danni, che negli anni addietro sofferti aveva dal furore degli Ungheri. 
Giaceva derelitto ed abbandonato tra le ortiche e le ceneri uno sfasciu- 
me , dove era già stato il Monistero di S. Giustina ; ivi non più Mo- 
naci che salmeggiassero , non più spedale che i pellegrini albergasse , 
o gF infermi accogliesse : tutto da' pagani era stato guasto e incendia- 
to. Tocco da compassione Gauslino Vescovo al vedere la desolazione 
del Luogo santo , inspirato , com' ei dice , da Dio col consenso del suo 
Clero , degli Ottimati e del popolo dinanzi a se convocato , deliberò di 
edificare il Monistero , e di collocarvi un collegio di Monaci sotto In- 
gelberto Abate . Così fece , concorrendo tutti i cittadini ad un' opera 
del pari utile che decorosa alla nostra Città, e questa pietà di lui è ram- 
mentata con lode da' Vescovi successori dell' XI. secolo-. Non si creda 
però che dicendo egli nella sua carta di avere edificato il Monistero , 
ora per la prima volta sia stato fondato , ed ora solamente si sieno in- 
trodotti i Monaci tra di noi, come credette il Muratori (a) : sopra 
veduto abbiamo che il Monistero era in piedi sino da' tempi degli uU 
timi Re Longobardi , e sotto i Re Franchi . Dicevasi poi in quel se- 
colo edificare così allora che si fondava di nuovo un monistero , o una 
chiesa , come allora che in tutto o in parte si rifaceva . Ampie dona- 
zioni o conferme di cose già prima a S. Giustina donate si contengo- 

an. 96 9 no nella Carta suddetta , alla quale sottoscrivesi Martino Arciprete del- 
la Cattedrale con altri Canonici , e tra i testimoni è notabile Liupran- 
do , che ha il titolo di nobilissimo (li) . 

Sempre intento il nostro Vescovo ai vantaggi della sua Chiesa, pri- 
ma che riedificasse il Monistero di S. Giustina , aveva ricuperato dai 
Canonici Veronesi la Pieve di Quinto , ora Cinto (e) , situata ne' col- 
li 



(a) DÌSS. 34. 36. 

\b) Bruna: Expl. Chart. S. I. 

(e) Dionisi de Duobus • 



DI PADOVA. 149 

li Euganei. Un uomo dabbene chiamato Lanzone l'aveva loro dona- A n. 969 
ta , come Lotario donato aveva ai Monaci di Verona la Chiesa di S. 
Tommaso nel territorio di Sacco, ora manifestamente Abbazia con due 
corti , una in Montegalda nel distretto Vicentino , l' altra in Boccone 
nel territorio di Monselice , e permutata da' suddetti Monaci nel giu- 
gno del 969. con un' altra Badia nella Città ad essi ceduta dal Vesco- 
vo Veronese Milone . Abbiamo osservato altrove , che le Chiese e i 
Monasteri in que' secoli si donavano , si vendevano , o si permutava- 
no , come i beni de' secolari , onde è avvenuto che i Vescovi o nelle 
loro diocesi hanno Chiese ad altri Prelati soggette , od essi estendono 
la propria giurisdizione nelle Diocesi altrui . Gauslino trattò co' Cano- 
nici di Verona , e coli' offerta di quaranta soldi Veronesi ottenne che 
gli dessero a livello perpetuo quella Pieve di Quinto, riserbandosi essi 
la cura spirituale , e la quarta parte delle decime da noi detta Quartese. 

Non è maraviglia che Milone Vescovo a noi vicino abbia acquista- 
to una badia nelle nostre contrade ; sarebbe piuttosto da maravigliarsi , 
che in que' tempi l'Abbazia di S. Maria di Farfa tanto da noi lonta- ANi 97% 
na possedesse un Monistero poche miglia lungi da Padova . E pure 
ciò è certissimo per 1' autorità del Cronico di Farfa pubblicato dal Mu- 
ratori (a) . Ivi registrandosi i beni già posseduti da quella illustre Ba- 
dia si nomina il Monistero di S. Lorenzo di Abano, che un pio uo- 
mo di nome attingo le avea donato . Si noti quanto è antico il ti- 
tolo di quella Chiesa , la quale governata da un arciprete anche oggi- 
dì al prefato S. Martire è intitolata . Dal suddetto Cronico abbiamo 
innoltre che un certo Valerio giudice violentemente se n' era impadro- 
nito : disgrazia , che nel Secolo X. toccò a non pochi Monisterj , i 
quali non solamente furono arsi dagli Ungheri , ma spogliati ancora 
da que' tirannelli depredatori , di cui era piena l' Italia . Ma quel Va- 
lerio , che tolse a Farfa , non si sa perchè , il Monistero di S. Lo- 
renzo , era uomo legale , e si può credere probabilmente che sia stato 
quel medesimo Valerio giudice Padovano , che insieme con Pietro al- 
tro Padovano giureperito nel 971. si trovava in Verona , dove essi , 
e Andrea e Gualdingo Veronesi erano assessori de] Tribunale Ce- 
sareo . 

Succeduta la morte di Ottone il Grande , come s' è detto , Ottone Alc# 97f 
//. pigliò le redini dell' Imperio , e quantunque egli fosse stato coro- 
nato in Roma, i Principi della Germania vollero confermare la sua 
elezione . Esso aveva ereditato gli ampj stati del padre , ma non tut- 
te le belle virtù , di cui quegli era adorno . Le guerre di Lamagna , " 
nelle quali trovossi implicato, non gli permisero di scendere in Italia 
se non neff anno 980 . Due anni prima ci era venuta la santa sua ma?- 

dre 



00 Rer, It. T. 2, p. 2. 



l5o ANNALI DELLA CITTA 

j AN . 973 dre Adelaide per fuggire dalla ingiusta ira del figlio, donde poi passò 
nel paterno regno di Borgogna alla Corte di Corrado suo fratello , 
ove stette finché dileguale le ombre de' rei sospetti Ottone la richia- 
mò , mentre egli era in Verona , e tornò in grazia con essa . Di là 
passò con buon esercito nella Calabria , e a sommossa di Teofania sua 
moglie fece aspra guerra co' Greci , e appresso alcune vittorie ebbe una 
rotta grande e piena di sangue , sicché restò prigioniero de' Saraceni 
alleati de' suoi nemici ; ma con uno stratagemma , che sa di favola , si 
liberò dalle loro mani tornando a Verona pieno di dispetto e di rab- 
bia per raccozzare nuove genti , e proseguire con più calore la guer- 
ra . Quindi nacque 1' odio che porlo a' Veneziani , cui vedeva legati in 
amicizia colla Corte di Costantinopoli , e perciò fece disegno di con- 
quistare il Ducato Venefico . Altri molivi si aggiunsero ad istigarlo con- 
tra di essi , per intelligenza de' quali conviene prendere la cosa da più 
alti principj , ciò che mi propongo di fare colla maggior brevità, per- 
chè non mi pare alieno da questa storia . 

Era Doge di Venezia Pietro Can diano IV ' , il quale desideroso dì 
aggiungere luslro alla nobile sua famiglia ripudiò Giovanna sua mo- 
glie , e la costrinse a prendere il velo monastico in S. Zaccheria per 
isposare Waldrada sorella di Ugo potentissimo Marchese della Tosca- 
na , e discendente da quell' Ugo, che fu Re di Provenza, e d'Italia. 
Questa Principessa ebbe una ricchissima dote non solamente di servi e 
serve d' ogni maniera secondo Y uso del secolo , ma di ampie posses- 
sioni , e di borghi e castella nel regno Italico . A difesa di tali pos- 
sedimenti ( questo fu almeno il pretesto ) prese Pietro al suo soldo 
genti Italiane e straniere , e fu tanto imprudente che non si guardò 
dall' introdurre molti di que' soldati a Rialto , e di trattenerli per sua 
' guardia nel palazzo Ducale ; cosa nuova ed insolita . Insuperbito per 
sì onorevoli nozze , e godendo il favore dell' una e dell' altra Corte 
Imperiale , dimenticossi di esser capo di un popolo libero ; cominciò a 
duramente aspreggiare i suoi cittadini e ad usare violenze cogli este- 
ri . Perciò si trasse addosso Y odio di molte famiglie potenti , le qua- 
li , alcune per invidia della sua grandezza , altre per sospetto congiu- 
rarono contra di lui , e sollevata la plebe , che per ogni accidente ben- 
ché minimo si rivolge , lo assalirono sprovvedul amente nel palazzo Du- 
cale, e poiché gli assalti tornavano vani per la vigorosa difesa dei sol- 
dati stranieri; per ira vi appiccarono il fuoco, dal quale, spirando ga- 
gliardo vento , il suddetto palagio , la Chiesa di S. Marco , e trecento 
case rimasero incenerite . Le guardie per non ardere , o dal fumo es- 
sere affogate , si renderono , ma tostamente dal furibondo popolo fu- 
rono uccise: il Doge disperato fuggì, ma scoperto da' congiurati nel 
sacro suo nascondiglio , e a' piedi loro chiedente mercé fu trucidato bar- 
baramente insieme con un tenero figliuolino , che avuto avea di Wal- 
drada . Solo essa potè mettersi in salvo , e Vii ale Patriarca di Grado 
figlio del primo letto, e forzalo dal padre ad entrare nell'ordine de' Lev ih. 

Tale 



ni i> a. d o f A . i5r 



Tale è stato il lagrimevole line di Pietro Candidilo IV ', il quale "™~' t m g^ 
fu ben severamente punito e di essersi rubellato al padre , e di avere 
discacciata la propria moglie , e di altre ingiustizie commesse ; ma non- 
dimeno fu lodevole il suo governo , e per attestato di antichi Cronisti 
ebbe non poca parte nella sua disgrazia la malignità e tristizia altrui . 
Vitale Patriarca corse in Sassonia a trovare Ottone IL per chiedergli 
protezione e vendetta , e Waldrada a Pavia , dove stavasi la vedova 
Imperatrice Adelaide , ed ambidue vi trovarono 1' accoglienza più fa- 
vorevole . Era venuto in abbominazìone universale il nome de' Vene- 
ziani , così appunto come a' dì nostri quello di un' altra nazione . Pie- 
tro Orseolo eletto Doge da' varj ordini del popolo , uomo di rara pie- 
tà , rivolse le sue prime cure a riedificare Y incendiata Chiesa di S. Mar- 
co , e il palagio Ducale , e ciò fece co' suoi proprj denari , e di qua 
si puote inferire quali potenti famiglie dimoravano allora in Rialto, e 
quanto florido ed esteso doveva essere il commercio , onde tanto ar- 
ricchivano. Indi procurò di sopire i tumulti interni, e di allontanare 
dalla patria i pericoli che le sovrastavano per le querele della potente 
Waldrada . Col mezzo di un suo sperto legato ottenne 1' autorevole 
mediazione della piissima Imperadrice Adelaide, e venne a concordia 
colla vedova Duchessa della Venezia , la quale fece una generale quie- 
tanza a lui e al popolo Venefico per la ricca sua dote a lei restituita , 
rinunciando a quattrocento libbre di argento , e ad altri preziosi arre- 
di , che a titolo di Morgincap ricevuti avea dal marito (a) . Era il 
Morgincap ^ o Morgangeba un dono che secondo le costumanze de' 
Longobardi dopo la prima notte faceva il marito alla moglie , e vale 
dono della mattina. 

Il buon Doge Orseolo , come ognun sa , dopo due anni dispregian- 
do le terrene grandezze fuggì incognito di Rialto , avendosi rasa la bar- 
ba , che portavano i Veneti all'usanza de' Greci, e passando per Pa- 
dova andò fino nel Rossiglione presso i Pirenei , ove nel Monistero di 
Cusano insieme con Giovanni Mor osino vSuo genero , e Giovanni Gra- 
denigo suo parente od amico vestì la cocolla monastica , e dopo una 
vita penitente ed austera condotta sino alla morte fu annoverato tra' 
Santi . Gli succedette Vitale Ci ridiano fratello di Pietro tolto di vita , 
come dicemmo , e da lui molto diverso . Questi chiamò a se da Ve- 
rona il Patriarca Vitale suo nipote e lo spedì in Sassonia per addol- 
cire r esacerbato animo di Ottone , e siccome quel Prelato era persona 
molto accetta alla Corte, così gli venne fatto d' indurlo a ricevere gli 
ambasciatori , che con ricchi doni il Doge gli aveva inviati , e a ricon- 
fermare i precedenti trattati . Le circostanze non potevano essere più 
favorevoli al Patriarca , poiché Ottone trovavasi allora da fastidiose guer- 
re 



(a) Cod. Trivisan. 



iBz ANNALI DELLA CITTA* 

ah. 97 z i'e obbligato a trattenersi in Germania, né poteva prendere vendetl a de* 
Veneziani . Tra queste cose il Doge cagionevole della persona morì , 
ed ebbe a successore Tribuno Memo non per altro commendabile che 
per le sue molte ricchezze . Bollivano intanto de' maligni umori in Rial- 
to , e gli odj e le discordie civili partivano le più potenti famiglie , ma 
più manifestamente cozzavano insieme i Caloprini , ed i Morosini . Il 
Doge , che come padre comune doveva quetare gì' inquieti e torbidi ca- 
pi , si dichiarò imprudentemente a favore de' primi , onde avvenne che 
imbaldanzito Stefano Caloprino alla testa de' suoi servi , parenti ed ami- 
ci uccise Domenico Morosini , essendosi gli altri di quella casa per av- 
viso avutone ridotti in sicuro . Stettero cheti i Morosini , quantunque 
vedessero che il Doge , non che punisse il delitto commesso , pareva 
che lo approvasse ; ma giurarono nel loro cuore di vendicarsi , essen- 
do la vendetta a que' tempi considerata quale azione di animo generoso . 

Era in questo mezzo Ottone disceso in Italia , come s' è detto so- 
pra , e appresso l' infelice esito delle sue spedizioni contro de' Greci ri- 
siedeva in Verona , quando il Doge Memo gli spedì ambasciatori , af- 
finchè procurassero di riconciliarlo colla nazione , di cui disegnato avea 
lo sterminio . Interponendosi la piissima Adelaide egli rinnovò i patti 
col Doge , ne' quali anche noi insieme cogli altri popoli Italici fummo 
compresi , ma ciò fece con animo di non servarli . Occorse in questo 
mezzo che il bergolo Memo , il quale aveva palesemente favorito i Ca- 
loprini , non so perchè , cominciò a disfavorirli , e a proteggere i Mo- 
rosini . Ciò bastò perchè Stefano capo della famiglia co' figliuoli ed 
amici suoi si partisse dalle lagune , e andasse a Verona a concitare Ot- 
tone contra la patria . Gli promise egli , che se avesse voluto seguire 
il suo consiglio lo avrebbe fatto padrone della da lui tanto desidera- 
ta Venezia (a) , e che gli avrebbe pagato ogni anno una grossa som- 
ma d' oro , se lo avesse crealo Doge . Accolse assai volentieri l' Impe- 
radore le istanze de' traditori , e poiché dubitava che a soggiogare i Ve- 
neziani non fosse bastevole la forza armata prese un altro spediente , 
promulgando una severissima legge che nessuno del regno Italico por- 
tasse loro vettovaglie , e che fosse ad essi vietato ogni ingresso ne' suoi 
dominj ; e affinchè non si frodasse la legge , dispose i capi de' ribelli 
pratichissimi d' ogni sito alla custodia de' fiumi , delle strade , e de' por- 
ti , lusingandosi che il popolo privo del traffico col continente, e man- 
cante di vittuaria leverebbe tal fiamma di sedizione , che gli avrebbe age- 
volata la impresa . Stefano Caloprino con Domenico suo figliuolo Tur 
posti a sopravvegliare nel Padovano , ed altri ribelli in altre Città . 

Qual si fosse a tal nuova la indignazione de' Veneziani contra co- 
storo è facile imaginarselo . Tentò il Doge con inviare a Verona de- 
sìi 



(*) Sagornin 



DI PADOVA. l53 



gli ambasciatori non senza preziosi doni di allontanare il soprastante AN , 973 
pericolo ; ma non ci fu modo che Ottone si volesse a pace ridurre ; 
anzi gli venne fatto di suscitare il Vescovo di Belluno contro de' Ve- 
neti , a' quali occupò alcuni luoghi ai confini delle lagune , e di cor- 
rompere gli uomini di Capodargine , che volontarj si diedero a lui . 
Disdegnati i Veneti e inveleniti sfogarono il loro odio contro de' fuoru- 
sciti , spianarono case , confiscarono beni , mogli e figliuoli degli esuli 
imprigionarono . In quello stesso tempo proseguiva Ottone i suoi gran- 
di apparecchi di guerra ammassando genti d' ogni nazione , e stando in 
V erona tenne una Dieta generale dei regni di Germania e d' Italia , 
nella quale Ottone III. suo figlio , fanciullo di quattro anni , fu eletto 
in Sovrano . In essa promulgò ancora alcune leggi , che servirono di 
norma alle nostre contrade , e furono aggiunte al Codice Longobardo : 
leggi certamente strane , se si paragonino colla moderna legislazione , 
ma in que' tempi barbari credute non solamente giuste , ma necessarie . 
Uso era di quelP età che i Re e gì' Imperadori non pubblicavano nuo- 
ve costituzioni senza il consentimento degli Stati ; e questo costume me- 
desimo vediamo allora seguito da' Veneti , presso i quali qualunque edit- 
to ad ottenere vigore di legge richiedeva fa collaudazione , ossia V ap- 
provazione del Clero e del popolo . Se ciò tornasse in utilità comune o 
no , lascio disputare ai Politici . 

Terminati i Comizj s' incamminò Ottone coli' esercito verso Roma 
per combattere i Greci ed i Saraceni , differendo ad altra stagione 1' osti- 
le impresa contra de' Veneziani . Questi per due anni sostennero il bloc- 
co delle lagune , e la privazione dei loro commercio col regno Italico 
fermi ed arditi , disposti a soffrire tutte le più dure cose anzi che ser- 
vire; della qual costanza molti chiari esempj diede quella Repubblica A *r. 983 
ne' vecchi tempi . La morte innaspettata di Ottone gli liberò da ogni 
pericolo . Quei Monarca lasciò di vivere in Roma sul fior degli anni 
nei dicembre del g83. non è ben chiaro se per afflizione di animo , o 
per una ferita malamente curata : Principe anzi fiero che no , preda dell' 
ambizione . Gioirono i Veneti , e ben a ragione , ma i Caloprini e i 
loro seguaci a tale funesto annunzio stupidi e storditi rimasero , come 
se la folgore gli avesse tocchi . Rinvenuti e fatto cuore corsero a Pavia 
ad implorare la protezione di Adelaide, e la ottennero, avendo par- 
lato a loro favore il Marchese Ugo , e la sorella di lui TValdrada au- 
torevoli mediatori . Inviò 1' Imperadrice un' ambasceria al Doge Mem- 
?no , pregandolo instantemente che perdonasse ai ribelli , e gli ricevesse 
nella sua grazia . Egli stette renitente alcun poco , ma poi lieto di aver 
cessato la soprastante malaventura , e desideroso di gratificare all' augu- 
sta Donna , col consenso del popolo promise di farlo , e spedì a Pavia 
quattro riguardevoli personaggi a giurare la sua promessa . Ciò fatto tor- 
narono i Caloprini in patria da Stejano in fuori , cui la morte rapì pri- 
ma eh' ei potesse tornarvi : lui beato che non vide 1' orribile tragedia 
delia sua famiglia . Imperciocché non andò guari di tempo che i Mo- 
V ro- 



l54 ANNALI BELLA CITTA 

an. 983 rosini diedero sfogo al segreto rattenuta lor odio, e uccisero barbara- 
mente i quattro figliuoli di lui con orrore e cruccio di tutte P Isole . 
Al vedere poscia che il Doge , sia per malizia , sia per inettitudine , non 
gastigava que' rei , violatori della pubblica fede , tanto fu il tumulto , e 
la commozione del popolo , che lo diposero , forzandolo a vestire 1' abito 
monastico , nel quale nuovo stato pochi giorni appresso morì . 

Non sia chi mi riprenda , se avendo proposto di parlare delle cose 
di Padova, mi sono allargato a narrare questi fatti de' Veneziani. Un 
popolo a noi tanto vicino, e per un vicendevole commercio con noi 
strettamente legato , che giunse col corso de' secoli a signoreggiarne , 
ben esigeva che qualche volta anche di lui si facesse parola . Si aggiun- 
ga che da quella stessa famiglia Candiana , di cui s' è detto , uscirono 
nel secolo XI. i Conti , ossia Principi di Padova e di Vicenza per un 
Vitale detto Tigone quarto fratello dell' infelice Doge interdetto , come 
ha dimostrato Monsignor Gradenigo (a) , morto Vescovo di Ceneda. 
Innoltre conviene sapere , che la famiglia Candiana possedeva ampli fon- 
di nelle ville di Fogolana , di Conche , e di Cesso poste sul nostro con- 
fine verso Chioggia , che Pietro III. avea comperati da Anna vedova 
del Co. Guidone, e alla morte di lui furono confiscati, onde il Pa- 
triarca Vitale suo figlio essendosi richiamato ai Dogi succeduti potè a 
grande stento dopo alcuni anni ricuperarli (F) . E questi grandiosi be- 
ni passarono nel seguente secolo ad arricchire il Monistero di S. Mi- 
chele di Brondolo , e non una volta per essi nacquero de' contrasti tra' 
Padovani , e quelli di Chioggia , come dirassi . 

Qualche cosa ci resta ancora a dire del Vescovo nostro Gauslino . 
Egli nelP anno 978. imitando P esempio del suo antecessore Ildeverto 
convocò un Sinodo diocesano per confermare a' suoi Canonici tutti ì 
beni da loro posseduti , e che sono registrati come nella carta dell' al- 
tro Vescovo , della quale abbiamo parlato . Si sottoscrive egli , e si sot- 
toscrivono Martino Arciprete , Ardetene Arcidiacono , ed altri Cano- 
nici Preti e Diaconi . Nove sono i testimonj , e tutti di Padova , in 
alcuno de' quali si comincia a vedere posto in uso il cognome . Ma 
ciò che recò maraviglia al Muratori (e) editore di questa Carta , oltre 
Idemmo Giudice dell' Imperadore , si sottoscrive anche Gandolfo Con- 
te Veronese , il quale non seppe egli intendere come vi abbia avuto 
luogo . Io sperava di trovare qualche notizia di lui nella diligente e 
bella storia di Verona compilata dal Signor Co. Carli , ma pare che 
nemmeno egli non lo abbia conosciuto . A questo atto di Gauslino so- 
no presenti nove passi , o vassalli di lui, ed erano uomini nobili de- 
dicati al servigio di qualche Signore , che perciò solevano intervenire a- 

g li 



!a) Due lettere di Dorasio . 
b) Vianelli Serie de* Vescovi 
(cj Ant. Ital. Voi. 1. 



DI PADOVA. l55 

gli Aiti più solenni di esso ; imperciocché s' era introdotto P uso , che AN . 983 
non solamente i Re ed i Principi avevano de' vassi , ma i Vescovi an- 
cora per lustro delle loro Corti ; e di Gauslino se ne trovano anche 
negli anni innanzi . A tali vassi concedevasi poi qualche feudo o be- 
neficio per premio del loro servigio . 

La morte interruppe i vasti disegni di Ottone , e tutti i suoi milita- 
ri apparecchi si dileguarono . Stava Teofania afflittissima in Roma , e 
il piccolo Ottone suo figlio in Germania , dove si suscitarono de' par- 
titi contra di lui , aspirando al trono Germanico Enrico figliuolo di 
Giuditta già Marchesana di Verona , e discendente da un fratello di 
Ottone il Grande . All' avviso che i partigiani di lui lo avevano accla- 
mato Re corse la madre del Re pupillo a Pavia , e insieme colla sag- 
gia Adelaide frettolosa passò in Alemagna , ed ivi ambedue si adope- 
rarono in guisa co' Principi loro amici e aderenti , che cessati i tumulti 
e composte le cose il terzo Ottone fu da tutti riconosciuto Re di Ger- 
mania e d' Italia sotto la tutela di Teofania . Enrico Duca di Carin- ANt 9 8 4 
tia reggeva la Marca Veronese , nella quale era compresa , come più 
fiate s' è detto , la nostra Città , avendo egli ceduto giusta i patti fer- 
mati il Ducato di Baviera all' altro Enrico figliuolo di Giuditta , dì 
cut sopra s' è detto . Ma tre anni appresso essendo egli venuto a mor- 
te, Enrico il Bavaro gli succedette nel governo della Carintia , e del- 
la prefata Marca , e pose la sua stanza in Verona . Grandissima era in 
que' tempi P autorità de' Marchesi e de' Conti , e il loro governo po- 
teva dirsi quasi dispotico , e indipendente in molte cose dal regio tro- 
no . I Vescovi medesimi erano stati elevati dall' imperiale munificenza 
a tal grado di onori e di immunità , che co' Principi gareggiavano : 
essi gran Corte , essi vassalli , essi gente armata tenevano , e molto ascen- 
dente avevano nelle Diete d' Italia per P elezione dei Re . I nostri cer- 
tamente , oltre il dominio della provincia di Sacco , pare che estendes- 
sero la temporale giurisdizione sopra tutto il loro Vescovado , ciò de- 
ducendosi dalle parole del diploma di Rodolfo Re d' Italia a favore di 
Sibicone , di cui s' è parlato . Imperciocché dicendo quel Monarca di 
concedere al suddetto Vescovo la giurisdizione sopra tutto il suo Ve- 
scovado , ciò non si può intendere dei diritti spirituali , che al regio 
dominio non appartengono , ma solamente della temporale giurisdizio- 
ne . E invero quando Gauslino volle rifabbricare il Monistero e la Chie- 
sa di S. Giustina, si legge che abbia convocato dinanzi a se il Clero, 
gli Ottimati , ed il popolo , notificando ad essi la sua volontà ; e que- 
sto atto di lui , se non erro , indica qualche signoria e maggioranza 
sopra di loro . Ed io son disposto a credere che non trovandosi no- 
minato Conte alcuno della nostra Città ne' secoli avanti , cominciando 
dal tempo dell' Augusto Berengario , i Vescovi ne fossero Gover- 
natori . 

Ma checché sia stato di ciò , essendo morto Gauslino gli succedet- 
te Orso nella Chiesa Padovana . I nostri inesatti storici prolungano la 

vita 



l56 ANNALI DELLA CITTA" 

an. 9S4 vita di quello sino a dieci anni dopo il mille ; eppure è certo che Orso 
era nostro Vescovo nel 992 . Illibrando Vescovo di Alberstad città 
della inferiore Sassonia avendo edificato da' fondamenti un magnifico 
Tempio volle farne la dedicazione colla maggiore solennità . Invitò al- 
la sacra funzione il Re Ottone III , il quale v' intervenne colla piis- 
sima avola sua Adelaide , e con Metilde Badessa sua zia , e con gran- 

an. 992 de numero di Principi e Vescovi di Germania e d'Italia, fra' quali il 
nostro Vescovo Orso (a) . Seguì la festa nelP Ottobre del 992. se- 
condo i più esalti computi. Non vi si trovò Teofania, ch'era già mor- 
ta l'anno innanzi in Nimega il dì 16. di Giugno. Questa Augusta Si- 
gnora nel 989. era venuta in Italia affine di riordinare le cose , che per 
la lontananza del Sovrano erano scompigliate , avendo cominciato i popoli 
a calcitrare , e a muovere sedizioni , e i Lombardi principalmente , e i 
Romani, dove un tiranno Antipapa parricida di due Pontefici teneva 
occupata la cattedra di S. Pietro . Adelaide dimorando in Pavia aveva 
procurato di porre rimedio ai gravi disordini , ma le sue sollecite cure 
non ebbero riuscita felice , e fu d' uopo che Teofania provveduta di 
maggiori forze accorresse a dar sesto agli affari . Poi eh' ella fu mor- 
ta volò la Suocera in Germania a consolare il nipote, e si trattenne con 
lui fedele e sincera consigliatrice , ma i giovani cortigiani, co' quali Ot- 
tone domesticamente usava, misero in mezzo garbugli tali, eh' ei mal- 
contenta l' accomiatò , onde tornossi in Italia lasciandolo in balia di se 
slesso , e de' suoi giovanili capricci . 

In quell' intervallo di tempo che corse tra la morte di Ottone II. e 
quella di Teofania sua moglie , poche cose e poco importanti la no- 
stra Padovana storia ne somministra, nondimeno di alcuna dirò, affin- 
chè non paia eh' io abbia voluto le piccole e basse cose nascondere . 
Per una carta del 985. ci si scopre la prima volta il castello d' Arquà 
ne' colli Euganei , luogo renduto celebre per la dimora e per la morte 
di quel gran genio d' Italia Francesco Petrarca . Ivi si trovavano il dì 
2. di gennaio (ti) Grimaldo Arciprete, e slrdeleone Arcidiacono del- 
la Cattedrale , e ricevevano in dono a nome de' Sacerdoti di essa da Ma- 
donna Giustina relitta del qu. udmpurio , e da altri suoi consorti un 
fondo piantato di viti colà situato . Chi scrisse recentemente sopra di Ar- 
quà non seppe che di questo luogo si hanno memorie avanti il mille, 
e che aveva un castello forse eretto per occasione delle Ungariche scor- 
rerie. Io di tutti i luoghi del Padovano che trovai nominati nel nono 
e decimo secolo, ho fatto particolare registro, potendosi quindi dedur- 
re, che forse esistevano sino da' tempi Romani , avuto massimamente 
riguardo ai nomi che si accostano alla favella latina . Ma parlando di 

tal 



(a) Rer. Brunsvic. T. 2. 

(b) Tab. Major. Eccl. 



DI P si D O V „i . 1 57 

tal materia non debbo tacere di un diploma di Ottone I. dato per in- AN . 99Z 
tercessione di Adelaide nel 972. ad àbramo Vescovo di Frisinga (a) , 
e poi confermato venti anni appresso dal suo nipote Ottone 111 . In 
questo sono ricordati alcuni luoghi , altri a' conlini del nostro territo- 
rio , ed altri, almeno presentemente, in esso compresi. Un tale VFit- 
berto gli possedeva, e dopo lui un Isacco Ebreo ; né maraviglia di ciò, 
sapendosi che quella nazione sino da' tempi de' Goti era numerosa in 
Italia, attiva e negoziosissima , e che bazzicava nelle Corti de' Principi. 
Ora Ottone gli diede al prelato Vescovo , affinchè servissero al culto 
di S. Candido d' Intica , ora Junichen , Chiesa posta in quelle asprissi- 
me montagne della Germania , che guardano il Cadorino . E lasciando 
di parlare di alcuni luoghi ed acque che ora più non si conoscono , nel 
diploma è nominato il Musone , di cui non credo che vi sia più anti- 
ca memoria . Questo fiumicello discendente da' colli Asolani la uno de' 
nostri confini col Trivigiano , e sino dal dodicesimo secolo è mentova- 
to nell'antico sigillo della nostra Città in quel verso, Muson , Mons , 
jlthesis , Mare Ccrtos Dant Michi Fines : Sigillo che ora conservasi 
in Velletri nel dovizioso Museo dell' Eminentissimo Borgia gran pro- 
tettore de' letterati , e letteratissimo anch' esso . Oltre il Musone vi è no- 
minata la nostra Brenta, e il gius del macello in ammendue le sue ri- 
ve, e il luogo di Cunio , ora Cogno , eh' è nel nostro distretto sotto la 
podesteria di Cittadella . Vi si parla ancora di Godego nel Trivigiano , 
corte di cui i Vescovi di Frisinga investirono gli-Eccelini , e spenta 
quella famiglia, il nostro Tisone da Camposanti ero . Non si tace di 
Aunaria , oggi Onara , nome celebratissimo nel nostro Contado per la 
nobile Casa , che si disse poi da Romano , la quale discesa nell' unde- 
cimo secolo dalla Germania , ivi piantò il suo soggiorno , e crebbe a 
< grande potenza , da cui spuntò quella fiaccola che arse , non pur le no- 
stre Padovane contrade , ma tutta la Marca , che detta fu di Trivigi. 
Ora tornando ad Ottone nostro Sovrano si dee notare , che per la 
lunga assenza di lui continuavano in Italia i disordini , e le sedizioni de' 
popoli , i quali cominciavano a vagheggiare la libertà . I Primati anch' 
essi aspiravano alla indipendenza , e impunemente spogliavano le Chie- 
se , ed i Monisterj de' loro beni: lo stesso Giovanni XP^. per la pre- AN# 99S 
potente violenza di Crescenzio Patrizio e Console Romano, che ave- 
va occupato il castello di Sant' Angelo , era stato costretto a fuggirse- 
ne, e porsi in salvo . Si scosse alla fine il Germanico Re , e discese 
con poderoso esercito in Italia nel 996, e stando in Ravenna seppe che 
il Papa era passato a vita migliore , perchè gli cadde in pensiero di rac- 
comandare efficacemente ai Promani Brunone suo cappellano e paren- 
te , giovane letterato , che di poi eletto concordemente Sommo Ponte- 
fice 



(a) Meikelbech. Hist. Frising. 



l58 ANNALI BELLA CITTA 

r . 99 $ fìce prese il nome di Gregorio V. e fu quegli che nel maggio di quest' 
anno gli diede solennemente la corona Imperiale . Era egli figliuolo di 
Ottone Duca di Franconia, che lasciati quegli stati in governo ad altri 
suoi figli era venuto a reggere la Marca Veronese insieme colla Garin- 
tia , Principe amantissimo della pace e della giustizia. Prima però che 
il Re passasse a Ravenna si trattenne in Verona , dove Pietro IL Or- 
seolo Doge di Venezia gì' inviò a corteggiarlo Pietro suo figlio , eh' 
ebbe 1' onore di essere da lui tenuto alla Cresima , e ben regalato fìi 
rispedito a suo padre , essendogli stato mutato il nome in quello di Ot- 
tone . Quanto il secondo Ottone aveva portato d' odio e di ruggine a' 
Veneziani, tanto il terzo si dimostrò loro amico e lavoratore. 



an. 997 Cesare ritornato in Germania dovette verso il fine del 97. scendere 
di nuovo in Italia richiamatovi dalle rinascenti turbolenze Romane. L' 
ambizioso Crescenzio , che voleva in Roma sovraneggiare , non sola- 
mente aveva forzato Papa Gregorio a fuggirsi . ma con esecrabile em- 
pietà fatto aveva creare Antipapa Giovanni Calabrese Arcivescovo di 
Piacenza , uomo pieno di greca malizia , tristo ipocritone , che con a- 
stuti e volpini modi si avea procacciato la grazia della Corte Cesarea . 

an. 998 Mentre nel febbraio dell'anno seguente Ottone dimorava in Ravenna, 
gli venne ardente desio di vedere Venezia, e di conoscere il Doge pre- 
senzialmente di cui tanti pregj predicava la fama . Fece correr voce che 
andava alla Badia di Pomposa , e di là incognito passò per acqua a Ve- 
nezia avendo seco sei soli compagni , infra i quali Rambaldo Conte di 
Trevigi della Casa che fu detta poi di Collalto , che sino da que' tem- 
pi possedeva molti fondi nel Padovano , come dai diplomi degli Otto- 
ni apparisce . Colà giunto , e segretamente accolto dal Doge visitava nel 
giorno le Chiese , e vedeva le cose rare della Città , e la notte si trat- 
teneva col Doge , e cenava lautamente con lui (a) . Gli tenne a batte- 
simo una figliuola , e gli concedette grandissimi privilegi , liberandolo 
dal pallio d' oro , e dalle cinquanta libbre di argento , che In vigore de' 
patti pagavano i Dogi ai Re d' Italia per la libertà del commercio , e 
per que' fondi che possedevano nel regno Italico . Tanto puote alle vol- 
te a profitto d' una intera nazione il merito di un uomo solo . Di un 
trascendente merito è slato invero quel Doge . Egli conquistò la Dal- 
mazia , liberò Bari dall'assedio de' Saraceni , purgò il mare da' corsari, 
ampliò il commercio in Oriente , rifabbricò Grado Sede de' Patriarchi , 
instituì la solenne funzione dello Sposalizio del mare, e £ecc risuonare 
gloriosamente il Veneto nome per tutte le contrade dell'uno e dell'al- 
tro Impero . 

Staccatosi non senza lagrime di tenerezza dal suo amato Compare , 
e tornato l'Imperadore a Ravenna si mosse insieme col Papa verso di 

Ro- 



(*) Dandolo, Sagorn. Cronic. 



VI PADOVA. 1S9 

Roma guidando seco un esercito d'Italiani e Tedeschi, dove PAntipa- AN . 99 s 
pa non lo aspettò , ma travestito fuggì ; se non che scoperto nella fu- 
ga e preso da' Romani , in foggie strane fu barbaramente straziato . 
Non fuggì Crescenzio , che si teneva sicuro nel Castello di S. Angelo , 
ma ivi assediato e venuto nelle mani di Ottone , non si sa se per for- 
za , o per dedizione volontaria , ebbe mozzo il capo , giusta pena di 
tante sue iniquità . Gregorio rimesso nella Sede Papale poco tempo la 
tenne , poiché 1' anno appresso dalla morte fu colto, e per le raccoman- 
dazioni di Augusto ebbe a successore Gerberto Monaco che si chiamò 
Silvestro II . Questi per que' tempi è stato un dottissimo uomo ; fu 
maestro di Ottone, indi Abate di Bobbio , poscia dall'Arcivescovado di 
Rems in Francia passò a quello di Ravenna in Italia . Io non seguirò 
i passi di Ottone , che perduto avendo Gregorio Papa , e la santa A- 
delaide sua avola , e la piissima Badessa Metilde sua Zia fu d' uopo che 
accorresse in Germania a regolare gli affari di quel Pvegno ; nò parle- 
rò del suo terzo viaggio in Italia, dove si trattenne da fastidiose brighe, 
colpa degl' inquieti Romani , sino alla immatura sua morte sempre oc- 
cupato, la quale accadde con gran dolore de' suoi il dì 23. di gennaio TnTTòóT 
nel mille e due nel castello detto Paterno per veleno che gli diede Ste- 
fania più feroce che femmina per vendicare l' uccisione di suo marito 
Crescenzio . Portandosi il cadavere del giovane Principe in Alemagna 
per essere seppellito in Aquisgrana, i Romani della nemica fazione u- 
niti con altri malcontenti Italiani assalirono più fiate nel viaggio la scor- 
ta Tedesca, e sanguinosi fatti ne succedettero, come si ha dagli anna- 
li Germanici , sicché non senza molta difficoltà il funebre apparato giun- 
se nel Veronese , dove il Marchese Ottone vestito a bruno onoratissi- 
mamente lo ricevette , onde il ferale convoglio potè di poi con sicurez- 
za proseguire il cammino . 



FINE DELLA PRIMA PARTE